28/02/09

Vita precaria

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Renato “ex governatore (precario) della Sardegna e editore de L’Unità” Soru

Non più tardi di ieri: “L’Unità”, storico giornale del fu Piccì ora Piddì, sbatteva in prima pagina una storia di ordinaria disperazione, in quest’Italia di inizio millennio. Titolo: “Una vita precaria”. La storia: quella di Amalia, insegnante di Lettere precaria. Alle spalle: undici-anni-undici di precariato all’università; poi dieci-anni-dieci di altro precariato in giro per scuole (medie) varie. Davanti a sè: il nulla. Amalia oggi ha 46 anni, una figlia che il prossimo anno andrà al liceo e nessuna certezza. I tagli voluti dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini le hanno con tutta probabilità segato la cattedra. Dopo vent’anni di eterna gavetta , forse “dal prossimo anno, sarò disoccupata!”, gridava ieri Amalia dalle pagine bianche e rosse dell’Unità. E raccontava, senza falsi pudori, di essere disposta - e non da oggi - a tutto pur di lavorare: l’anno scorso “mi sono decisa a presentare la domanda come collaboratrice scolastica, bidella per capirci. E due settimane fa sono uscite le graduatorie definitive e ho ricevuto moltissime chiamate per incarichi annuali fino al 30 giugno. Ho risposto che per quest’anno ancora facevo la prof, ma di tenermi in considerazione per il prossimo anno”.

Da insegnante, a bidella. Una parabola discendente da mani nei capelli. Una storia, per certi versi, drammatica. Che l’Unità ha raccontato in maniera lacrimevole. E additando un unico colpevole: il ministro Gelmini e de relato il suo capobottega Berlusconi. Peccato solo che la vicenda di Amalia sulle pagine dell’Unità non sia meno lacrimevole di quella dell’Unità intesa come giornale. Negli ultimi mesi: il quotidiano del fu Piccì ora Piddì prima ha tagliato con il bisturi il formato; poi l’inserto satirico “Emme” con tutti quelli che ci lavoravano dentro; e ora si appresta ad imbracciare la scure. Sempre non più tardi di ieri: la “Nuove iniziative editoriali (Nie)” - editore dell’Unità e da maggio 2008 di proprietà dell’ex governatore piddino della Sardegna, Renato Soru - ha annunciato al comitato di redazione una vera e propria cura da cavallo. I conti vanno male. E quindi per l’editore non c’è dubbio che tenga: il giornale che difende i precari, deve lasciare a casa innanzitutto i precari.

In breve: il piano di risanamento, per come è raccontato dai colleghi giornalisti de “La Stampa” di Torino, prevede un taglio degli stipendi del 40%. Una raffica di prepensionamenti. La chiusura totale di tutte le redazioni locali. La riduzione del numero delle pagine. Il taglio delle spese di diffusione. E appunto e dulcis in fundo: un taglio netto di tutte le collaborazioni e di tutti i contratti a termine. Per la “Nuove iniziative editoriali” di Renato Soru - che per la cronaca oltre che politico è pure padre-padrone del big delle telecomunicazioni Tiscali e ha un patrimonio personale stimato in circa 100 milioni di euro - non ci sarebbero molte alternative. Per il comitato di redazione: così si comprometterebbe il giornale e si colpirebbero particolarmente quei poverazzi della redazione che il “precariato” non solo lo raccontano, ma lo vivono sulla loro pelle.

Da giornale difensore dei precari, a licenziatore di giornalisti precari. Un’altra parabola discendente da mani nei capelli. Su cui Soru, personalmente, non ha speso una parola in pubblico. E i colleghi del Piddì, nemmeno. Tanto che dalla sede del partito - in largo Nazareno, a Roma - ieri non è arrivato alcun commento ufficiale. Qualcuno si è limitato, anonimamente, a dire a “La Stampa”, che non se lo aspettavano. Tutto lì? Tutto lì.

Tempo fa, quando ancora si era in campagna elettorale, il fu segretario del fu Piccì (poi Pds; quindi Ds) ora Piddì, Walter Veltroni prometteva di fare del suo partito, il nuovo partito dei i lavoratori. E di garantire uno stipendio minimo per i precari da 1.000 euro al mese. Proprio oggi il fu vicesegretario ora nuovo segretario Dario Franceschini - anche sull’onda della campagna stampa de L’Unità, che per la cronaca sta pure raccogliendo on line altre storie lacrimevoli di altri poveri precari (purchè probabilmente non giornalisti della testata) - ha trasformato la zuppa veltroniana in pan bagnato. E ha chiesto al governo di trovare i soldi per pagare il sussidio di disoccupazione anche a chi ha un contratto a tempo determinato. Che dire? Forse i leader del Partito democratico hanno davvero a cuore i precari. Ma quelli degli altri, però.

Fonte articolo

Firma la petizione per dire NO al NUCLEARE.

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TzeTze

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