31/07/10

Voi lo sapevate che ...


Voi lo sapevate che i Parlamentari Leghisti - li riconoscete perché oramai comunicano solo con l'innalzamento del dito medio - sono quelli che "hanno conosciuto i più forti incrementi del loro reddito una volta eletti in Parlamento"? Eh sì, avete capito bene, primi in assoluto, nessuno come loro, e con ampio margine. Se l'aumento di reddito medio, tenendo conto di tutti i gruppi parlamentari, dal Pdl ad Idv, è di circa il 70-80%, quello dei Leghisti arriva a sfiorare la quota-bomba del 200%. Tra un "Roma ladrona" e l'altro, s'intende.

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30/07/10

Grecia: il Pireo ha appena dichiarato DEFAULT

Chiunque sia stato in Grecia conoscerà il porto del Pireo.
Fin dai tempi antichi è stato il mitico porto di Atene, teatro di tanti episodi da libro di Storia Classica.
Adesso è uno dei principali punti partenza/arrivo dei traghetti che portano i turisti a ciulare ed a prendere la tintarella nelle Isole Cicladi: i tempi cambiano....
Per inciso è il principale porto della Grecia, il primo porto passeggeri dell'Europa ed il terzo porto passeggeri del mondo
E' anche uno dei principali porti commerciali d'Europa ed il primo porto commerciale del Mediterraneo dell'Est.

Ebbene il Pireo è anche una città satellite di Atene e nientepopodimeno che il secondo conglomerato urbano dell'Attica.
ed HA APPENA FATTO DEFAULT per 275 milioni di euro....
ovvero NON PUO' PIU' RIPAGARE I SUOI DEBITI.
Atene naturalmente non ha i soldi per un BAILOUT....
Vediamo se qualcuno ce li mette...

Ma tanto ormai le problematiche di Debito Pubblico degli Stati Sovrani sono finite nel dimenticatoio...
Contano solo gli stress-test-di-tutto-relax delle banche UE o le trimestrali globalizzate e taglia-costi-in-casa-tua di Wall Street etc etc

Vediamo se ai Defaultini municipali seguirà qualche Default più grosso.

A Greek City Just Defaulted On $275 Million Of Debt -- Can The State Be Far Behind?

Since Athens agreed to budget cuts approaching 11% of GDP, local governments have seen a sharp decline in funding. Yesterday, the cut-off caused the city of Piraeus to announce a stop payment on $275 million of debt.

Mayor Panagiotis Fasoulas demanded immediate payment of three years of owed funding or his city would abandon its own debt.

Kathimerini:

Addressing a press conference, Fasoulas requested a meeting with government officials to find a solution that will allow the municipality to make good on its obligations - to citizens, employees and creditors. The mayor did not rule out the possibility of strike action - without determining what form this would take - to demand the monthly disbursement of some 1.6 million euros.

Piraeus City Hall currently owes some 210 million euros in debts amassed over the past 20 years. Over the past three years, the government has withheld state grants from Piraeus municipal authorities.
Fasoulas yesterday described the government's stance as «provocative,» noting that a total of 44 million euros had been spent on paying off municipal debts during his three years as mayor, while only 12 million euros had been spent during the eight years that his predecessor, Christos Agrapidis, had held the post.
Fasoulas said his municipality was not seeking privileged treatment but wanted to renegotiate the payment of its debts, paying larger installments at a lower interest rate.

Needless to say, Athens doesn't have the money for a bailout.
So what happens if when Piraeus defaults -- Elliniko won't be far behind -- and great swaths of local government abandon their debts. And then...

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L'OGM quotidiano della Monsanto


Per contaminare le coltivazioni di mais di un'intera Regione sono sufficienti pochi campi di mais OGM. Il decreto legislativo 212, 24/4/2001 impone che la semina di piante geneticamente modificate sia soggetta a specifica autorizzazione (pena l’arresto fino a 6 mesi e la multa fino a € 51.700). Le autorità stanno a guardare mentre il mais transgenico della Monsanto si sta espandendo nel Friuli come un virus. Ci tolgono anche il pane quotidiano.
"Abbiamo le prove di un secondo campo di mais OGM in Friuli. All'alba i nostri attivisti sono entrati nel campo - a Vivaro, Pordenone - e hanno tagliato, isolato e messo in sicurezza le parti superiori delle piante di mais transgenico che producono il polline, responsabile della contaminazione. Stiamo facendo quello che le autorità hanno rimandato per settimane. Siamo di fronte a un atto assolutamente irresponsabile: anche in questo campo il mais è fiorito e sta già disseminando il proprio polline sulle coltivazioni circostanti. Il tipo di mais OGM è precisamente il MON810 brevettato dalla statunitense Monsanto. Questo è il secondo campo di mais transgenico che abbiamo identificato in pochi giorni. A questo punto non possiamo escludere che, oltre al campo di mais di Fanna identificato ieri, esistano anche altre coltivazioni di mais OGM in Friuli. È quanto mai necessario che la pubblica autorità provveda oggi stesso a isolare e distruggere entrambi i campi OGM di Fanna e Vivaro, e che inizi immediatamente una scrupolosa campagna di campionamenti e analisi a più ampio raggio."

di Greenpeace

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29/07/10

Mediapolis: noi non ci divertiamo


I consiglieri della Regione Piemonte del MoVimento 5 Stelle Bono e Biolè hanno presentato un'interrogazione parlamentare per lo sperpero di milioni di euro di soldi pubblici per Mediapolis (600.000m², 90.000 m² coperti, 22 attrazioni meccaniche, 5 sale cinematografiche, 3 aree gioco per bambini, un’area concerti, un lago di 12.000 m², attrazioni tecnologiche, teatro multimediale, discoteca, studi televisivi, ristoranti, centri commerciali, genericamente, un albergo con 342 stanze e quindi 7800 parcheggi e 140 posti autobus, un eliporto). Un'opera che distruggerà un luogo meraviglioso ai piedi della Serra di Ivrea. Leggete l'interrogazione e sbiancate. La Regione Piemonte e la Provincia di Torino stanno finanziando (per ora) con 5,5 milioni di euro una società di scatole cinesi il cui 71% delle quote è detenuto da Mediapolis Investment Sa Lussemburgo che a sua volta è controllata al 55,4% dalla britannica Brainspark plc. Una società con disponibilità finanziarie insufficienti per affrontare Mediapolis, il cui amministratore delegato Porcellini ha dichiarato: "Male che vada ci rivolgeremo agli istituti di credito libanesi. Lì, certamente, non hanno problemi di soldi" (La Stampa, 1/4/2009). "L’unica cosa certa è che i 600.000 mq del terreno seminativo di Albiano, che costituivano un’improduttiva proprietà della ex Olivetti, hanno conosciuto dopo la sottoscrizione dell’accordo di programma una rivalutazione abnorme: infatti nel 2007 il loro valore era di € 1.291.980,00 (il riferimento è ai valori agricoli medi Euro/Ha indicati dall’Agenzia del territorio, verosimilmente non suscettibili di rivalutazione trattandosi di terreni esondabili), mentre il presidente Villa ha parlato nelle scorse settimane di un valore di 52 milioni di euro; ragion per cui la sola sottoscrizione dell’Accordo di programma avrebbe già fruttato un profitto superiore al 4000% (dall'interrogazione)". Bono e Biolè hanno chiesto al Collegio di Vigilanza presieduto dal presidente di Regione di recedere dall'accordo.

> Leggete e stampate l'interrogazione del MoVimento 5 Stelle su Mediapolis

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Dove va il prezzo del petrolio? I dati sperimentali dicono che...

grafico domanda petrolio
Grafico tratto da the Oil Drum

Dove va il prezzo del petrolio? Sul lungo medio termine ci sono pochi dubbi: sale, ovviamente, ma quanto e, altrettanto importante, quando? Questo memorabile post su The Oil Drum da ottime dritte.

Meglio ancora, si basa su dati sperimentali e sulla loro buona riproducibilità. Il laboratorio in cui si sperimenta è l'economia mondiale. Le cavie siamo noi, tutti quanti.

E' un post di otto mesi fa e faceva previsioni sul 2010.

Possiamo quindi verificare, per intanto, cosa prevedeva.

Quello strano garbuglio tracciato nel grafico su TOD è la verifica sperimentale di una cosa molto importante ovvero della elasticità della domanda di petrolio. Quella della elasticità della domanda è un vero e proprio caposaldo della "trista scienza" ovvero l'economia.

L'elasticità varia, cambia, oscilla, nel tempo, ma nel breve termine è qualcosa di definito: ogni bene ha una sua curva e definita, entro certi limiti questa curva, per un certo periodo, si può prevedere da che parte starà il prezzo di quel dato bene.

Per il petrolio vi sono, sperimentalmente, due mondi diversi: quello che sta sotto una domanda di circa 80-82 milioni di barili al giorno e quello che sta sopra gli 86-87.

Come vedete sotto questo valore l'elasticità è elevata, piccoli aumenti di prezzo provocano grandi aumenti di offerta e viceversa. Oltre gli 86 invece, raggiunti i limiti del sistema fisico e tecnologico/industriale, si incontra un muro.

A grandi aumenti di prezzo del barile corrispondono solo modesti aumenti della produzione.

E' MOLTO importante capire la cosa fondamentale: che si è disegnata una curva sperimentale della domanda e dell'offerta di petrolio e che questa curva è stata sperimentata/verificata con un CERTO SUCCESSO, (guardate i grovigli e capirerete che in tempi diversi analoghe domande di petrolio hanno visto prezzi simili). Ad esempio cofrontate maggio 2008 e Novembre 2009 e vedrete che, a fronte di produzioni quasi identiche, si hanno prezzi quasi identici.

QUINDI si possono considerare attendibili le previsioni/proiezioni che si possono fare in base a questa curva (fino a prova contraria).

L'articolo prevedeva un prezzo medio del barile intorno ai 70-90 dollari al barile per il 2010, considerando il probabile andamento della domanda.

Mi pare che non avesse torto.

Osservate, per curiosità, cosa potrebbe succedere se il "mercato" richiedesse un paio di milioni di barili in più rispetto alla soglia di 85/86 milioni di barili al giorno.

Forse potrete capire, ora, come mai TUTTI coloro che si sono occupati di picco del petrolio non hanno potuto che constatare l'impossibilità di una prosecuzione dell'attuale paradigma economico e questo MOLTI anni prima (personalmente dal 2001) che il sistema finanziario desse segni di stress.

Semplicemente non potremo permetterci molto più petrolio di quello che consumiamo.

Ogni ulteriore (non molto probabile) crescita economica dovrà avvenire senza aumentare il consumo di petrolio ed anzi, almeno per noi picchisti, tali consumi dovranno dimminuire di circa il 3-5 % all'anno, pena la nasata nel muro di cui sopra.

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Inquinamento a Taranto. Lesioni da metalli pesanti in circa un terzo dei bovini

Lesioni da metalli pesanti al fegato, ai polmoni e ai linfonodi di circa un terzo dei bovini allevati nella zona di Taranto. La notizia segue le lumache alla diossina e le aree verdi vietate ai bambini a causa dell’inquinamento nel quartiere Tamburi.

La ricerca sui bovini è fresca di pubblicazione sul periodico scientifico Folia Histochemica et Cytobiologica, ed è stata condotta dalle Università di Bari e Federico II di Napoli.

L’Arpa Puglia ha diffuso un comunicato in cui sostiene che lo studio non è significativo, anche perchè non chiarisce in che misura i danni riscontrati nei bovini sono dovuti all’esposizione all’inquinamento industriale. Secondo i ricercatori invece lo studio dei bovini può contribuire a stimare i rischi per la salute umana.

A ridosso del’abitato di Taranto si trova una zona industriale con il più grande polo siderurgico europeo, una grossa raffineria, un grande cementificio, industrie metalmeccaniche.

I ricercatori delle Università di Bari e di Napoli hanno preso in esame 183 bovini mandati al mattatoio (poveretti) dopo essere stati allevati nell’area di Taranto.

Hanno appurato che 60 di questi animali presentavano lesioni dovute all’accumulo di metalli pesanti, come carbonio, alluminio, silice, ferro e titanio.

Le lesioni, spiegano i ricercatori, sono più frequenti negli animali più vecchi, e provenienti dalle zone più vicine all’area industriale, ma sono state riscontrate anche su un vitello di appena 4-5 mesi.

L’articolo è stato accettato da Folia Histochemica et Cytobiologica l’anno scorso, ed è on line sul sito della rivista dalla fine di aprile. I ricercatori hanno dichiarato di aver continuato il lavoro anche dopo aver terminato la stesura della ricerca, e di possedere nuovi dati non ancora pubblicati.

Su Folia Histochemica et Cytobiologica l’articolo completo, bovini e metalli pesanti a Taranto, e il riassunto

Su Repubblica Bari a Taranto metalli pesanti in polmoni e fegato dei bovini, prima e seconda parte dell’articolo

Via Peacelink il link al Pdf con l’articolo sui bovini di Taranto pubblicato dal Corriere del Giorno

Su Agi l’Arpa Puglia e i bovini contaminati a Taranto

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28/07/10

Storico sorpasso. L’energia solare costa meno di quella nucleare

L’energia elettrica prodotta dagli impianti solari fotovoltaici costa meno di quella prodotta dalle centrali nucleari. Parola di un docente universitario di Economia. Lo storico sorpasso è avvenuto in questo 2010.

I suoi calcoli prendono in considerazione unicamente la realtà e le cifre del North Carolina (Stati Uniti), se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo.

Ma il trend è quello, alla faccia della rinascita nucleare voluta dal Governo italiano, dei falsi proclami relativi all’energia nucleare a basso prezzo e dei futuri spot per convincere i recalcitranti italiani che l’atomo è cosa buona e giusta.

Lo studio su costi del nucleare e costi del fotovoltaico è di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Si intitola “Solar and Nuclear Costs — The Historic Crossover”. Trovate il link al testo completo in fondo.

l succo del suo lavoro: il costo per la costruzione delle centrali nucleari è in aumento. Il costo degli impianti fotovoltaici è invece in diminuzione.

Così è diventato più conveniente produrre energia dal sole, al costo di 16 centesimi di dollaro al kilowattora, che corrispondono circa a 12 centesimi di euro.

costi solare nucleare

Nel 2002 un reattore nucleare costava circa 3 miliardi di dollari. Ora il costo medio è salito a 10 miliardi di dollari, e sono verosimili ulteriori rialzi. Di mio, aggiungo l’esempio di Olkiluoto, il gemello finlandese dei reattori Epr che si vogliono costruire in italia.

Data questa situazione, dice ancora lo studioso, nessuna impresa è disposta ad affrontare la costruzione di una centrale nucleare senza la certezza di essere appoggiata dallo Stato.

L’appoggio (anche questa è una mia aggiunta) si traduce in denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti, direttamente e-o attraverso le bollette dell’energia elettrica.

Non a caso in Italia si parla della necessità di fissare un prezzo garantito per la futura energia proveniente dall’atomo. Non a caso Obama ha fornito garanzie basate sul denaro pubblico alla costruzione di nuove centrali nucleari negli Usa: una cosa che non aveva fatto neanche Bush.

L’articolo di John Blackburn “Solar and Nuclear Costs — The Historic Crossover”

Sul New York Times l’energia nucleare non è più vantaggiosa dal punto di vista economico

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Continua "l'incredibile" Decoupling tra "zuppa & pan bagnato"...

Continua "l'incredibile" (non per NOI....)
DECOUPLING
tra Dati Macro-economici deboli od in frenata
ed Utili delle Multinazionali sopra alle attese, conditi da outlook per il futuro very bullish...

Recentemente Vi ho spiegato come funziona in
- Ormai del consumatore americano non gliene frega più un cazzo a nessuno (o quasi)
- Scende ulteriormente la fiducia consumatori del Conference Board
ma sono secoli che ne parlo nel mio BLOG

Ecco una ulteriore conferma dagli Ordini di Beni Durevoli Americani del mese di Giugno
che scendono "a sorpresa" (non per NOI...) del -1% deludendo di brutto le attese per un +1%.
Si tratta del maggior calo da agosto 2009.
Anche a Maggio c'era già stata una bella discesa del -0,6% rivista in peggio a -0,8%.
Esclusa la volatile componente dei trasporti, anche il dato core è in calo del -0.6%, deludendo le stime per un +0,6%.
Nota: i beni durevoli comprendono prodotti industriali di grandi dimensioni, tra cui auto, frigoriferi, televisori, computer, lavatrici, lavastoviglie.

Queste tendenze Macro rientrano perfettamente nel quadro di RALLENTAMENTO che abbiamo più volte sottolineato in questo Blog.
Vedi per esempio Double Dips "De Facto" e Frena che ti frena...forse sarebbe meglio controllare le pastiglie...
Inoltre
se io licenzio a casa mia e NON riassumo, se taglio gli stipendi a casa mia, se si smoscia il credito-pompa-consumi a casa mia a causa di un sistema finanziario in modalità "rianimazione-a-spese-dei-contribuenti", se delocalizzo in India & affini
e se vendo a stecca lavastoviglie in Brasile e Cina...
non posso poi sorprendermi
se a casa mia vendo meno lavastoviglie...;-)

I consumi in USA hanno tenuto fin troppo...
Vedi perchè e percome nella mia disamina Consumi Inesauribili made in USA...

E naturalmente le Borse se ne stanno sbattendo la fungia (o quasi) di un dataccio ordini beni durevoli del genere: tutto torna....gli utili si fanno sempre più altrove...e le borse rispecchiano gli utili (e la speculazione finanziaria).
Logico e cristallino.

Anche se nell'inarrestabile passaggio evolutivo tra Dow Jones a 20.000 punti e Sudamericanizzazione degli USA (stesso schema vale per la UE, più o meno) ci potrebbe essere ancora qualche contraccolpo...ma niente più.
vedi anche cosa scrivevo 4 mesi fa in Dow Jones a 20.000, con qualche "piiiiiccola" controindicazione...
Purtroppo la parola chiave è INARRESTABILE: non vedo proprio come potremmo fare a fermare questa Evoluzione per noi ben poco benigna.
Gli interessi in campo ed i motori globali che la stanno sospingendo sono TROPPO FORTI.

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Pasta, tra spot e truffe è addio al made in Italy

IL CASO. Cala il prezzo del grano, ma aumenta quello di produzione. Molte aziende sono costrette a chiudere. E gli oltre 1,5 milioni di tonnellate consumati ogni anno parleranno sempre più messicano, turco e canadese.

E' tempo di mietitura del grano e numerose imprese agricole, invece di veder ricompensate le fatiche di mesi di lavoro, rischiano di chiudere. 474.000 sono le aziende perse dall’agricoltura negli anni dal 2000 al 2007, un quinto del totale censito. Non è difficile da credere visto che i prezzi pagati agli agricoltori sono in costante diminuzione da anni. Basti pensare che il prezzo per un quintale di grano è arrivato a 13-15 euro, contro i 25 di vent’anni fa. Come conferma il rapporto Ismea 2008 sulla filiera del grano, la redditività della coltivazione del frumento duro ha mostrato negli ultimi anni un andamento altalenante, diretta conseguenza dell’estrema volatilità dei prezzi all’origine, a fronte di costi di produzione costantemente in crescita. «Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini», ha scritto Carlo Petrini in un articolo di qualche giorno fa.

«Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all’ingrosso sono diminuiti rispetto all’anno precedente del 71% per le carote, del 53 per le pesche, del 30 il grano, del 30 il latte, del 19 l’uva e il trend quest’anno non sembra migliorare, anzi». Cala il grano dunque, e la pasta? Al di là della diminuzione rilevata dall’Istat dell’1,2% rispetto all’anno precedente, il prezzo medio di un chilo di pasta varia da 1,39 euro di Napoli a 1,70€ della capitale a 1,91 di Milano. Pochi centesimi pagati agli agricoltori diventano, nel passaggio dal campo alla tavola, euro al consumo. Questo enorme divario ha portato ad un crollo delle semine di grano duro destinato alla produzione di pasta, a fronte di consumi stabili, con un consumo medio pro capite di 26 chili, tre volte tanto quello di un francese o di uno statunitense. Altro che made in Italy. Di questo passo gli oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta consumati ogni anno “parleranno” sempre più messicano, turco, canadese. Senza che il consumatore ne sia informato. Secondo Coldiretti infatti, oltre un miliardo di chili di pasta “italiana” vengono prodotti con grano extracomunitario senza alcuna indicazione in etichetta. E questo non per irregolarità o inadempienza da parte dei produttori, ma perché ad oggi l’obbligo di indicare il luogo di provenienza riguarda solo alcune tipologie di alimenti (nello specifico: carne bovina, pollame, pesce, uova, latte fresco, frutta e verdura fresche, miele, passata di pomodoro, extravergine di oliva). Non vi è invece alcun obbligo per pasta, pane, formaggi, carne di maiale e salumi, e altri alimenti ancora.

Il risultato è che oltre un terzo della pasta è prodotto con grano che non è stato coltivato nel nostro paese; due prosciutti su tre venduti come italiani hanno all’origine maiali allevati all’estero, la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere, come ha confermato il recente caso della mozzarella blu. Questi sono i dati, allarmanti, che emergono dalle indagini di Coldiretti, promotrice della Giornata Nazionale dell’Anticontraffazione e impegnata nei giorni scorsi, ai valichi di frontiera e ai porti, per riportare l’attenzione sul tema. Remunerazioni in caduta libera, mancanza di tutela nella riconoscibilità del prodotto italiano, concorrenza “sleale” da parte di prodotti esteri spacciati come italiani: non c’è da stupirsi che sempre più aziende siano costrette a chiudere. Di questo passo, insieme ai contadini, sparirà anche il made in Italy: non basteranno infatti prodotti industriali imbellettati con immagini suadenti del nostro amato Belpaese a sostituire prodotti tipici frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili.

di Camilla Minarelli

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Oh mare nero…

In una società dipendente dalle fonti di energia di origine fossile come la nostra, se si hanno auto grosse o stili di vita dispendiosi, si sa, c’è bisogno di petrolio. Perché quindi compagnie petrolifere (come la BP) si trovano a dover esplorare sempre più freneticamente i fondali marini, o peggio a trivellare a ben 1500 metri di profondità? Evidentemente perché il petrolio proveniente dai pozzi presenti sulla terraferma è in esaurimento.

Se la domanda di petrolio continua a crescere, a causa di stili di vita sempre più spreconi, auto di dimensioni e cilindrate sempre più grosse, agricoltura sempre più industrializzata e sistemi di produzione di energia che arrivano a sprecare oltre il 70% di quella prodotta ecc, è inevitabile che si ricorra a situazioni in cui è sempre più costoso e più pericoloso estrarre petrolio. A maggior ragione se si pensa che nei paesi cosiddetti emergenti stanno adottando le stesse abitudini dei Paesi Occidentali.

I veri responsabili delle maree nere o delle periodiche devastazioni ambientali (e sociali) dovute all’industria petrolifera siamo noi “consumatori”, allora? E soprattutto, cosa ci dobbiamo aspettare? Di sicuro incrementi progressivi del prezzo del petrolio determinato da un aumento della domanda, a cui non corrisponde un adeguato aumento dell’offerta, e un aumento dei costi di lavorazione, da cui deriva un ulteriore aumento dei prezzi.

Il dramma della Deepwater Horizon è avvenuto a causa di lacune nei controlli al Blowout Preventer (BOP), il sistema di sicurezza capace di bloccare il flusso di petrolio in caso di pericolo, in modo da evitare disastri come quello degli ultimi tre mesi. Ma c’è da considerare che alla BP, come in altre aziende petrolifere, hanno risparmiato sui costi di sicurezza perché ci sono costi di estrazione già altissimi e, se fossero adottate le misure di sicurezza adeguate all’aumento dei rischi, dei costi e delle difficoltà di estrazione, il prezzo della benzina aumenterebbe ulteriormente. Ma quanti di noi, che già ci arrabbiamo per gli aumenti dei prezzi del carburante, fanno questo tipo di collegamenti? In quanti ci chiediamo a cosa sono dovuti gli aumenti di benzina e gasolio che, al di là delle tasse, costituiscono delle continue brutte sorprese quando ci fermiamo dal benzinaio?

Questi incidenti sono destinati ad aumentare, se per rispondere a una domanda crescente di petrolio occorrerà trivellare nuovi pozzi in luoghi rischiosi e difficili da raggiungere. E tutta l’indignazione mondiale e soprattutto americana nei confronti della BP serve decisamente a poco, se il mondo e soprattutto gli americani non faranno presto in modo di ridurre la domanda di petrolio, nonostante siano in molti ad affermare che il picco di produzione sia già stato raggiunto, ovvero che il petrolio consumato è già oggi più di quello che si riesce a trovare in nuovi giacimenti. Così nei deserti mediorientali come nelle profondità marine.

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