31/03/09

Campagna-città 1 a 0

banca dell'agricoltore e del meccanico

Devo essere sincero.

Benchè ami la campagna, la natura ed il paesaggio; benchè indubbiamente, qualunque civiltà sostenibile debba partire dalla sostenibilità agricola, ovvero dalla gestione attenta e consapevole del territorio, senza sovrasfruttare il terreno e le falde, senza ricorrere a metodi di lavorazione che provochino dissesti, dilavamento ed erosione, o che usino cultivar, concimi o disinfestanti nocivi,tutto questo premesso ( respirone) non condivido la cosidetta visione "ruralista" ovvero quella speranza, secondo me almeno parzialmente infondata, che il ritorno di massa alla vita bucolica salverebbe l'umanità e con lei il pianeta.

I numeri, per molti paesi sono li a dircelo: in Italia, ad esempio, non hanno mai lavorato la terra più di 11 milioni di persone.

Nonostante i metodi ad alta intensità di lavoro umano dei nostri nonni e bisnonni.

In qualunque futuro proponibile, quindi, si deve prevedere che solo una percentuale della popolazione possa trovare il suo sostentamento materiale da un ritorno alla campagna.

Dobbiamo essere più bravi di così se vogliamo pensare ad una società che permetta a tutti coloro che vivono oggi nei nostri stati una vita decorosa (per non parlare del resto del pianeta).

Certo, gli orti urbani ci possono aiutare ma non basterebbero e non basteranno a mantenerci.

Tuttavia, come si è verificato tanto spesso nella storia, le campagne resistono meglio delle aree urbane alla crisi.

A parità di dissesto economico ( almeno fino a che mantiene la proprietà dei suoi beni e terreni) il contadino sopravvive meglio del bancario.

Sopratutto, anche in caso di sostanziale riduzione delle entrate o addirittura di fermo commerciale, non smette di lavorare, non è, a tutti gli effetti, MAI un disoccupato.

Al minimo continuerà a lavorare per garantire l'alimentazione a se ed alla sua famiglia.

Teorie?

Mica tanto.

mappa disoccupati usa gennaio 2009

Qui potete vedere il tasso di disoccupazione a Gennaio, negli USA.

Come vedete, con l'eccezione di un paio di stati del vecchio sud, gli stati tradizionalmente agricoli se la cavano MOLTO meglio di quelli classicamente basati su una economia industriale o finanziaria.

Campagna- città 1 a zero.

Da notare anche la crisi del Nevada.

Perchè?

Beh dico solo una parola: Las vegas...

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GLI HEDGE FUNDS PREPARANO LA "RISCOSSA"PRIMA DEL G20

Il rally è già finito. Ieri la notizia del “no” di Obama al piano di ristrutturazione di Gm e Chrysler e l’addio di Rick Wagoner hanno affondato le piazze di mezzo mondo, ma il peggio deve ancora arrivare e la conferma sta nei memo riservati che circolano fra i trader londinesi. I quali, già disillusi dall’azionario e sempre più propensi a operare di cfd e valute, ora hanno una certezza in più: a breve l’Ftse 100, il listino delle blue chip della Borsa di Londra e il Dow Jones crolleranno del 30%, il primo toccando quota 2800 punti dai 3880 attuali e il secondo pronto a precipitare a 5700 punti dai 7800 attuali.

Non è un caso che le scommesse maggiori in questo periodo siano fatte proprio stando corti sugli indici, ovvero puntando sul ribasso degli stessi: le azioni, di per sé, sono un mercato morto con books illiquidi e volumi bassissimi. Inoltre, un altro dato chiarisce quale sia la situazione del mercato: fino a 18 mesi fa oltre il 40% degli introiti dei principali operatori di trading on-line sui cfd arrivava da negoziazioni su singole azioni, ora questa voce incide solo per il 16%. Un tonfo, esattamente simile a quello che attende i principali indici azionari.

È il grande momento della speculazione, la rivincita degli hedge funds che alla vigilia del G20 che nelle intenzioni di molti avrebbe dovuto distruggerli attraverso una regolamentazione più stringente ora suonano la carica e lo fanno parlando direttamente alla gente: «Se vorrai fare soldi attraverso il credito o le azioni nei prossimi anni potrai farlo solo attraverso un hedge fund», dichiara tronfio David Yarrow del Clareville Capital di Londra. D’altronde, mutuando uno slogan dei cortei scesi nelle piazze di tutto il mondo in questi giorni, loro - i fondi speculativi - la crisi l’hanno già pagata: nel 2007 gestivano in tutto il mondo 1,9 trilioni di dollari, lo scorso anno sono scesi a 1,4.

Inoltre, un’altra notizia inquieta il mondo finanziario londinese: nel silenzio tipico della loro riservatezza, gli svizzeri hanno già trovato il modo di far pagare al mondo l’attacco senza precedenti al segreto bancario. Ovvero, tentare con facilitazioni di ogni genere i principali hedge funds affinché lascino Londra, dove il clima che lo contorna è ormai quello della caccia alle streghe, per trasferirsi proprio nella Confederazione Elvetica.

Anche perché, stando a quanto dichiarato sempre da David Yarrow, «anche le mele marce tra noi hanno danneggiato soltanto investitori altamente sofisticati e avveduti sui reali rischi. Nessuno, però, ha messo non un soldo ma anche soltanto un’intenzione per sostenere il nostro settore che, esattamente come quello bancario, dà lavoro a migliaia di persone».

Insomma, la crisi che doveva mettere il riga la finanza rischia di non poter fare a meno degli uomini che fino a ieri venivano additati come responsabili di ogni nefandezza. La parola d’ordine, per i prossimi mesi, è dump it, scaricare le azioni e scommettere al ribasso. La prima vittima sarà il sistema assicurativo, completamente al collasso nel Regno Unito e non certamente in salute negli Usa, dove le garanzie governative garantivano a giganti dai piedi di argilla come Aig di gestire miliardi di dollari poi bellamente investiti in Cdo e altri derivati di dubbia provenienza.

Forse, questa crisi nella crisi che ci attende porterà finalmente la riforma realmente richiesta: quella delle società di rating e il divieto per soggetto istituzionali o para-istituzionali di giocare sul mercato over-the-counter e dei pink sheets. Ovviamente molti hedge funds hanno shortato i cds di Lehman Brothers nel periodo immediatamente precedente al crollo, ma questo non è certo un delitto se comparato al fatto che molte banche continuavano a impacchettare prodotti Lehman dentro i veicoli di investimento e che le società di rating vedevano l’ex big newyorchese come un cavaliere imbattibile.

Il diluvio del mercato è alle porte, forse poi si comincerà a vedere un po’ di luce e non il falso sereno al neon di questi pochi giorni di rally forzato e imposto dalle sciagurate decisioni dell’amministrazione Obama. Restate fuori dall’azionario quindi, se dovete investire guardate indici e valute. E se avete oro, tenetelo stretto.

di Mauro Bottarelli

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Pino Maniaci il cronista irriverente

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La Russa, le tasse e gli F-35

Il Ministero della Difesa prevede l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin. La spesa complessiva per l'Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30 mila miliardi di vecchie lire). Su questo programma militare, denominato Joint Strike Fighter) l'amministrazione Usa esprime molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa di accantonarlo, per ragioni di priorità e di riequilibrio di bilancio. In Italia, invece, l'ampio consenso "bipartisan" al programma JSF.

"L'aumento delle tasse è l'ultima delle opzioni immaginabili. Bisogna invece ridurre le spese". Questo è quanto ha affermato il ministro della Difesa e reggente di An, Ignazio La Russa nel polemizzare con la proposta di Franceschini di "tassare i ricchi per dare ai poveri". A sostegno della praticabilità della sua tesi ha avuto l'imprudenza di affermare che lui, nel suo piccolo, ha deciso di ridurre del 20 per cento tutte le spese del suo ministero (l'intervista è stata pubblicata su La Repubblica del 12 marzo 2009). Essendo il dicastero da lui guidato quello della Difesa, non può che riempirci di gioia che un infatuato di "retorica militarista" come il ministro La Russa, sia stato così solerte a tagliare le spese militari, al contrario del predecessore "pacifista" Arturo Parisi che le aveva notevolmente aumentate e per il quale, di conseguenza, non si sente alcuna nostalgia.

E fin qui siamo al "carnevale" della politica italiana, dove il mondo è una realtà capovolta: il dritto è il rovescio, il bianco è il nero e Giulio Tremonti è José Bové dieci anni dopo il movimento di Seattle. Ma il diavolo - si sa - si nasconde nel dettaglio e mentre il ministro della Difesa si attribuisce un merito che non ha (la sforbiciata alle spese del 20% l'ha data Tremonti), sta preparando ai contribuenti italiani una sorpresa (con complicità bipartisan) che potrebbe costarci molto cara.
La notizia è passata inosservata ai più, ma nei giorni scorsi il ministro La Russa ha trasmesso alle commissioni difesa di camera e senato lo schema del programma di acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin (di cui Alenia Aeronautica produrrà le ali) e della costruzione della relativa linea di montaggio a Cameri (Novara), che dovrebbe entrare in funzione dal 2014. Da stime attendibili sul costo effettivo di ciascun aereo (a oggi) la spesa complessiva per l'Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30 mila miliardi di vecchie lire). Con i tempi che corrono sembra una follia avventurarsi su una spesa di questa natura ed entità, peraltro, destinata a dilatarsi nel tempo.

Su questo programma militare, denominato JSF (Joint Strike Fighter) la stessa amministrazione Usa esprime molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa di accantonarlo, per ragioni di priorità e di riequilibrio di bilancio. In Italia, invece, l'ampio consenso "bipartisan" al programma JSF, farebbe ipotizzare un iter complessivamente tranquillo. E', infatti, scontato che le commissioni parlamentari Difesa, dove si annidano le lobby del complesso militare - industriale, diano - nei trenta giorni previsti dalla legge - il loro parere consultivo positivo.

Di là delle ragioni etiche e politiche, sul piano economico bisogna pretendere che governo e parlamento dicano dove si prelevano i soldi necessari a dare copertura finanziaria a questo programma aggiuntivo di spesa. Possiamo accettare che tutte le volte che si affrontano i nodi della crisi, l'estensione degli ammortizzatori sociali, le misure a sostegno dell'economia reale e dell'occupazione, ci si scontri con i veri o presunti vincoli di bilancio, che in questo specifico caso sparirebbero d'incanto? Possiamo come sindacati dei lavoratori, come rappresentanti degli imprenditori, come società civile accettare uno schiaffo simile?

In questo caso non fa presa neppure giustificare una spesa di 15 miliardi di euro - prelevati dalle nostre tasse - per le ricadute tecnologiche e occupazionali: si parla di 600 nuovi occupati dal 2014 a Cameri, più un numero imprecisato nell'indotto. Se si investissero gli stessi soldi nei settori dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili si creerebbero dai 116 mila ai 203 mila nuovi posti di lavoro, sulla base di stime attendibili che tengono conto di quanto si è verificato in Germania negli ultimi dieci anni.

Come giustificare, inoltre, da parte degli stessi politici che per un'azienda che alla frontiera dell'innovazione tecnologica come la ST Microelectronics non si stanno trovando i soldi; che per settori manifatturieri ancora così importanti per il nostro paese - come l'elettrodomestico e il tessile - abbigliamento - si adottano misure "virtuali" di sostegno; che per la riorganizzazione dei trasporti ferroviari e urbani su rotaia non si prevedono risorse sufficienti. E.... a questi esempi potrebbero aggiungersene tantissimi altri.
Infine, dal punto di vista della Difesa, siamo così sicuri che sia prioritario per l'Italia dotarsi di una proiezione militare per attacchi aerei in scenari di guerra lontani dal nostro territorio e al contempo, scendere di sotto la decenza - per ragioni di bilancio - sull'operatività e gestione dell'esercito?

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Veolia: contribuire al miglioramento della qualità della vita?

Introduzione e traduzione di Monia Benini

Veolia è una multinazionale francese che da qualche anno ha invaso l'Europa comprando azioni di maggioranza di aziende di servizi essenziali come acqua (aumentandone le tariffe anche del 1000% come accaduto ad Aprilia)e rifiuti, oppure costruendo inceneritori in tutta Italia con risultati al vaglio della magistratura, come a Brindisi e Pietrasanta:
Ma di cos'altro si occupa Veolia? Le attività sono descritte sul sito ufficiale, ma si può trovare qualche informazione utile anche attraverso la rete.

Una società francese gestisce i servizi di autobus israeliani negli insediamenti
Adri Nieuwhof e Daniel Machover, The Electronic Intifada.

La campagna internazionale “Far deragliare Veolia e Alstom” sta acquistando slancio, attraverso il coordinamento degli sforzi per esercitare pressione sui giganti del trasporto francese Veolia e Alstom affinchè si ritirino dal progetto israeliano della tramvia di Gerusalemme che corre illegalmente in territorio palestinese. Con il suo coinvolgimento in questo progetto, Veolia è direttamente coinvolta nel mantenimento degli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati e la società svolge un ruolo fondamentale nel tentativo di Israele di annettersi irreversibilmente Gerusalemme Est (palestinese).

Veolia, per esempio, è fortemente coinvolta nel progetto con una quota del cinque per cento nel Consorzio City Pass che detiene il contratto con lo Stato di Israele per la costruzione della tramvia. La società francese ha anche un contratto di 30 anni in qualità di gestore della tramvia. Gli attivisti e gli avvocati provenienti da Israele, Palestina, Australia, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito, condividono le informazioni e lavorano insieme per informare il pubblico, influenzare i governi locali e i politici, e intraprendere un'azione legale su questo problema.

Le attività di trasporto ferroviario leggero di Veolia a Gerusalemme non sono solo in violazione del diritto internazionale, ma anche in contrasto con gli impegni della società per quanto riguarda i codici di condotta e le convenzioni che regolano l'attività delle imprese multinazionali. Come società transnazionale, Veolia deve essere conforme alle norme internazionali che disciplinano la responsabilità delle imprese in materia di diritti umani. Questi includono: la Dichiarazione tripartita dei Principi sulle Imprese Multinazionali e la Politica Sociale (2000); le Norme delle Nazioni Unite sulla responsabilità delle imprese transnazionali (2003); le Linee guida dell'OCSE per le imprese multinazionali (2000), comprese le linee guida in materia di zone con governance debole; il Global Compact delle Nazioni Unite (2000).
È da notare che Veolia non è solo uno dei partecipanti al Global Compact delle Nazioni Unite, ma (ironia della sorte, ndr) ha anche contribuito alla Fondazione per il Global Compact. I suoi primi due principi stabiliscono che le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani internazionali nelle loro sfere di influenza, e assicurarsi che non siano complici di violazioni dei diritti umani. E’ evidente che attraverso la partecipazione nella costruzione e nella manutenzione del tram a Gerusalemme, Veolia si pone in flagrante violazione di tali disposizioni.

La dolorosa perdita da parte di Veolia di un contratto di $ 4,5 miliardi a Stoccolma è riecheggiata in Scandinavia. Alla fine del febbraio 2009 la commissione finanziaria della città di Oslo ha adottato una politica di chiusura delle attività con le aziende coinvolte in violazioni del diritto internazionale. Tale proposta politica deve essere ratificata dal Consiglio Comunale. I partiti a favore della scelta politica - il partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra e il Partito della Sinistra - detengono la maggioranza nel consiglio comunale. La forza trainante di questa posizione politica è lo storico membro del consiglio comunale della città Erling Folkvord del Partito Rosso. In un'intervista con la rivista elettronica Frontlinjer, Folkvord ha dichiarato: "questo sistema di trasporto stile apartheid rafforza l'occupazione e l'annessione di terre palestinesi. In questo modo il progetto contribuisce alla colonizzazione del territorio palestinese". Veolia ha un contratto per la raccolta dei rifiuti a Oslo. Secondo Folkvord la nuova politica avrà conseguenze per Veolia a Oslo.

Veolia è non solo coinvolta nell'illegale tramvia a Gerusalemme. Nel dicembre 2008, The Electronic Intifada ha riportato i risultati del “Chi approfitta dell'Occupazione?”, da cui emerge che Veolia è anche coinvolto nel dumping illegale di rifiuti provenienti da Israele e dalla discarica degli insediamenti di Tovlan nella valle del Giordano. Veolia si rivela essere un fedele partner per Israele nella colonizzazione della Palestina. Dopo aver ricevuto un consiglio da qualcuno che partecipa alla campagna “Far deragliare Veolia”, la ricerca effettuata da “Chi approfitta dell’Occupazione?” conferma che Veolia ha in gestione i servizi di autobus 109 e 110 da Gerusalemme Ovest agli insediamenti nella West Bank; l'autobus Connex 110 passa attraverso la strada 443 in Cisgiordania e serve gli insediamenti di Mevo Horon e Givat Zeev. Gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e l'annessione di Gerusalemme est sono illegali secondo il diritto internazionale. Numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2004 sul muro di Israele in Cisgiordania hanno confermato che gli insediamenti violano l'articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, in cui si afferma che "la potenza occupante non deve portare o trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa ". Eseguendo servizi di autobus Veolia è direttamente coinvolta nel mantenimento degli insediamenti illegali negli OPT.

Nel dicembre del 2005, Amnesty International in Francia ha invitato Veolia a discutere le sue risultanze circa l'illegittimità della tramvia. La società rifiutò l'invito di Amnesty, ma informò di aver nominato un esperto legale indipendente per lo studio del file. A distanza di tre anni si può concludere che Veolia non è più tornata sulla questione delle attività illegali di Israele, che facilitano l'occupazione della Palestina.Gli attivisti ritengono che un giusto dibattito pubblico su questi temi potrebbe essere illuminato dalla pubblicazione da parte di Veolia dei pareri ricevuti: dopo tutto, che cosa ha da nascondere Veolia se è orgogliosa delle sue attività economiche nei Territori Palestinesi Occupati?

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CRIMINE FINANZIARIO IN AMERICA

Un altro giorno, un altro schema di Ponzi

Questa volta è la Millenium Bank nei Caraibi orientali ad assere accusata di una truffa di soli 65 milioni di dollari (a quanto si dice, il re del Ponzi Bernard Madoff si sarebbe intascato 65 miliardi di dollari). I regolatori sostengono che è in corso un “ponzimonium” con moltisse nuove indagini aperte. Stiamo parlando di un reato istituzionale dilagante, non solo di un furto individuale.

Il ruolo delle oscure, in larga parte non denunciate, istituzioni “off-shore” sta lentamente emergendo come una componente di un progetto criminale più ampio. C’è la notizia che “è stata presentata una denuncia di una class action nei confronti di diverse persone giuridiche e persone fisiche off-shore per conto di investitori in quattro hedge fund che, a quanto si dice, hanno perso oltre 3 miliardi di dollari nella truffa di Bernard Madoff”.

Sulla terraferma, a New York, il procuratore capo Andrew Cuomo ha emesso nuovi mandati di comparizione per AIG. L’ex governatore Eliot Spitzer dice che il problema non riguarda solamente i bonus di milioni di dollari provenienti dai salvataggi governativi che vanno alle “controparti” – le società che facevano affari con lo sciagurato assicuratore che ha appena cambiato il proprio nome.

Notizia sul Wall Street Journal: “I contratti CDS erano al centro del tracollo di AIG”, ha detto Cuomo in una dichiarazione. “Il problema è se i contratti sono stati diminuiti in modo corretto e competente o se sono diventati uno strumento per incanalare miliardi di dollari dei contribuenti per capitalizzare le banche di tutto il mondo.”

I seguaci di Obama devono preoccuparsi della capacità dei colletti bianchi imbroglioni di scardinare i loro programmi perché stanno allestendo indagini proprie su coloro che hanno sottratto i fondi del salvataggio.

Notizia su un giornale di Memphis: “Eil M. Barofsky, l’ispettore speciale per il programma di recupero per i beni in difficultà (TARP) ha recentemente annunciato la creazione di un’ampia task force multi-agenzia con lo scopo di scoraggiare, scoprire e indagare i casi di truffa nel prossimo programma per l’agevolazione dei prestiti per titoli garantiti dai beni (TALF)”.

Sanno con chi hanno a che fare. E’ sempre stato più semplice rubare ad una banca con penne stilografiche e trasferimenti elettronici che con le pistole in pugno in una rapina a mano armata.

Nella Carolina del Nord, un giudice ha condannato Lance Poulsen, ex amministratore delegato della National Century Financial Enterprises, a 30 anni per truffa sui titoli. Ha detto il giudice, “Poulsen era l’artefice di una truffa di una tale portata che avrebbe fatto rabbrividire gli esperti di finanza”.

I giudici potrebbero anche rabbrividire ma i nostri media stanno minimizzando la dimensione dei reati che stanno dietro al crollo della nostra economia. Il problema non sembra nemmeno avere una priorità alta per l’amministrazione Obama. Il presidente ha denunciato la “speculazione sconsiderata” ma si preoccupa di iniettare altro denaro nelle banche invece di stanare gli imbroglioni che Franklin Roosevelt chiamava “bankster”.

Ricordate che questa crisi è iniziata con lo scoppio della bolla immobiliare. L’FBI ha definito la truffa dei mutui “un’epidemia” e spiega che “le migliaia di indagini in corso per truffa finanziaria stanno mettendo a dura prova l’abilità del Bureau di fronteggiare gli altri reati. Un’esplosione di casi di truffa sui mutui ha ridotto l’FBI talmente all’osso che sta facendo davvero fatica ad indagare sugli altri reati dei colletti bianchi”.

L’FBI ha 250 agenti che indagano su questi reati, rispetto agli oltre 1.000 che gestivano la crisi delle casse di risparmio negli anni ’80. Molti esperti in reati societari sono stati riassegnati a combattere il terrorismo. Il Tri-State Defender di Memphis riferisce:

“Il Federal Bureau of Investigation ha detto di aver ricevuto lo scorso anno 46.717 denunce di attività sospette relative alla truffa sui mutui – rispetto alle 45.617 nel 2006 e alle 6.936 nel 2003. Alla fine dell’anno fiscale 2007, il Bureau si stava occupando di poco più di 1.200 indagini per truffa sui mutui – un aumento del 47 per cento rispetto al 2006. Questo cifra ha toccato quota 1.600 nell’anno fiscale corrente.

Il mese scorso il vicedirettore dell’FBI Pistole ha riferito alla Commissione Giustizia del Senato che l’agenzia sta indagando su 530 casi di palese truffa societaria, compresi 38 casi direttamente correlati all’attuale crisi finanziaria. Pistole ha sottolineato che le indagini sulle truffe stavano mettendo a dura prova il personale.

“L’aumento dei casi di truffe societarie, truffe sui mutui e fallimenti degli istituti finanziari sta mettendo a dura prova le limitate risorse dell’FBI sui reati dei colletti bianchi”, ha detto.

Il direttore dell’FBI Mueller ha riferito ai senatori che il Dipartimento di Giustizia e il Bureau stanno lavorando su “quelli che chiamiamo processi accelerati in vari settori e... stiamo dando la priorità ai nostri casi per colpire le situazioni più macroscopiche e mandare in galera quelle persone”.

La rete per la lotta contro i reati finanziari (FinCEN) ha pubblicato un nuovo rapporto che mostra come i soggetti denunciati per sospetta truffa sui mutui ipotecari potrebbero essere anche coinvolti in altri reati finanziari come truffe sugli assegni, riciclaggio, manipolazioni azionarie, il cosiddetto “structuring” per evitare le registrazioni durante le transazioni valutarie e altri generi di reati. Dai Rapporti di Attività Sospette (RAS) sugli istituti di credito, la FinCEN ha identificato all’incirca 156.000 soggetti di truffa sui mutui, e ha trovato che 2.360 erano stati denunciati per attività sospette in 3.680 altri tipi di RAS.

“Questo studio analizza la possibile interrelazione di attività illecite che avvengono tra diversi settori finanziari. I criminali tentano di sfruttare qualsiasi vulnerabilità per commettere una truffa e riciclare denaro sporco tramite una serie di istituti finanziari” ha detto il direttore della FinCEN James H. Freis Jr. “La natura interconnessa dell’attività sospetta attraverso molteplici settori finanziari coperti dalle regolamentazioni della legge sul segreto bancario della FinCEN sottolinea l’immenso valore di combinare le analisi provenienti dai diversi settori con lo scopo di rilevare e contrastare l’attività criminale”.

L’intero approccio reato per reato sta avendo risultati minimi e non coglie il problema di fondo. Potremmo riandare ad una crisi precedente e vedere cosa fu fatto allora per combattere quello che John Kenneth Gailbraith denunciò come un diffuso “furto societario”.

Gailbraith ricordò la Commissione Pecora che nel 1932 indagò sulle cause del crollo del 1929 e che portò alla luce una vasta serie di pratiche illecite da parte delle banche e dei loro affiliati.

Una voce su Wikipedia spiega: “Queste comprendevano una serie di conflitti di interesse come la sottoscrizione di titoli adulterati per ripagare i pessimi prestiti delle banche e i ‘fondi comuni operativi’ per sostenere i prezzi delle azioni bancarie. Ci fu grande indignazione all’epoca quando il banchiere JP Morgan ammise di non aver pagato le tasse per due anni. Il capo della commissione Ferdinand Pecora disse: “I cavilli legali e il più completo anonimato erano i più formidabili alleati dei banchieri”.

Per qualche motivo queste lezioni sono andate sono perdute. L’amnesia del passato ha contribuito alla rinnegazione del presente. Abbiamo bisogno di una nuova Commissione Pecora con il potere per citare in giudizio per indagare sulle cause di questa crisi – ed è un peccato che un uomo della statura di John Kenneth Gailbraith non sia più in vita per presiederla.

Il senatore Bernie Sanders sta chiedendo la composizione di una commissione simile dotata di uno staff investigativo e il potere per citare in giudizio. Perché tutti i gruppi progressisti, i media, i sindacati e tutte le organizzazioni interessate non appoggiano quest’appello? Abbiamo bisogno di professionisti come Eliot Spitzer che hanno denunciato le pratiche di prestito rapace. C’è bisogno di persone che siano state a Wall Street per capire i trucchetti di Wall Street.

Abbiamo bisogno di indagare su quei 5 miliardi di dollari che queste società hanno speso per riscrivere le leggi e deregolamentare. Abbiamo bisogno di sapere quali politici hanno preso mazzette ed eseguito gli ordini. Abbiamo bisogno di mandare la gente in galera, non di compiere un salvataggio.

Abbiamo bisogno di ricordare l’analisi di Balzac: “Dietro ogni grande fortuna si annida un crimine”. Ma Balzac non era l’unico grande pensatore dotato di perspicacia. “In una società chiusa nella quale tutti sono colpevoli, l’unico vero crimine è farsi prendere”, scriveva Hunter S. Thompson. “In un mondo di ladri, l’unico peccato mortale è la stupidità.” E questo non vale solamente per i colpevoli.

di Danny Schechter

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Le bugie di Sacconi sulle modifiche al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro

Il clamore giornalistico suscitato dal congresso del "neonato" PDL (ovvero la certificazione ufficiale dell'annessione di Alleanza Nazionale all'interno di Forza Italia), oltre che a rinvigorire l'immagine già sacra e da iconolatria del Dominus Maximus Silvio Berlusconi, ha consentito di portare in secondo piano una significativa opera di restaurazione del passato fatta proprio in questi stessi giorni: la modifica del Testo Unico 2008 sulla sicurezza sul lavoro.

Appena 5 giorni fa illustravo come l'ultima circolare INPS, basata sulla direttiva ministeriale Sacconi del settembre scorso, era improntata ad una forte riduzione dei controlli nelle aziende sulle irregolarità contrattuali e lavorative.
Visti i presupposti, temevo che applicassero la stessa logica del "non disturbiamo gli imprenditori dell'illegalità" anche ai controlli sulla sicurezza sul posto di lavoro.
Ed infatti, nessun colpo di scena.

"Viene introdotta una rivisitazione dell'importo da corrispondere. Le ammende e le sanzioni vengono correlate all'aumento dei prezzi al consumo (base Istat), dal 1994 ad oggi. Il governo ha stabilito una maggiorazione del 50% rispetto a quanto indicato nella 626/94".

Questi sono i termini con cui il Corriere della Sera (ma non solo) illustra il decreto correttivo. Peccato che si tratti non di una bugia, ma di una falsa verità.
Il decreto correttivo "Sacconi" [PDF], oltre a ridurre le possibilità di controllo e i casi di applicazione di multe e pene, riduce sistematicamente tutte le sanzioni pecuniarie previste dal precedente provvedimento. In alcuni casi con sconti anche dell'80/90%. Ma anziché parlare di sconti di pena rispetto al provvedimento vigente, lo si fa in relazione alle multe previste 15 anni fa.
Un bel segnale da dare alle imprese che guardano alla sicurezza del lavoratore come un optional. Così come sembrerebbe fare anche l'attuale compagine governativa.

Ma come accade per ogni buon governo italiano che si rispetti, ecco qui che al danno si aggiunge la beffa: mentre i datori di lavoro vanno incontro a sconti di pena (sia in termini detentivi che pecuniari) che si aggirano in media sul 60%, con picchi dell'85%, e i delegati alla sicurezza saranno soggetti a sanzioni sostanzialmente in linea con le precedenti, così come per il personale medico, i singoli lavoratori vedranno aumentare parzialmente le pene cui sono soggetti.
A tal fine, è sufficiente confrontare le pene degli articoli dal 56 al 59 (sanzioni per omessa valutazione dei rischi) del vecchio Testo Unico, con quello modificato [PDF] dal ministro Sacconi. Gli articoli successivi vengono modificati con modalità del tutto analoghe.

Pertanto, i datori di lavoro vedranno ridursi profondamente le proprie responsabilità, che andranno, invece, ad aumentare per i singoli lavoratori. Un concetto ispirato evidentemente alle più limpide ed ottimali norme democratiche.

Ma questo è solo l'inizio.

L'articolo 14 del vecchio T.U. prevedeva la sospensione delle attività imprenditoriali qualora almeno il 20% delle maestranze risultasse sottoposto a gravi violazioni della sicurezza o alla violazione delle norme sul superamento dei tempi di lavoro e del riposo settimanale.
Con il nuovo testo Sacconi sparisce completamente il vincolo sulle norme dell'orario lavorativo e del riposo settimanale: lavorare 18 ore al giorno per 7 giorni a settimana non comporterà più la chiusura temporanea dell'attività.
Non solo. La sospensione verrà determinata non più dopo "reiterate" violazioni (cioè più violazioni commesse in un determinato arco di tempo) ma in caso di "plurime" violazioni, cioè più e più violazioni commesse in un preciso istante di tempo. In parole povere, violare la normativa 300 volte all'anno non comporterà più la chiusura, violarla in 2 modi diversi lo stesso giorno sì.

Per di più, la certificazione della regolarità del sistema lavorativo complessivo, che finora era "vincolante" per poter accedere ad una gara d'appalto pubblica (articolo 27), ora diventa solo "preferenziale".

Infine, la possibilità di scegliere una pena pecuniaria al posto di quella detentiva (per le infrazioni più gravi), prima vietata a chi già sottoposto ad una condanna definitiva passata in giudicato, ora viene invece permessa anche ai recidivi (articolo 302).

Sacconi informa che Confindustria, CISL, UIL e UGL sarebbero propensi ad accettare il nuovo "protocollo". La cosa più triste è che forse questa è realmente l'unica dichiarazione tra tutte quelle fatte dal ministro Sacconi che corrisponde a verità.

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Per la cronaca

Silvio Berlusconi, Mara Carfagna, intercettazioni, bamboccioni, bamboccioni alla riscossa

Noi l’avevamo già detto qui. Ma ora anche la stampa titolata pare risvegliarsi. E accendere di nuovo i riflettori sul problemuccio che ci si para davanti. Quell’oggetto volante non identificato chiamato debito pubblico italiano rischia - seriamente - di esploderci in faccia come un petardo. Mentre ogni asta di titoli di stato - e non solo nel Belpaese - assomiglia sempre di più a una partita al cardiopalma.

Per la cronaca. A sollevare il problema - con un editoriale; sull’inserto “Affari e Finanza” di Repubblica - è stato Massimo Giannini. Che di “Repubblica”, appunto, è vicedirettore. E che oggi ha ricordato un fattarello passato quasi inosservato in Italia e accaduto a Londra non più tardi di mercoledì scorso: lo stato inglese, infatti, “per la prima volta da anni - scrive il vicedirettore di Repubblica - ha avuto grosse difficoltà a collocare 1 miliardo e 750 milioni di “gilt” (cioè titoli di Stato, ndA) quarantennali”. Non solo. Ma sempre mercoledì: “Il Tesoro americano ha emesso obbligazioni quinquennali a un tasso di interesse (…) molto superiore alle attese, a conferma di una prevedibile insufficienza di richiesta del mercato”, ha ricordato Giannini.

Nulla di nuovo sotto il sole. E’ la crisi finanziaria - la più grande dalla Grande depressione (Fondo monetario internazionale dixit) - che avanza. Gli Stati - un po’ tutti: dagli Usa alla Cina - si stanno indebitando per spingere l’economia. E emettendo titoli di stato a nastro. Risultato - e come aveva previsto il nostro ministro delle Finanze, Giulio Tremonti (ben inteso: prima della conversione a “U” in direzione ottimismo berlusconiano) - : il mercato dei debiti pubblici è sempre più affollato. Ma di debiti da piazzare. E non di compratori.

Sia come sia. Doppia conclusione del vicedirettore di “Repubblica”. Primo: “Non c’è bisogno di essere “corvi”, per capire che se fenomeni di questo tipo si ripetessero, il rischio di default a catena, per non pochi stati, sarebbe dietro l’angolo”. E secondo: certo, “l’Italia, per ora, resiste bene”, ma solo oggi (venerdì 30 marzo 2009) il Belpaese metterà sul mercato altri dieci miliardi di titoli di stato. Quindi e visto l’andazzo: “Come reagirà il mercato? - si è chiesto Giannini - La speranza è che gli operatori assorbano tutto senza problemi. Ma ogni asta (non solo in Italia, su tutte le piazze) rischia ormai di trasformarsi in un terno al Lotto”.

Un’analisi ineccepibile. Ma da far saltar sulla sedia. E che - ci perdonino i lettori per la nostra ossessione sugli spazi, ma le notizie sono come i carciofi: se le vuoi vendere, le devi mettere in vetrina - avrebbe meritato la prima pagina; non una colonnina su un inserto che leggeranno in tre(mila). Comunque: Il fatto che il tema del debito in generale e quello del nostro debituccio in particolare - che a gennaio 2009 ha raggiunto la cifra record di 1.670 miliardi di euro (pari, in vecchie lire, all’ormai impronunciabile cifra di 3.233.570.900.000.000) - sia tornato alla ribalta è già un passo avanti.

Ma: a quando l’ingresso della questioncella nel fumoso dibattito politico, magari al posto delle inaugurazioni di nuovi partiti nati vecchi (con tanto di paillettes e di ministre pon pon)? E soprattutto: a quando uno straccio di ipotesi di soluzione (sempre che ce ne sia una)? Non per altro. E’ che magari ce la sfanghiamo anche ’sta volta. Ma vivere su un Titanic eternamente alla deriva - o se preferite come se avessimo una bomba (il debito) innescata sotto il sedere - non è il massimo. Nè tantomeno una garanzia per il futuro. Sempre che un futuro, per questo ex Belpaese, ci sia per davvero.

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30/03/09

Pino Maniaci, giornalista abusivo

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Pino Maniaci è stato rinviato a giudizio per aver fatto il giornalista senza tesserino. Maniaci conduce il telegiornale di Telejato, una emittente di Partinico in provincia di Palermo. Ha denunciato più volte la mafia. In cambio è stato minacciato, ha subito un pestaggio ed è stato querelato 200 volte. E' chiaro che non è un giornalista. Maniaci ha rifiutato di iscriversi all'albo dei giornalisti. Si sarebbe trovato in compagnia di Riotta, Belpietro, Fede, Giordano. E' uno che ci tiene alla sua reputazione. In Italia chi racconta la verità è un giornalista abusivo.

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Passaparola. 30/03/2009. I nuovi padri della patria

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Differenziata Porta a Porta

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Che Bruno Vespa facesse informazione a modo suo, ce ne siamo accorti un po’ tutti. Ma che fosse capace di cotanta maestria, davvero è uno spettacolo per gli occhi.
Puntata di Porta a Porta di lunedì 23 marzo, servizio di Roberto Arditti (ex portavoce del ministro Scajola: link) dal titolo “ Nel ’93 chi l’avrebbe mai detto?”.
L’ingegnoso Arditti riassume con provetta capacità l’escalation politica del nostro Premier Silvio Berlusconi. Una strada impervia, piena di difficoltà, ma che il Nostro è riuscito a percorrere indenne fino ad arrivare per la quarta volta alla presidenza del consiglio (e chissà se con questo zelo non riuscirà pure ad arrivare oltre…magari a capo dello Stato).
Nessuna ombra sul prode Cavaliere tranne, nel 1994, un piccolo avviso di garanzia della procura di Milano, che purtroppo ha minato l’equilibrio del suo Governo, che cadde. Questo secondo Roberto Arditti con evidente buona pace di Bruno Vespa.
Ma rileggendo i giornali, e soprattutto l’ordinanza del 15 maggio 2001 del giudice Carlo Bianchetti, sembra che non sia andata proprio in questo modo (LINK).
Secondo il GIP di Brescia alla causa «del cosiddetto "ribaltone" è stata sostanzialmente estranea la vicenda dell'invito a presentarsi, dal momento che, secondo la testimonianza dell'allora ministro Maroni, la decisione della Lega Nord di "sfiduciare" il governo Berlusconi (decisione che era stata determinante nella caduta dell'Esecutivo) era stata formalizzata il 6 novembre 1994, e perciò due settimane prima».
Allora il Governo non è caduto per colpa dell’avviso di garanzia, come si dice a Porta a Porta (e come sostiene anche Silvio Berlusconi (quindi Cicchitto, Bondi, Giovannardi ect..), ma perché la Lega non ha dato la sua fiducia, almeno così dice un giudice (e non della Procura ROSSA di Milano, ma quella NEUTRA di Brescia) dopo aver analizzato carte e documenti.
Bruno Bruno Bruno…che fai confondi le carte in tavola?
Sarà una svista, andiamo avanti col documentario degno di History Channel.
Nel 1998, dopo che Bertinotti gli fa il favore di lasciare la maggioranza, inizia “la rimonta del Cavaliere che ricuce con la Lega e riporta Bossi nella sala comando dell’alleanza”.
Nel 2001 Berlusconi si prende la sua rivincita concludendo il suo mandato come solo De Gasperi era riuscito a fare (sic!), ma nel 2006 Prodi anche se con pochi seggi di vantaggio vince e comincia a governare.
Gennaio 2008, il crollo, inaspettato (considerando i pochi seggi di vantaggio, chi l’avrebbe mai detto?) e funesto peggio di quello della Borsa del 1929. La causa? Mastella «ritira i suoi senatori a seguito di un inchiesta, rivelatasi INFONDATA, che ha portato all’arresto della moglie Sandra».
Prodi però ci dà un’altra versione dei fatti che, senza nulla togliere alle capacità riassuntive dell’Arditti, è un po’ più autorevole, visto che stiamo parlando di un ex presidente del consiglio.
Ecco il video di Prodi dove svela un interessante retroscena da Fazio:

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GLI INVESTITORI GLOBALI CONSIDERANO LE CONSEGUENZE DEL CROLLO DEL DOLLARO

La borghesia mondiale sta cominciando a prendere atto delle conseguenze del grosso deficit derivante dalla creazione di nuovo denaro liquido e dalle grosse spese che l’ amministrazione Obama sta usando per finanziare il salvataggio di Wall Street e delle principali banche. Mentre questa politica sta facendo sorgere sempre piú domande riguardo il valore del dollaro americano, gli osservatori stanno valutando l’ opportunitá e le conseguenze di un minore peso della valuta americana nel quadro internazionale.

Il presidente Obama, durante la conferenza stampa del 24 marzo, ha commentato per la prima volta la proposta della Cina di istituire una valuta internazionale controllata dal Fondo Monetario Internazionale. ‘’Per quanto riguarda la fiducia nell’ economia degli Stati Uniti e il dollaro’’, ha detto Obama, ‘’vorrei puntualizzare che il dollaro é particolarmente forte in questo momento; e questo perché gli investitori considerano l’ economia statunitense la piú forte nel mondo, col sistema politico piú stabile. Non c’è bisogno di ulteriori parole per prendere atto di questo’’, ha aggiunto Obama.

Interrogato ancora sulla moneta globale Obama ha detto soltanto:’’non credo ci sia bisogno di una simile valuta’’.

Meno di 24 ore dopo, le parole di Obama venivano criticate dal suo segretario del tesoro, Timothy Geithner. In una riunione del CFR [Council of Foreign Relations, ndt] tenutasi ieri mattina, Geithner ha lodato Zhou Xiaochuan della banca centrale cinese per la sua saggezza ed ha descritto l’ introduzione di una valuta internazionale basata sui cosiddetti Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del Fondo Monetario Internazionale una proposta ‘’degna di considerazione’’.

Come è stato riportato da un’ agenzia di stampa, il mediatore del CFR Roger Altman ha riferito a Geithner che sarebbe auspicabile affrontare la questione, ed ha chiesto allo stesso segretario del tesoro se prevede una variazione riguardo la centralitá del dollaro. ‘’Non ne ho idea’’, ha risposto Geithner, facendo diverse promesse tra cui: “faremo tutto il necessario per dire che stiamo dando credibilitá ai nostri mercati finanziari’’.

Mentre il dollaro cominciava a crollare nei mercati valutari, Geithner veniva invitato a dare una intervista pomeridiana sul canale televisivo di informazione finanziaria CNBC. Riguardo il pericolo che gli investitori esteri potrebbero non acquistare dollari, Geithner ha dichiarato il supporto ad una politica del ‘dollaro forte’ ed ha negato una mancanza di fiducia nella moneta americana. Inoltre ha annunciato un forte impegno per una ‘politica fiscale responsabile’ che veda il deficit nel budget degli USA diminuire rapidamente.

In realtá la coniazione e il prestito di trilioni di dollari a beneficio di Wall Street e delle maggiori banche statunitensi ha fatto calare la fiducia nel dollaro: la moneta piú usata negli scambi internazionali. Le affermazioni del governo americano riguardo il valore del dollaro sono pure menzogne: la moneta statunitense non era mai stata cosi debole rispetto alle altre principali valute. Mentre lo yen è a 97.71, il dollaro è di molto sotto i cento punti yen. Mentre 6 anni fa 1 dollaro valeva 0.93861 euro, oggi é valutato 0.7387 euro.

L’ impegno di Geithner per una ‘’politica fiscale responsabile’’, in una situazione in cui centinaia di milioni di dollari vengono profusi alle banche, puó soltanto significare un taglio massiccio a politiche sociali come assistenza sanitaria e previdenza sociale. Questo è il significato dei ripetuti riferimenti di Obama ai tagli nei costi per l’ assistenza sanitaria durante la conferenza stampa del 24 marzo.

Ancora piú sorprendentemente, il governo Obama ha evitato ogni dichiarazione riguardo la neccessitá e l’ efficacia di nuovi sistemi di valuta, e in particolar modo riguardo la sempre crescente tensione tra USA e Cina. Le riserve monetarie della Cina sono valutate 2 trilioni di dollari, i due terzi dei quali consistono in dollari americani; questo fa della Cina il maggior possessore estero di valuta in dollari. Tali fondi vengono investiti in buoni del tesoro USA e negli istituti di credito ipotecario Fannie Mae e Freddie Mac, finanziati dallo stato.

‘’Abbiamo prestato grosse somme di denaro agli Stai Uniti, è chiaro che siamo preoccupati per la sicurezza delle nostre attivitá’’, aveva ammonito il premier cinese Wen Jiabao due settimane fa. La Federal Reserve, la banca centrale statunitense, annunciava il 18 marzo che avrebbe dato in prestito 300 mila miliardi di dollari al governo USA e 850 mila miliardi ai titolari di ipoteche, coniando cosi 1.15 trilioni di dollari. Ció fa parte del piano di salvataggio del sistema finanziario da parte del governo americano dello scorso anno, piano che comprende già 700 miliardi di dollari. Il governo aveva anche annunciato il 23 marzo il massiccio finanziamento agli investimenti privati per incoraggiare questi ultimi a pagare parte di 1 trilione di dollari per beni ipotecari fallimentari.

Questa strategia tende alla svalutazione del dollaro sui mercati internazionali, ed in particolare delle attivitá in dollari della Cina, attraverso un enorme gettito di dollari americani nei mercati internazionali stessi. Il 23 marzo Zhou ha proposto di porre fine al ruolo del dollaro come valuta della riserva globale.

La Cina non è comunque l’ unica nazione ad essere preoccupata. Il primo ministro Ceco Mierk Topolanek, il cui governo rappresenta l’ Europa in questo momento, ha seccamente definito la politica degli Stati Uniti ‘’la via per l’ inferno’’. Washington prevede 1.75 trilioni di dollari di deficit per il 2009, e 1.17 trilioni nel 2010. Topolanek ha fatto notare che il debito pubblico del governo statunitense sottrae cosi tanto ai fondi mondiali disponibili che gli altri mutuatari, come ad esempio i governi europei, non risultano in grado di raccogliere fondi sui mercati dei capitali a livello mondiale.

Le societá finanziarie si trovano ad essere a corto di dollari necessari per pagare le transazioni internazionali, in quanto la moneta americana serve per coprire le perdite derivanti dalle ipoteche e dalla crisi economica. In un programma annunciato l’11 di marzo, la banca centrale cinese ha proposto di aggirare il corto di dollari in Asia creando un sistema per i pagamenti negli scambi internazionali ad Hong Kong basato sullo yuan.

Parte della borghesia mondiale sta valutando le conseguenze del crollo dell’ attuale sistema del dollaro americano, cercando di valutare i vantaggi derivanti dalla crisi.

Nell’editoriale del 24 marzo ‘’Il piano della Cina per porre fine all’ era del dollaro’’, il Financial Times scrive che il piano di Zhou ‘’renderebbe piú difficile il finanziamento dei propri debiti da parte degli USA, ma l’ America non puó pretendere di vincolare gli altri stati alla propria propensione a generare domanda’’.

In altri termini, andando avanti in questa direzione in cui gli USA coniano dollari per finanziare le spese, si crea il rischio di richieste affinché il denaro venga anche utilizzato per sostenere i lavoratori. Questo sarebbe inaccettabile per le borghesie americane e mondiali.

Come la rivista economica americana Barron’s spiega in un recente articolo: “l’ America puo’ effettivamente coniare dollari anche a favore del resto del mondo; ma immaginiamo che ognuno possieda una macchina stampa-soldi nel proprio scantinato: si spenderebbe come dei pazzi…. : ora provate ad estendere questo discorso a livello globale. Dal momento che il resto del mondo accetta la nostra moneta cartacea, noi in cambio saremmo costretti ad acquistare i loro prodotti o i loro beni’’.

In questo modo gli USA hanno finanziato il deficit del mercato negli ultimi dieci anni: valanghe di contanti, create mentre la borghesia USA licenziava i lavoratori, tagliava i salari e deindustrializzava l’ economia, venivano mandate all’ estero. Questi dollari sono stati restituiti come finanziamento delle importazioni USA, e gli esportatori di petrolio o prodotti artigianali, come la Cina, il Giappone, il Venezuela e la Russia hanno accumulato insieme trilioni di dollari americani nelle loro riserve estere di moneta.

Secondo il settimanale Barron’s sarebbe necessario un controllo alle spese degli Stati Uniti in quanto ‘’per la prima volta dai primi anni settanta gli USA corrono il rischio di subire forti pressioni internazionali. I maggiori creditori degli Stati Uniti potrebbero imporre agli USA un regime finanziario che non prevedeva [nemmeno] il sistema aureo in vigore appunto fino al 1971.”

Proprio il fatto che Burron’s immagina uno scenario simile lascia intravedere il potere della tensione oggettiva che sta crescendo all’ interno del sistema capitalistico. La rivista prevede una situazione in cui i maggiori creditori USA come la Cina rifiutano di concedere prestiti al governo statunitense, costringendo cosi Washington a tagliare le spese. Tutto questo porterebbe ad una situazione sociale esplosiva, in quanto il governo USA ha affermato di non avere fondi per finanziare la spesa sociale, dopo che lo stesso governo ha giá concesso trilioni di dollari alle banche e ai piú ricchi.

Titolo originale: "Global investors ponder implications of US dollar collapse"

di DI ALEX LANTIER

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LA DITTATURA DEL BERLUSCONARIATO. MASS MEDIA E DEMOCRAZIA AVANZATA

(NEL SENSO DI “QUEL CHE AVANZA DELLA DEMOCRAZIA”)

Alba grigia su Firenze. Stanotte sono stato sveglio a lungo, seguendo su una delle reti di mediaset la versione quasi integrale del discorso ufficiale di Silvio Berlusconi al Congresso di fondazione del Popolo della Libertà. Su un’opinione pubblica e una società civile diverse dalla nostra, lo spettacolo di un livello d’intelligenza e di libertà degno della dirigenza bulgara degli Anni Cinquanta avrebbe fatto uno straordinario effetto-boomerang e oggi ci sarebbero i picchetti per le strade. Ma, siccome le cose stanno andando altrimenti, a questo punto s’imporrebbe una riflessione seria su come nel Bel Paese la gente viene informata a proposito di quanto accade.


Berlusconi ci ha informato tranquillamente del fatto che in fondo tutto va bene e che l’importante è continuar a investire e a produrre, come se la crisi non esistesse e come se nulla di quanto gli ha spiegato a non dir altro il suo ministro Tremonti fosse degno d’interesse. Ci ha illustrato bontà sua sinteticamente le sue strategie politico-protagoniste che presto lo porteranno a guadagnare il 51% dei consensi e quindi inaugurare la fase cruciale della Dittatura del Berlusconariato: ma la bassa cucina politicastra delle tattiche di alleanza e degli scambi di favore tese a procurarsi maggioranze stabili non apparteneva alla roba che un tempo i politici discutevano neppure in aula, ma nel “transatlantico” o alla buvette? All’opinione pubblica dovrebbero interessare le idee e i programmi, non i metodi parlamentari messi in atto al fine di perseguire un fine?

Ci ha comunicato che entreremo senz’ombra di esitazioni nell’ennesima campagna di collaborazionismo militare con gli Stati Uniti senza nemmeno un’ombra di sospetto sul nuovo “atto di terrorismo annunziato” che è recentissimamente purtroppo servito al presidente Obama come alibi per annunziare una nuova fase della sciagurata occupazione dell’Afghanistan. Ha reso omaggio ai nostri caduti di Nassiriyah dimenticando che la responsabilità prima per la fine della loro vita ricade non sui sia pur spregevoli individui che ne hanno offeso la memoria raffigurandoli sulle piazze come manichini, bensì sul governo da lui presieduto che li ha mandati a morire in una guerra ingiusta, fondata su una menzogna (quella della detenzione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein), risolta in una destabilizzante aggressione di un paese membro dell’ONU ed estranea al reale interesse nazionale degli italiani (a parte qualche petroliere, alcuni speculatori, vari imprenditori-esportatori e parecchi mercenari armati in cerca di consistenti, redditizi ingaggi). Ci ha anche messi in guardia contro il persistente pericolo del comunismo.

Questa sequela di menzogne, di sciocchezze e d’infamie non ha provocato un brivido d’indignazione nell’assemblea di fanatici, di dipendenti partitico-aziendali e di astuti tattici politici pensosi del loro immediato “particulare” che lo attorniava e lo applaudiva: al contrario, ha suscitato un uragano di freneticamente bulgari applausi. E non ha procurato alcun contraccolpo in un’opinione pubblica ormai completamente narcotizzata. Ma fra i politici e l’opinione pubblica c’è un ceto professionale che dovrebbe far da mediatore di notizie: tutti quelli che lavorano, a qualunque titolo, nei mass media. In una “democrazia sana”, come si usa dire, giornalisti e opinion makers dovrebbero aver la funzione di una coscienza critica certo non monolitica, forse fatalmente non equidistante, ma quanto meno sveglia e ben conscia di dipendere senza dubbio dai datori di lavoro del singolo professionista dell’informazione, ma prima di tutto dall’opinione pubblica. E un pochino, diciamolo pure, dal fantasma della Liberta. E della Verita.

E allora: dove stiamo andando a finire, se non ci svegliamo? A che punto e la notte?

“Questa e la stampa, baby, e tu non puoi farci proprio nulla”. La conoscono tutti, questa battuta: una splendida stoccata dell’America di celluloide ancora in bianco-e-nero, quando si era convinti che i giornali fossero pieni di cavalieri senza macchia in lotta contro i draghi del potere e del danaro e che alla fine i buoni vincessero sempre.

Ebbene sì, babies, questa è la stampa: e non possiamo farci nulla. E anche la TV e tutto il resto dei mass media. E ancora nulla potremo farci in seguito, a meno che la crisi che ci sta arrivando addosso non sia davvero tanto seria da travolgere almeno alcuni degli equilibri ormai consolidati tra i “poteri forti”, la classe dirigente reale e i due principali ceti executives, cioe i “comitati d’affari” dei politici e i gestori dei mass media a cominciare dalle TV per finire alla carta stampata. Ma il nostro è un paese eccezionale: perchè, a parte la Paperopoli di Walt Disney che però è immaginaria, per quanto si sia da tempo cessato di ritenerla inverosimile, in nessun altra contrada del mondo, nemmeno nell’Africa centrale e in America latina, esiste un Presidente del Consiglio che sia proprietario anche di un grande network televisivo, di alcune case editrici e testate giornalistiche e addirittura padre-padrone di una squadra di calcio. Forse in qualche emirato del Golfo persico esistono situazioni mutatis mutandis simili: ma nemmeno là il Presidente-Proprietario è al tempo stesso plurinquisito, multincriminato, polisospettato e maxichiacchierato e continua a governare, a sfornar battute di spirito e a far la primadonna in TV informandoci perfino delle sue performances sessuali come se nulla fosse, ben certo che l’opinione pubblica del suo e purtroppo anche nostro paese è ormai narcotizzata a un punto tale da non riuscir neppure a ricordarsi che in fondo, fino a tempi poi non troppo lontani, un politico sospettato di qualcosa – anche se e quando la sua innocenza era più che palese – usava tirarsi in disparte e dimettersi o autosospendersi, a seconda dei casi, finchè, come si usava dire, “piena luce non fosse stata fatta”. Macchè: Berlusconi farà perfino il capolista onnipresente alle prossime elezioni europee, alla faccia delle normative che vietano a chiare lettere a un Presidente del Consiglio in carica di venir eletto al Parlamento Europeo: e quindi è ovvio che chi non può essere eletto non ha il diritto di candidarsi.

Stando così le cose in un paese considerato “a democrazia avanzata”, viene davvero il sospetto che tale espressione vada intesa nel senso di “un paese nel quale vige ormai quel che avanza della democrazia”. Probabilmente, se a questo punto da qualche parte nascesse un forte movimento di protesta, il governo potrebbe reprimerlo senza sollevare speciali rimostranze: e magari trattando da “guerriglieri” chi si fosse azzardato a protestare. Ma non ce ne sarà bisogno: dal momento che la nostra società civile non è affatto migliore – e qui aveva ragione Romano Prodi, quando si esprimeva con amara sincerità alla fine del suo infelice mandato - della classe politica che riesce ad esprimere, utilizzando fra l’altro senza far una grinza una legge elettorale costituzionalmente parlando sospetta come l’attuale, che accorda praticamente alle segreterie dei partiti il diritto di designare i candidati ai due rami del Parlamento e relega l’elettorato attivo a un puro ruolo di legittimazione formale. La legge istitutiva della camera dei Fasci e delle Corporazioni del ’38, che quanto meno lasciava intatto il meccanismo delle preferenze, era un tantino piu democratica di questa: a parte che la segreteria del PNF era una sola, mentre oggi le segreterie sono una manciata (ma a quanto apre concordi quando si tratat di elaborar le regole di spartizione della torta).

Stando cosi le cose, mentre sappiamo bene – oltre a Berlusconi, ai partiti politici, alla Confindustria, a De Benedetti, a Caltagirone e a qualcun altro – da chi dipendano sia le TV sia la carta stampata, parlare dei rapporti tra mass media e democrazia diviene ozioso: a meno che non s’intenda far dell’umorismo macabro.

In effetti, di solito e nel parlar comune il termine “democrazia” si contrappone a “dittatura” e/o a “totalitarismo”. Può darsi che ai tempi di Hannah Arendt le cose sembrassero star più o meno così: ma ormai sappiamo che non è vero. Le dittature, e addirittura i sistemi totalitari, non si fondano – a differenza delle oligarchie e dei sistemi autoritari “classici”, a la Horty – sulla demobilitazione delle folle o delle masse (o della “gente”, come si preferisce dire oggi; o delle “moltitudini”, a dirla con Antonio Negri), bensì al contrario sulla loro continua mobilitazione e sull’esercizio di un consenso che soltanto lo schematico e manicheo ottimismo di certi “sinceri democratici” può finger di credere sia e/o sia stato sempre ottenuto con i mezzi dell’intimidazione e della repressione. Al contrario di quel che si crede, tra “democrazie” e “totalitarismi” ( diciamo pure tirannidi), esiste un continuum, sia pure imperfetto e fatto di continue grandi e piccole rotture. Dopo alcuni mesi passati tra le dolci verdi colline e i boschi resinosi del Vermont. che somiglia tanto a certe contrade russe, Soljenitzin capì tutto di quell’Occidente che continua a essere incompreso a molti che ci sono nati e ci vivono “da sempre”: e non esitò a dichiarare che la differenza tra Unione Sovietica e beati Stati Uniti d’America (e con loro tutto il beato occidente) era che per far star zitto qualcuno la bisognava metterlo in galera, o spedirlo in manicomio, o ammazzarlo; mentre qua bastava staccargli il microfono. E tener ben attaccati, d’altronde, altri microfoni: quelli di chi ai bei tempi del “Questa e la stampa, baby” era o comunque dava l’impressione di essere (e spesso ci credevano essi per primi, e sinceramente) al servizio del pubblico, della “gente”, mentre oggi chi lavora in TV o nei giornali, anche se è megadirigente galattico (anzi, soprattutto in quel caso), sa benissimo di dover stare al servizio del suo datore di lavoro: e il peggio è che tutti accettiamo questa realta come se fosse ovvia, “normale”.

Al massimo, ci ripetiamo cinicamente che “è sempre successo”. No. Non è sempre successo; e anche se lo fosse, sarebbe giunta ormai l’ora di voltar pagina. Ma allora, dal momento che non possiamo aspettarci una democrazia garantita “dall’alto”, nella quale proprietari e padri-padroni graziosamente concedano ai loro subalterni di parlar alto e chiaro anche contro gli interessi di ditta o di bottega, non ci resta che sperare – “con disperata speranza”, come baroccamente si usa in questi casi dire – in una garanzia rivendicata e tutelata dal basso. E non è che non ce ne sia qualche segno. Dalla palude d’un popolo italiota i prevalenti interessi del quale – eterno calcio a parte – amano focalizzarsi su nobili obiettivi quali la mamma di Cogne, il delitto Meredith di Perugia, le vicende avvincenti dell’Isola dei Famosi e della Fattoria e i fini dibattiti moderati dalla signora Maria Filippi in Costanzo o del di lei consorte, con la domenica mattina gastronomica e il consueto Angelus da Piazza San Pietro, giunge qua e là qualche lontano brusio. Aumentano i sodalizi fondati sul volontariato, si muovono spontanei (o almeno auguriamoci lo siano) sodalizi di cittadini e, come dice Berlusconi, di “consumatori”, si registra un boom d’interesse fra gli studenti delle scuole medie per il problema della sete nel mondo e della commercializzazione dell’acqua potabile da parte di certe multinazionali. Si oserebbe affermare (e sperare?) che, nella misura in cui progredisce la crisi e la sua ombra si allunga inquietante sull’Europa, si riduce lo spazio del disinteresse, dell’alienazione, della tendenza a delegare senza esercitare un controllo sulla gestione delle deleghe accordate.

In Italia, molte cose non vanno. Promesse mai mantenute, lavori pubblici avviati e mai portati a compimento, grandi e piccoli drammi individuali e collettivi sui quali è caduto il generale disinteresse. Poi arriva un programma televisivo popolare e per giunta in una TV berlusconista, Striscia la Notizia. Le cose non vanno: Capitan Ventosa, pensaci tu. E l’avventuriero-reporter improbabilmente abbigliato piomba sugli Assessorati, plana sulle Sovrintendenze, si butta in picchiata sulle cosche di palazzinari e di usurai. Ma non c’è punto della penisola che non appartenga a una circoscrizione elettorale: non c’è metro quadro del Bel Paese sul quale arrivi Capitan Ventosa che non sia formalmente interessato dalla tutela di un parlamentare. Ebbene: dov’è l’onorevole, che cosa stanno facendo il senatore o la senatrice sul cui territorio c’è un ingorgo d’immondizia o le cui coste sono state invase da un’inattesa colata di cemento? Perchè lasciano l’avventuriero-reporter abbigliato da water a combattere da solo? Ecco: qua e là, un numero sempre piu alto di cittadini alza gli occhi dalla TV, stacca le orecchie dal telefonino, e se lo chiede. Chissà che la nuova democrazia partecipata non ricominci da qui.

di Franco Cardini

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La crisi vista da Garbage Patch

Se la crisi economica ti angoscia, puoi volare lontano. Seconda stella a destra: questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino. Non ti puoi sbagliare perché se segui la corrente, poi la strada la trovi da te. Porta a Garbage Patch, l’isola della monnezza. L’isola che c’è!

Garbage Patch è un posto lontano. Se la crisi ti preoccupa, se ti angosciano le notizie delle borse che crollano, del drammatico calo nell’acquisto di telefonini, automobili, sedie, gadgets elettronici, televisori, non preoccuparti. Ci penseranno Obama, Sarkozy, Berlusconi. Lascia stare, trova un pensiero felice: i giorni di natale, le vacanze, i regali. Trovalo, e vola verso un posto lontano dove le cose ti sembreranno diverse. Vola a Garbage Patch.

Garbage Patch è un isola. Ma non si trova nelle carte geografiche. Eppure, se prendi la seconda stella a destra e poi vai dritto fino al mattino, la troverai. Sta in mezzo al Pacifico, proprio fra Guadalupe e il Giappone, a due passi dalle isole Hawaii. Non ti puoi sbagliare, perché - a parte la grande muraglia cinese - è l’unica cosa presente sulla terra che può essere vista distintamente ad occhio nudo da un viaggiatore nello spazio.

Garbage Patch è un’isola, ma non è l’isola che non c’è. Garbage Patch c’è, e non è neppure un piccolo atollo in mezzo all’Oceano. E’un’immensa isola piena di colori e di odori, grande due volte il Texas, con un diametro di circa 2500 chilometri profondo 30 metri. E’ il settimo continente della Terra, che alcuni fingono di non conoscere e di cui molti non conoscono neppure l’esistenza.

Garbage Patch è un’isola multicolore, ma non ci trovi nessuno. Le navi la evitano, i governi della terra fanno finta di non sapere che ci sia, nessuno ne parla. Nell’isola non ci sono né Peter Pan né Trilli. Eppure c’è: è un’isola galleggiante, una enorme massa di rifiuti che pesa più di 4 milioni di tonnellate, composto per l’80% da plastica.

Garbage Patch è un’immensa zuppa di schifezze. Navigandola non s’incontrano bimbi sperduti, ma di tanto in tanto oggetti costruiti dall’uomo: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie. I materiali di cui è composta non scompariranno mai, ma si frantumano nel tempo in pezzi sempre più piccoli, una poltiglia di veleno che viene ingerita dalla fauna marina, dai pesci e dagli uccelli, che poi muoiono costellando qua e là l’isola galleggiante delle loro carcasse imputridite.

Garabage Patch è una melma creata spontaneamente dai venti leggeri e dalle lente correnti oceaniche circolari che accompagnano i naviganti del Pacifico, che formano una spirale che gli scienziati chiamano North Pacific subtropical High. Questo enorme vortice ha iniziato dal 1950 a raccogliere e concentrare la spazzatura non biodegradabile di tutto il mondo proprio qui, all’Isola che c’è ma che tutti fanno finta di non conoscere. Qui, a Garbage Patch.

Garabage Patch è come un bimbo sperduto. Non è di nessuno, e nessuno vuole assumersi la responsabilità di fare qualcosa. E l’isola di spazzatura galleggiante cresce, giorno dopo giorno, anno dopo anno, uccidendo l’Oceano e modificando lentamente anche il corso delle correnti oceaniche, e probabilmente con il tempo anche il clima della Terra. Ogni tanto qualcosa riesce a scappare dal vortice della corrente, e si va a depositare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o della California e bisogna intervenire per ripulirle, perche a volte si formano strati di spazzatura anche di 3 metri.

Garbage Patch è un posto dove non arrivano i giornali, dove le tv non trasmettono notizie che parlano di interventi per il rilancio dei consumi, di incentivi all’acquisto di elettrodomestici, di automobili, di tutti quei sogni di plastica e metallo che affollano la nostra vita e che finiscono tutti, lentamente, qui a Garbage Patch, trascinati dalla corrente ignara dell’Oceano. E’ un’ isola immensa dove il vortice della corrente dell’aumento all’infinito del Pil, dei consumi, delle merci e dei rifiuti va a finire nella risacca delle carogne dei pesci e degli uccelli avvelenati dalla melma. Garbage Patch è laggiù, ma forse è anche qui, a portata di mano. Quasi come l’isola che non c’è.

Dicono che dalle parti di Garbage Patch una volta è passato anche un ragazzino di nome Peter. Volava, con la sua Trilli accanto, e si è spaventato nel vedere quest’immenso cimitero che soffoca dolcemente l’Oceano, che si espande come un male incurabile, che medici distratti fingono di non vedere, anzi che aiutano a crescere, preoccupati solo di guarire il mondo da un’influenza, dalla crisi economica. Un male che si espande con dolcezza, lambisce le coste, invade piano i continenti, le case e le città. E’ stato allora che quel ragazzo di nome Peter ha deciso di tornarsene per sempre all’Isola che non c’è. Lì, almeno, c’è un Capitan Uncino da combattere.

Fonte articolo

La Casta dei giornali
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