30/04/09

L'insonne di Palazzo Grazioli.

Ai tempi del ventennio, fiorivano aneddoti sulla vita del duce. L'"insonne di Palazzo Venezia" era uno di questi: si vociferava che Mussolini non dormisse mai, che la luce del suo studio fosse sempre accesa, e lui infaticabile a pensare ai problemi della Patria.

In un contesto di dittatura l'immagine popolare del leader è di fondamentale importanza. Un documento riporta: La propaganda è la cosa più convincente: guarda anche oggi come ti ossessiona... e noi ci crediamo tutti! La propaganda presentava il duce come... come si chiama quello lì... Rambo! Era l’uomo forte, virile, tu lo vedevi trebbiare a braccia nude, a muscoli scoperti, tutto... Lo vedevi fare qualunque cosa, lui guidava aerei, guidava... Gli italiani erano un po’ soggetti e si sono riscattati con Mussolini.

L'aneddotica è infinita e, consona allo stile dell'epoca, riporta un duce forte, virile, lavoratore, robusto e in salute, amatissimo da tutti e mitizzato da chiunque avesse avuto la fortuna di incontrarlo. Ogni uscita del duce era un evento di massa, riportato dai giornali come un bagno di folla.

Ma i racconti su Mussolini non si fermavano sulla soglia della camera da letto. Anzi: in ossequio all'italico orgoglio machista il duce non doveva fare eccezione, e quindi ecco un fiorire di storie piccanti da sala d'attesa in cui Benito era protagonista di conquiste di attrici, popolane, contadine, bellezze di ogni sorta. Gli si attibuivano amanti praticamente ovunque, e sempre le donne più belle, che venivano fotografate dai giornali popolari tutte impellicciate e ingioiellate insinuando che fossero regali del duce.

L'Insonne di Palazzo Venezia, insomma, non stava sveglio solo per studiare documenti. O almeno, questa era la credenza del popolo, che il regime non faceva nulla per smentire. Porta lustro all'immagine del capo, il vederlo sempre virile e circondato da donne: viceversa, quale dittatore amerebbe dipingersi come anziano, malato di prostata, probabilmente impotente e costretto al Viagra ogni rara volta prova a combinare qualcosa? Ne va della sua luccicante immagine.

Per questo, vi invito a riflettere. Assecondare la mitologia popolare secondo cui il comandante in capo, a prescindere dalla sua età e dal suo stato di salute, salta da un letto all'altro e colleziona avvenenti ballerine ventenni significa essere caduti in pieno nella trappola della propaganda. Se si trattasse di vostro nonno non ci credereste mai.

Non fatene uno sciocco mito, anche voi. Le dittature vivono di questo.

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Le verità crollate


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Il 9 aprile il blog titolava I morti che non vi dicono. Decine, forse centinaia di persone che non dovevano essere lì. Molti i clandestini. Solo due settimane prima erano stati sgomberati molti locali abitati da bulgari e romeni, che si erano trovati sistemazioni differenti. Nessuno aveva voglia di dirlo, ma molti lo sapevano. Molti di più quelli che non te lo avrebbero mai detto davanti a una telecamera. Come un vigile del fuoco di Pescara, che ha prestato servizio a L'Aquila nei primi giorni dopo il terremoto.

A distanza di tre settimane qualcuno inizia a sbilanciarsi. E' nientemento che il Procuratore capo della Repubblica al Tribunale dell'Aquila, Alfredo Rossini. Gli chiedono se sotto, negli scantinati del centro storico, possano trovarsi i corpi di clandestini, assenti dalle liste ufficiali degli scomparsi. E lui risponde: «Purtroppo tutto è possibile. Succederà sicuramente, chissà tra quanto tempo! Potrà accadere che scoperchiando delle situazioni si troveranno salme di persone che da anni di trovano sotto terra. Purtroppo i soccorritori fanno il possibile, ma i miracoli li fa solo Dio».

Il 12 aprile il blog titolava I prossimi a morire. Ovvero, tutti quelli che avevano respirato l'amianto contenuto nei tetti e finito in dispersione nell'aria. Non si muore subito, ma una sola fibra di amianto può bastare per condannarti a morte dopo venti o trent'anni. L'hanno sbriciolato a lungo, con le loro macchine tritatutto. Disperdendolo nell'aria, dove resta in sospensione per giorni e giorni. Poi qualcuno, probabilmente qualche navigatore di internet - sono più furbi -, gli ha fatto segno di no con la manina. Ora, tra le macerie della tendopoli di Piazza D'Armi è stato trovato amianto. Ci hanno pensato loro, gli sfollati, a segnalarlo. Quelli che leggono i blog. Agli altri, quelli che guardano i TG, ovviamente è stato tenuto segreto. Per non generare allarme.

Voglio essere allarmato. Voglio sapere a cosa vado incontro. Non voglio che la protezione civile mi mandi a casa se ho paura, mentre la prefettura viene sgomberata in fretta e furia. Voglio che se la RAI, pochi giorni prima del 5 aprile, fa un'intervista a un ricercatore perchè dice che ci sarà una forte scossa, quell'intervista venga trasmessa. Magari affiancando Boschi che dice che va tutto bene. Ma voglio essere io a decidere.

Voglio che non si screditi l'unica fonte di informazione non filtrata, autentica, diretta che possiamo sperare di avere: la rete.

Televisioni e giornali, che ignorano costantemente il grido di dolore che si leva dal web su questioni fondamentali, si sono buttati a pesce sulla notizia di un'intervista montata che avrebbe scatenato tutti gli allarmi del 27 di aprile. I TG RAI, il TG5, il TG4, il Corriere della Sera, Repubblica, Il Giornale, Vespa... l'unica montatura l'hanno fatta loro. Hanno montato un caso inesistente. L'intervista non solo era autentica, ma descriveva un allarme che arrivava addirittura dai carabinieri. Alle 13.30, ora in cui Giuliani mi rilasciava le sue dichiarazioni, erano già in atto evacuazioni e sfollamenti: alla Edimo se ne erano già andati tutti. Sacerdoti, vescovi e cardinali stavano già pensando a come rinviare il viaggio del Papa. I supermercati erano già stati evacuati dalla mattina.

Ma per gli italiani, l'allarme è stato causato da un video falso, apparso alle 14.30, che girava su internet.

Internet va oscurata subito!

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Intervista a Federico Marchini


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Nel 1994, mentre in Italia fervevano i preparativi per la discesa in campo dello psiconano, nella regione dei Grandi Laghi in Africa le radio invitavano ad affilare i machete e a dar la caccia ai Tutsi. Nessun quotidiano italiano ritenne necessario inviare corrispondenti per capire cosa stesse succedendo in Rwanda tranne uno, nato da poche settimane: La Voce, diretto da Indro Montanelli. Federico Marchini è stato il primo, e per lungo tempo l'unico, giornalista italiano inviato in Rwanda a raccontare il genocidio. Il Blog lo ha raggiunto via Skype.
Visita www.benerwanda.org per maggiori informazioni sul genocidio in Rwanda.

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Veronica Lario, le veline e la censura delle bugie del premier sui fondi per l'Abruzzo


Utile inconsapevole. E' questo il ruolo che in questi giorni, inconsciamente, ha ricoperto la signora Veronica Lario in Berlusconi. Perlomeno sull'utilità che ha fornito a suo marito non si discute. Sull'inconsapevolezza invece non ci giurerei.

La questione dei "candidati-immagine-strappa-voti-e-senza-competenze" è un problema reale in questo paese dove la politica sta lasciando posto al marketing, ed è pericoloso anche il solo sottovalutare una questione di questo tipo.
Ma non è questo il nodo chiave su cui si è concentrata l'attenzione dei media italiani nelle ultime 48 ore. Un problema delle candidature (per di più generato a partire da semplici indiscrezioni giornalistiche) si è trasformato in una bega prettamente familiare di Casa Berlusconi. Vinta 10 a zero dal premier, con la presentazione delle liste definitive prive delle cosiddette veline (esclusa la candidata Matera) che distruggono l'intero "impianto accusatorio".
Perché questa è la versione vincitrice che emergerà nelle prossime ore, in una sorta di prosecuzione del tormentone: Berlusconi ha smentito la moglie e "la stampa di sinistra". Con buona pace di Repubblica che si starà godendo il picco di copie vendute e starà pensando all'ultimo favore fatto al caro premier.

E in tutto questo finto-tormentone, in cui il protagonista della maggioranza è Berlusconi e il suo avversario di opposizione è sempre lui (o al più sua moglie), l'attenzione devia sulla gossipolitica, lasciando in ombra altre questioni, che forse in un paese con un migliore senso delle priorità avrebbero meritato più attenzione e coinvolgimento popolare.
Perché questo è il più grosso favore fatto al nostro capo di governo.

Nemmeno una settimana fa il premier dichiarava con entusiasmo il via libera decretato dal Consiglio dei Ministri per la spesa di 8 miliardi per l'Abruzzo: 1,5 per l'emergenza attuale e 6,5 per la ricostruzione. Una dichiarazione riportata su tutti i mezzi di informazione come una realtà inconfutabile.

E' del 28 aprile, due giorni fa, in piena esplosione tormentone "Veline-Lario-Berlusconi", l'approvazione in Consiglio dei Ministri del vero Decreto Legge numero 39 sullo stanziamento dei fondi per la ricostruzione delle città abruzzesi colpite dal terremoto.
Un decreto-legge che presenta molte, moltissime sorprese in negativo, rispetto a quanto annunciato 7 giorni prima tra il plauso e l'amore reverenziale di opposizione e giornalisti, una sorpresa che un giornalista serio avrebbe dovuto mettere in luce. Ma siamo in Italia, l'Italia di Berlusconi e di Repubblica.

Il decreto legge è chiarissimo: 5,8 miliardi è la spesa complessiva prevista per l'Aquila e dintorni, comprensiva di emergenza e ricostruzione. 2,2 miliardi in meno rispetto a quanto annunciato.

Il bello arriva quando si vanno ad analizzare le cifre per ogni singola destinazione. La quantità di fondi per la vera e propria ricostruzione di abitazioni, negozi ed edifici in genere consiste in soli 3,1 miliardi di euro, spalmati per di più in 24 anni.

E' questo stesso decreto a mostrare la falsità e la menzogna delle previsioni del governo, quando si annunciava che si sarebbe ricostruito tutto e subito, mentre invece c'è chi potrà godere dei fondi per la ricostruzione della propria abitazione non prima del 2032.

I fondi per l'emergenza ammontano per i prossimi mesi a circa 660 milioni di euro, al posto degli 1,5 miliardi "annunciati al popolo".

Circa 200 milioni di euro il costo per l'organizzazione del G8 a l'Aquila secondo quanto dichiarato da Re Silvio. 200 milioni per 3 giorni di summit. I soldi stanziati per la ricostruzione in tutto l'anno 2010 ammontano invece a 88 milioni.
200 milioni per 3 giorni di G8, 88 milioni per un anno di ricostruzione.

Ecco qui le priorità del vostro governo. E assieme ad esse valutate quelle degli pseudo-giornalisti che popolano il nostro paese e quelle dei presunti leader dell'opposizione parlamentare, impegnati a disquisire su veline e diciottenni.

Un'altra Italia è possibile. Ma di certo non è questa...

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Io sogno una Firenze amministrata bene

Io sogno una Firenze amministrata bene, nel rispetto dei cittadini e dell'ambiente.

Cosa posso rispondere alla persona che mi dice che è il suo stesso sogno, ma che non dipende da lei, che non ci può far nulla? Le parole le ho trovate nel libro del rettore di una università.

Dipendere è una scelta personale, anche se involontaria. Niente e nessuno può costringerti a dipendere, solo tu puoi farlo.

Dipendere non è l'effetto di un contratto, non è legato a un ruolo né nasce dall'appartenenza ad una classe sociale... dipendere è la conseguenza di un abbassamento della propria dignità. E' il risultato di uno spappolamento dell'essere.

Questa condizione interna, questa degradazione, nel mondo prende la forma di un impiego, assume l'aspetto di un ruolo subordinato. Dipendere è l'effetto di una mente resa schiava da timori immaginari, dalla propria paura... la dipendenza è l'effetto visibile della capitolazione del “sogno”.

La dipendenza è una malattia dell'essere!... Nasce dalla propria incompletezza. Dipendere significa smettere di credere in se stesso. Dipendere significa smettere di sognare.

Come milioni di altri uomini, hai vissuto tutta la tua vita nascosto tra le pieghe di organizzazioni senza vita. Hai barattato la tua libertà per un pugno di certezze illusorie.

È tempo di uscire dal tuo sonno ipnotico... dalla tua visione infernale dell'esistenza.

Il mondo è fermo perché esistono uomini che dipendono, uomini spaventati a morte. L'umanità così com'è non può concepire una società libera dalla dipendenza.
Un giorno una società sognante non lavorerà più. Un'umanità che ama sarà abbastanza ricca perché sogna.

L'universo è totalmente abbondante, è una cornucopia traboccante di tutto quello che il cuore di un uomo può desiderare... In tale universo è impossibile temere la scarsità. Solo uomini come te, intrappolati nella paura e nel dubbio, possono essere poveri e perpetuare la dipendenza e la miseria del mondo.
[Stefano Elio D'Anna – Rettore della ESE – Università privata di Economia e Finanza. La scuola degli Dei Pagg. 15-18]

Si deve tornare a sognare!

Noi sogniamo, ma il sogno è come la luce di una stella, indica la direzione giusta, ma non illumina il cammino. Attenzione a non inciampare! Beppe Grillo ci ha indicato cinque stelle, ma lì finisce il suo compito, come proseguire in quella direzione spetta a noi. Successi ed errori saranno solo nostri!

Non vogliamo l'impossibile, ma solo applicare soluzioni che altrove hanno già funzionato e che – tenendo conto delle diversità – possano funzionare anche da noi.
Non ci illudiamo di avere la maggioranza in Consiglio Comunale, ma certe soluzioni di buon senso, specialmente se a costo zero, pensiamo che saranno accettate. Per il resto chiediamo l'assoluta trasparenza degli atti amministrativi che sarà nostra premura diffondere in rete. Lo dovrebbe fare spontaneamente il Comune, e lo fa, ma non in forma facilmente consultabile e senza clamore sui giornali (il che equivale ad un occultamento).

Il fascismo, il comunismo sono sogni finiti male, ma che hanno cambiato il mondo. Adesso siamo delusi dal sogno democratico, ma sognare è come cercare di raggiungere l'orizzonte. Ad ogni passo che si fa in avanti, l'orizzonte si allontana, ma ci fa camminare.
Il sogno serve a questo, a farci camminare!

Così com c'è stato un socialismo "reale" e un fascismo "reale" adesso abbiamo una democrazia "reale". E' una democrazia con la "d" minuscola, dobbiamo conquistare la vera Democrazia.

di Giorgio Misuri

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Gli intrighi di Beike Europe

Comunicato Stampa con preghiera di attenta lettura e diffusione

Andrea Mazzoleni, ex infermiere sospeso dall’albo a seguito dell’accusa per truffa ripetuta, che gli è costata l’arresto quando nel 2007 era direttore amministrativo della clinica privata Gulliver, oggi ricopre il ruolo di vicepresidente dell’azienda di biotecnologia Beike Europe. Gianni Demarin, noto alle cronache del Cantone Ticino per aver tentato di arricchirsi attraverso la vendita di miracolosi beveroni dimagranti, di stupefacenti drink in grado di annullare il tasso alcolemico in pochi istanti, di portentose creme per il rassodamento e l’aumento del seno e di strabilianti accessori per l’elettrostimolazione, è il direttore della Beike Europe. Una coppia pericolosa quella di Mazzoleni e Demarin: i due loschi personaggi, a volte presentandosi con tanto di nome e cognome, altre attraverso l’utilizzo di account falsi, si insinuano nei forum di persone con familiari afflitti da SLA, Sclerosi Multipla, Atassia, Paralisi cerebrale, Ipoplasia del nervo ottico, Ictus infantile, Atrofia del cervello e Atrofia Muscolare Spinale. Il tentativo è quello di adescare nuovi pazienti a cui spillare cifre da capogiro in cambio del miracolo della guarigione. Ampiamente smascherati tanto dall’inchiesta svolta dal programma Falò, quanto da quella ad opera di Mi Manda rai Tre, “il gatto e la volpe” continuano ad agire indisturbati. Al momento utilizzano in ampia misura il noto social network Facebook: il loro gruppo ha oltre 7000 iscritti. Mazzoleni si definisce vittima di calunnie e mentre, novità dell’ultimo periodo, butta fumo negli occhi spacciandosi per “Cavaliere del Sacro Romano Impero”, ci sono persone disperate che ogni giorno cadono nella sua rete.

Si prega di diffondere il più possibile.

di Cinzia Lacalamita

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Direttiva UE minaccia la Rete e non solo

L'emendamento D'Alia, che rischiava di imbavagliare la Rete in Italia, è stato abrogato. Ma il nuovo pericolo arriva dall'Europa.

C'è una lettera molto lunga, mandata qualche giorno fa al parlamento europeo. Si trova sul sito di AssoProvider. E' in inglese e usa un po' di gergo. Può sembrare uno di quegli allarmi da sesso degli angeli, di cui interessa qualcosa solo agli specialisti. E invece è una cosa molto urgente, molto seria.
I firmatari chiedono ai parlamentari di pensarci bene prima di votare la direttiva "Telecoms Package", ormai in fase di approvazione. Perché con quel testo - dicono - c'è il rischio di approvare anche una sorta di apartheid elettronica che apparentemente riguarderà i dati, cioè le cose inanimate. Ma poi avrà a che fare con le persone. Ecco di cosa si tratta.

Facciamo un passo indietro che ci aiuta a capire. A metà del mese di aprile, T-Mobile, la grande azienda di telefonia cellulare tedesca, una delle prime al mondo, ha comunicato ai suoi utenti che l'utilizzazione di Skype per chiamate in "voice over IP" dal cellulare sarà fortemente limitato.

Ecco, la direttiva Telecoms package promette di produrre effetti simili a questo e su un ampio arco di servizi. Perché alcuni emendamenti daranno ai gestori telefonici il potere di modificare le condizioni nelle quali usiamo le applicazioni più comuni.

Così Guido Scorza, giurista e presidente dell'istituto per le politiche dell'Innovazione, uno degli organismi firmatari della lettera: "Bisogna immaginare il gestore di un autostrada che a un certo punto decida di incolonnare tutte le auto gialle su un casello e tutte quelle rosse su un altro. E che decida di far andare le auto gialle al doppio della velocità di quelle rosse. O di dare la precedenza a quelle che portano il suo marchio, quello del gestore, perché sono le 'sue' auto".

Fuor di metafora, Scorza intende dire che l'accesso a Facebook, per fare un esempio, potrebbe essere reso relativamente più lento rispetto a quello di un film che viene venduto dallo stesso fornitore di accesso. Oppure questi potrebbe porre limiti quantitativi all'uso di servizi non collegati alla propria offerta o ritenuti marginali. O ancora: che una volta violata la parità tra tutti i diversi servizi, potrebbero esserci offerte commerciali tese a risolvere il problema creato dallo stesso comportamente del provider: dammi 2 euro per avere Facebook più veloce oppure "più collegamento" a Facebook. E il bello è che sarebbe tutto legale.

"Se la direttiva passa - aggiunge Scorza - il diritto ad accedere ad ogni genere di informazione, il diritto ad utilizzare qualsivoglia tipo di applicazione attraverso la Rete che i 'netizen' hanno sin qui ritenuto di avere nonostante frequenti violazioni da parte di taluni ISP verrà limitato 'per legge'. A quel punto che il provider 'scelga' cosa far vedere, leggere e sapere ai suoi utenti non costituirà più un aspetto patologico ma la regola, un po' come avveniva ieri nell'era della vecchia e cara TV, nella quale pochi padroni dell'etere decidevano chi ci teneva compagnia a pranzo, con chi avremmo dovuto cenare e dinanzi a quale salotto ed ascoltando quali idee avremmo dovuto addormentarci. Si tratterebbe solo di 'variazioni dell'offerta commerciale': meno informazione e più intrattenimento o, magari, meno politica e più gossip."

Fin qui Scorza. Che tutto ciò rappresenti una palese infrazione di quella sorta di "par condicio" dell'accesso internet, che va sotto il nome "neutralità della rete", sembra ai firmatari della lettera fuori discussione. E sembra anche foriero di ulteriori gravi violazioni.

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FIRENZE TERMOVALORIZZATA!!

HOTEL ALEXANDER - SALA CONGRESSI
MERCOLEDI’ 6 MAGGIO 2009 - ORE 21:00

LA LISTA CIVICA “FIRENZE A 5 STELLE - beppegrillo.it” VI INVITA A PARTECIPARE A QUESTO INCONTRO PUBBLICO IN CUI ILLUSTREREMO PROBLEMATICHE E SOLUZIONE LEGATE ALLA GESTIONE DEI RIFIUTI ED ALLE NOSTRE PROPOSTE PER FIRENZE.
SARA’ NOSTRO OSPITE IL DOTT. MONTANARI, NANOPATOLOGO ED ESPERTO IN MATERIA AMBIENTALE.

SIETE TUTTI INVITATI A PARTECIPARE.

QUI l’evento nel calendario del meetup Amici di Beppe Grillo di Firenze: http://www.meetup.com…
QUI l’evento facebook: http://www.facebook.com…
QUI l’evento sul Blog di Beppe Grillo: http://www.beppegrillo.it…

Ultimo intervento del Dottor Montanari a Napoli:


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La Rete ha vinto e per il momento resta libera

Roma - La libertà dei cittadini italiani di usare la Rete per informare ed informarsi così come loro garantito dalla Carta fondamentale dei diritti dell'uomo e del cittadino prima e dalla Costituzione poi è salva... almeno per il momento.

I Deputati italiani, infatti, mostrando una maturità ed un rispetto per i diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti superiore a quello dei colleghi del Senato, nella notte di ieri, hanno abrogato l'art. 60 del DDL n. 2180, meglio noto al grande pubblico come emendamento D'Alia, approvando l'emendamento Cassinelli. Uno dei più pericolosi attentati alla libertà dell'informazione in Rete ed attraverso la Rete è stato, dunque, sventato.

L'emendamento D'Alia, infatti - che sia stato frutto di superficialità, ignoranza delle dinamiche di circolazione dei contenuti in Rete o di un eccesso di giustizialismo - avrebbe drammaticamente ridotto la libertà di informazione nel nostro Paese per effetto dell'applicazione di una perversa logica repressivo-cautelare in forza della quale la sospetta commissione da parte di un singolo di un reato di opinione avrebbe finito con il gravare sull'intera collettività che, dalla sera alla mattina, si sarebbe ritrovata nell'impossibilità di informare ed informarsi attraverso blog, ugc e altre piattaforme telematiche.

Nei prossimi giorni varrà, forse, la pena di fermarsi a riflettere su come sia potuto accadere che nel 2009 un Senatore della Repubblica abbia proposto - ed i suoi colleghi abbiano a larga maggioranza approvato - un emendamento che minacciava di oscurare la Rete nel secolo della Rete.
Oggi, però, credo sia più importante parlare di come si è impedito che tale intendimento divenisse realtà e si è giunti al pentimento operoso del nostro legislatore. Si tratta, infatti, di un percorso virtuoso che sarebbe auspicabile non restasse isolato. Protagonista indiscussa di questo percorso è stata - mi sia consentito, solo per un istante, proporne un'immaginaria personificazione - la Rete in tutte le sue molteplici forme e sfaccettature.

È stato il tam tam della blogosfera, quello nelle piattaforme di social network, il rimbalzare dei video su YouTube, il libero esercizio da parte di centinaia di migliaia di cittadini italiani che ogni giorno usano la Rete del loro diritto di critica e la viralità della comunicazione elettronica a costringere il Parlamento a prestare attenzione ai 1684 caratteri (spazi esclusi) dell'emendamento D'Alia che, altrimenti, avrebbero rischiato di passare inosservati e di formare oggetto - come probabilmente già accaduto al Senato - di un voto distratto, assonnato, intorpidito che, difficilmente, le parole "filtraggio", "Internet" o "connettività" sarebbero state in grado di risvegliare.

È un successo della Rete, dunque, quello che si è celebrato nella serata di ieri a Montecitorio al momento del voto in Commissione riunita Giustizia-Affari Costituzionali con il quale si è abrogato l'art. 60 del DDL n. 2180, l'emendamento D'Alia. La Rete ha difeso se stessa, si potrebbe dire con formula riassuntiva, giornalisticamente forse efficace ma linguisticamente e giuridicamente approssimativa.

A dirla meglio la realtà è che quella che si è appena consumata sotto i nostri occhi è la prova che Internet è ormai divenuto uno strumento maturo di democrazia elettronica da utilizzarsi in una politica partecipata, ampia e condivisa, caratterizzata da un dialogo aperto, rapido e schietto tra eletti ed elettori, dialogo nell'ambito del quale i numeri e la cassa di risonanza rappresentata dalla dimensione globale del fenomeno possono indurre i primi a ritornare sui propri passi ascoltando l'opinione dei secondi, noi, gli elettori.

Nel mondo dei media tradizionali, della televisione e della carta stampata questo non sarebbe mai stato possibile perché l'informazione correva verticalmente dai più grandi (economicamente e politicamente) ai più piccoli senza alcuna possibilità di invertire la direzione e i primi formavano a loro immagine e somiglianza l'opinione pubblica generando il consenso e scongiurando il formarsi di sacche di dissenso.

È questo il miracolo della Rete, primo mezzo di comunicazione di massa nel senso più pregnante del termine, in grado di lasciarsi plasmare ed utilizzare dai più numerosi e non già dai più grandi economicamente e politicamente.

Tale constatazione costituisce, ad un tempo, la ragione per la quale l'accesso libero e neutrale alla Rete va garantito e tutelato quale presupposto indefettibile dei diritti e delle libertà fondamentali e del perché, da più parti, talora in maniera più trasparente e talaltra più celata, si vorrebbe trasformare, a colpi di regole, la Rete in una grande TV.

Congratulazioni Signora Net, una bella e meritata vittoria!

Occorre, tuttavia, dare a Cesare quel che è di Cesare e, quindi, riconoscere che gli sforzi di quanti in Rete ed attraverso la Rete hanno, nelle ultime settimane, fatto il possibile perché questo risultato venisse raggiunto, sarebbero rimasti frustrati se non avessero trovato adeguata sponda nella responsabilità e nel senso del dovere di alcuni uomini delle Istituzioni ed in alcuni politici più illuminati di altri che hanno raccolto il grido di preoccupazione dei cittadini e lo hanno tradotto in emendamenti all'emendamento D'Alia che - istituzionalmente parlando - non è rimasto travolto dalle urla della Rete ma è stato, invece, soppresso dall'approvazione di due emendamenti sostanzialmente gemelli presentati uno dal PD (molti firmatari) e l'altro dall'On. Cassinelli - lo stesso del Salvablog - che già aveva presentato, facendosi per primo portatore delle istanze della Rete, un altro emendamento meno radicale ma, comunque, in grado di "neutralizzare" il ciclone D'Alia.

di Guido Scorza

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In Sicilia la crisi non esiste. L'ARS non frena le spese, anzi...


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Bilancio del Parlamento siciliano: voto unanime in pochi minuti come sempre. Altro che risparmi, crescono i costi.

Se avessero potuto, avrebbero fatto tutto a porte chiuse, ma non possono e sono stati costretti ad esaminare il bilancio nel corso di una seduta a Sala D’Ercole. Naturalmente hanno ridotto i danni al minimo indispensabile: lunedì, senza preavviso (per la stampa) e pochi minuti, giusto quanto serve per l’escussione delle varie voci. La consuetudini di riservatezza sono state rispettate. E con esse l’assoluzione plenaria che i deputati si concedono ogni anno, approvando ciò che ritengono si debba spendere per tenere in piedi l’attività parlamentare in Sicilia.

Nonostante la cura con cui il blitz di bilancio viene ogni anno preparato non si può fare a meno di diffondere notizie sulle cifre che si spendono e sulla stessa entità dei cosiddetti costi della politica. Sicché, dopo avere letto per mesi, ciò che il presidente dell’Assemblea sostiene, che sono stati eliminati gli sprechi e sono diminuite le spese, si scopre che è esattamente il contrario: le spese sono aumentate e considerevolmente, e che la storiella delle maggiori spese per la manutenzione di Palazzo dei Normanni è una favoletta.

La valanga di euro che si spende ogni anno per stipendi e vitalizi a favore dei parlamentari e del personale (funzionari) seppellisce ogni altra voce.

Ma ciò che impressiona è la faccia tosta: nonostante l’incremento dei vitalizi per gli ex deputati, si mantengono in vita regalie che hanno fatto gridare allo scandalo da alcuni anni a questa parte, come l’aggiornamento politico e culturale degli ex deputati, che costa ai contribuenti 1,8 milioni di euro. Una cifra che non manda in bolletta certo il Palazzo ma che sul piano dell’etica politica con il lustro di luna che c’è in giro e i richiami al risparmio, grida vendetta.

Se non si può rinunciare all’arrotondamento del lauto vitalizio, figuriamoci per il resto. Altro alibi da cestinare velocemente: i guai arriverebbero dallo scioglimento anticipato dell’Assemblea che avrebbe spiazzato il ragioniere del Palazzo. Ma le regole che regalano quattrini a chi deve lasciare lo scanno di deputato in anticipo chi le fa?

Cambiate le regole invece che battervi il petto, contriti, facendo finta di essere dispiaciuti. C’è un’altra voce, inedita, su cui vale la pena di riflettere per giudicare la volontà di mettere a posto i conti, più volte sbandierata dal presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, imprudentemente: è l’indennità di risultato ai funzionari, per la quale sono stati stanziati due milioni di euro. Anche qui, come per i vitalizi degli ex deputati, c’è da inorridire per la sfacciataggine: gli stipendi da capogiro (con un aumento di 34 milioni di euro per l’anno in corso) – in alcuni casi dieci volte più alti di un funzionario statale – non sembrano appagare i destinatari.

E così arrivano gli incentivi per i risultati. Quali risultati? E chi li esamina i risultati? I deputati del consiglio di Presidenza, il Presidente? O gli stessi destinatari delle indennità? Non lo sappiamo, così come non sappiamo tante altre cose, perché il bilancio – così come viene formulato - non rivela un bel nulla e ciò su cui stiamo discettando è soltanto la “schiuma”.

Avremmo voluto dirvi quanti soldi arrivano agli ex deputati, quanti ai deputati in carica; avremmo anche avuto la necessità di darvi notizia sui costi degli stipendi al personale (funzionari) . Niente di tutto questo.

Le voci del bilancio interno sono generiche e non permettono di dedurre correttamente l’entità degli emolumenti concessi. E questo fa capire poco o niente. Possiamo sapere che i costi per la bouvette sono aumentati in modo notevole, che sono previste risorse per i corsi di lingua ed informatica per i deputati (sarebbe utile conoscere i nomi di coloro che lo frequentano) ; che la voglia di risparmia dell’Assemblea è stata frustrata dai bisogni, perché bene che andasse le cifre sono rimaste invariate per alcune voci, mentre è cresciuta la spesa complessiva di Palazzo dei Normanni per 3,7 milioni di euro.

Tutto questo, è bene ricordarlo, è stato approvato all’unanimità dai deputati presenti. Ma, virtualmente, anche dagli assenti, perché volendo qualunque deputato avrebbe potuto, e dovuto, partecipare alla seduta, chiedere conto e ragione delle voci di bilancio ed esprimere alla fine il proprio voto.

Approvato il bilancio interno dell'Assemblea regionale. Rispetto al 2008 l'Ars costerà 3 milioni e 700 mila euro in più.

Gestire la cosa pubblica si sa, è un onere gravoso, che impegna mentalmente e fisicamente ogni esponente politico che si trova eletto nelle stanze dei bottoni, da quella più piccola come può essere quella di un Comune di pochi abitanti, a quella più grande, rappresentata in questo caso dalle massime cariche dello Stato. Resta da capire chi paga concretamente questi oneri e quanto pesano questi contributi. Nel caso dell'Assemblea regionale siciliana pesano tanto sulle spalle dei contribuenti e questo peso è destinato ad aumentare così come si può dedurre dai 3 milioni e 700 mila euro di aumento del bilancio interno all'Ars, approvato ieri con un voto all'unanimità. In parole povere l'Assemblea costerà 166 milioni e 200 mila euro e la quasi totalità dei finanziamenti per coprire queste spese arriverà dalla Regione.

Ma andiamo nel dettaglio a vedere cosa coprono queste spese e soprattutto quanto è stato l'incremento, o il decremento, rispetto allo scorso anno. Naturalmente abbiamo l'indennità, la diaria e i rimborsi ai deputati che rimangono invariati rispetto al 2008: per coprire queste spese basteranno solamente 21,9 milioni di euro. Invariata anche la cifra destinata alle spese di rappresentanza: 840 mila euro erano l'anno scorso e tali rimarranno anche quest'anno. Aumentano, però, le spese per le retribuzioni ai funzionari che nel 2009 toccheranno quota 33,8 milioni; 1,3 in più rispetto ai dodici mesi appena trascorsi. L'aumento più importante riguarda la spesa per il personale in quiescenza che cresce di 4 milioni rispetto al 2008 attestandosi sui 41,7 milioni di euro.

Tra gli aumenti più curiosi ecco 1 milione e 800 mila euro in più per l'aggiornamento politico culturale dei deputati non rieletti e 60 mila euro in più da destinare a caffetteria e servizi di ristoro. La spesa sale così da 490 a 550 mila euro. Decremento invece per le spese relative a servizi e attrezzature informatiche (256 mila euro in meno); infermeria e visite fiscali (20 mila euro in meno) e acquisto di giornali e riviste (125 mila euro in meno). Le nuove voci di spesa riguardano invece l'indennità di risultato ai funzionari per cui saranno previsti 2 milioni di euro e l'assicurazione contro gli infortuni del personale a cui saranno destinati 350 mila euro.

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Quattro domande all’On. Di Pietro


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Onorevole, ci rivolgiamo direttamente a lei perché ultimamente alcune scelte sue e dell'Italia dei Valori ci hanno lasciato un po’ perplessi. Premesso che è da tempo che sosteniamo le sue battaglie, basta vedere il sondaggio in merito al voto europeo per capire che i nostri lettori voteranno per lei.
Ma noi siamo elettori esigenti. Siamo elettori informati. E sono informati i nostri lettori.
Ciò detto le poniamo queste domande, sperando di poter avere una risposta, che saremmo lieti di pubblicare nel nostro piccolo blog.
1) E’ vero che avete approvato in commissione l’acquisto di 131 caccia nucleari F35 per una spesa di 15 miliardi di euro?
Sono aerei da aggressione, che servono per sbaragliare le difese nemiche. Lei conosce bene quello che dice la nostra Costituzione nei confronti della guerra di aggressione, visto pure che, con il nostro plauso, IdV ha votato contro quella parte del Trattato di Lisbona in cui si legittima la guerra di aggressione (o preventiva, ma è la stessa cosa).
2) Perché si è candidato come capolista alle europee?
Questa mossa sinceramente non trova spiegazioni. Un solo motivo per non farlo? E’ quello che ha fatto Berlusconi. Tra tutte le liste che sono state presentate quella di IdV è di gran lunga la più seria. Consideriamo un onore immenso avere la possibilità di votare una persona della caratura di Luigi De Magistris. Non bastavano questi elementi per avere la certezza di un buon risultato alle urne? Non è un piccolo inganno ai suoi elettori?
3) Perché si è avvalso dell’immunità del Parlamento Europeo?
Lei ci ha dato sempre prova della sua onestà, e capiamo che la denuncia civile a cui deve far fronte è pretestuosa, visto che lei ha già riconosciuto il suo errore, e si vuole come al solito intimidirla. Ma proprio per questo perché avvalersi dell’immunità? Se pure dovesse perdere dovrebbe giusto rinunciare a un po’ di soldi, ma non alla stima di chi la segue.
4) A quando un congresso vero e proprio e la rimozione del suo cognome dal simbolo?
Siamo convinti che per fare il definitivo salto di qualità IdV dovrebbe emanciparsi dal suo nome. Siamo convinti di riflettere l’idea di molti suoi elettori dicendo che vogliamo un’Italia dei Valori CON Di Pietro, non DI Di Pietro.
Un cordiale saluto, lo staff di Generazione V.


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29/04/09

IL CONTO DELLE PERDITE A EST*

I debiti denominati in valuta straniera dei paesi dell'Europa centrale e orientale ammontano a 250 miliardi di dollari. Quello che era stato presentato come un affare, si rivela oggi una dura lezione per le imprese e le famiglie che hanno fatto ricorso a quei prestiti. Il totale delle perdite è di circa 60 miliardi di dollari. Ma quali sono le conseguenze per le finanze pubbliche? E per la valutazione del rischio di default di Stati sovrani? Si allargano gli spread sui credit default swap. Anche se non tutti i paesi sono uguali. Delle ricadute della crisi nelle diverse aree dell'economia globale si parlerà al Festival dell'Economia di Trento, dal 29 maggio al 31 giugno.

Spinte dal desiderio di raggiungere l'Europa occidentale negli investimenti e nei consumi e ingannate dai bassi tassi di interesse nominali di franco svizzero, euro e dollaro americano, le famiglie e le imprese del settore non bancario di molti paesi dell'Europa centrale e orientale hanno accumulato l'equivalente di 250 miliardi di dollari di debiti denominati in valuta straniera. In Austria, essenzialmente a causa della vicinanza alla Svizzera e del significativo differenziale tra tassi di interesse di euro e franco svizzero, il totale dell'esposizione in valuta straniera è pari a 100 miliardi di dollari.

UN PESSIMO AFFARE

Quello che era stato presentato come un affare dalle banche locali e internazionali si è rivelato una dura lezione per le imprese e le famiglie che hanno fatto ricorso a quei prestiti. Per esempio, negli ultimi sei mesi, il franco svizzero si è apprezzato del 31 per cento rispetto allo zloty polacco e il fiorino ungherese ha perso il 14 per cento rispetto all'euro. Data l'ampiezza delle posizioni finanziarie, i rapidi apprezzamenti delle monete hanno determinato enormi perdite aggregate per i paesi che hanno contratto i prestiti.
A sostenere larga parte delle perdite sono state famiglie e imprese, ma la maggior parte dell'esposizione è concentrata in quelle famiglie e imprese che sono meglio attrezzate a sostenere il rischio, mitigando così in parte gli effetti negativi reali delle esposizioni. (1) Tuttavia, gli operatori del mercato hanno anticipato che alla fine sarà lo Stato a “pagare il conto” del settore privato nei confronti delle banche locali, con gravi ripercussioni sulle previsioni di finanza pubblica e sulla percezione che il mercato ha della possibilità di fallimento di uno Stato sovrano.
In un recente lavoro, abbiamo quantificato le perdite del settore non bancario per debiti denominati in valuta straniera in nove paesi dell'Europa centrale e orientale e in Austria. (2) E abbiamo stimato l'effetto che le perdite hanno avuto sulle valutazioni implicite del mercato relative al rischio default degli Stati sovrani, ovvero sugli spread dei credit default swap.

LE PERDITE DI DIECI PAESI

La figura 1 mostra la perdita cumulata del settore non bancario attribuibile alla rivalutazione dei prestiti in valuta straniera a partire da agosto 2008 in Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. I dati utilizzati includono informazioni su tutti i prestiti in valuta straniera ottenuti da imprese non bancarie, famiglie e Stato e concessi da istituti nazionali. A questo si aggiunge il debito estero dello Stato. (3)
Le perdite totali nelle dieci economie assommano a circa 60 miliardi di dollari. In termini relativi, spiccano l'Ungheria e la Polonia, con un debito cumulato che raggiunge rispettivamente il 18 e l'8 per cento del Pil. Negli altri paesi, le perdite totali non sono insignificanti, ma non superano il 5 per cento del Pil.

Figura 1: Stime della rivalutazione del debito del settore privato non bancario e dello Stato in % del Pil

GLI EFFETTI SUGLI SPEAD SUI CDS

Fino a che punto il mercato assume che alla fine sarà lo Stato a ripagare le perdite del settore privato nei confronti delle banche locali? Fino a che punto il costo atteso del salvataggio, e le perdite dirette dello Stato sui prestiti Forex, influiscono sul giudizio del mercato rispetto alle finanze pubbliche?
La figura 2 mostra la relazione tra perdite/guadagni relativi a valuta estera sui prestiti non bancari e gli spread sui credit default swap nel periodo tra il 1 agosto 2008 e il 16 marzo 2009 per gli otto paesi per i quali lo spread è disponibile. Sull'asse orizzontale, sono indicate le variazioni giornaliere del valore dei prestiti non bancari denominati in valuta straniera come quota del Pil del paese. Una perdita corrisponde a un valore negativo
e un guadagno a un valore positivo. Sull'asse verticale, le variazioni assolute giornaliere dello spread sui Cds a cinque anni del paese sono riportate in punti base.

Figura 2: Guadagni e perdite sui prestiti Forex e spread sui Cds a 5 anni

La figura 2 indica che le perdite relative a valuta straniera nel settore non bancario hanno un forte impatto sugli spread sui Cds. Nel nostro lavoro, proviamo che la relazione è significativa in un contesto econometrico. Abbiamo adottato una stima di panel che copre gli otto paesi e 163 giorni lavorativi dal 1 agosto 2008. Nelle nostre stime controlliamo per gli effetti fissi del paese e consentiamo agli spread sui Cds di ritornare alla loro media. Poiché è probabile che le variazioni dei tassi di cambio siano correlate agli spread sui Cds attraverso canali diversi dall'esposizione del paese per prestiti denominati in valuta straniera, controlliamo anche per le variazioni dei tassi di cambio delle economie prese in considerazione rispetto alle valute utilizzate per operazioni carry trade.
Le nostre stime puntuali mostrano che se in un dato giorno le perdite subite dal paese riconducibili a un apprezzamento delle valute straniere ammontano all'1 per cento del Pil, lo spread sui titoli di Stato di quel paese sale dello 0,1998 per cento, ovvero di 20 punti base. Mostriamo anche che le perdite che si verificano nel settore non bancario hanno un impatto sullo spread sui Cds significativamente minore rispetto alle perdite statali dirette. La stima puntuale mostra che se le perdite del settore privato non bancario ammontano all'1 per cento del Pil, lo spread sui Cds sui titoli di Stato aumenta di 11 punti base. Questo coefficiente indica che le perdite del settore non bancario, in media, si trasferiscono alla posizione finanziaria del settore pubblico con un tasso di 11/20 o del 55 per cento.
Per dare un'idea migliore della correlazione tra le nostre stime e le reali variazioni degli spread sui Cds, la tavola 1 riporta gli spread sui Cds degli otto paesi registrati il 1 agosto 2008, il 16 agosto 2009 e la differenza tra le due date. La colonna 4 mostra che parte dell'incremento dello spread sui Cds può essere spiegato dalle perdite sui prestiti Forex.

Tavola 1: variazioni degli spread sui Cds attribuibili a perdite Forex


Spread sui Cds (punti base)Differenza

(1)(2)(3)(4)

01.08.200816.03.2009Variazione totale
reale =(2)-(1)
Parte di (3) dovuta a perdite Forex
Austria1119518427
Croazia8250742537
Repubblica Ceca3724921227
Ungheria114523409265
Lituania13877063210
Polonia51309258123
Slovacchia341621288

Come si può vedere confrontando le ultime due colonne della tavola, le perdite relative a valute straniere possono spiegare una larga parte dell'improvviso e forte aumento degli spread sui Cds per Ungheria e Polonia. Tuttavia, tali perdite possono spiegare solo una piccola quota degli stessi aumenti registrati in altri paesi, come ad esempio la Repubblica Ceca. Un tale andamento indica che gli operatori dei mercati finanziari non hanno tenuto conto del fatto che le posizione Forex delle economie dell'Europa centrale e orientale sono molto diversificate tra loro, le hanno invece inserite tutte quante nella stessa categoria di rischio, sulla base di considerazioni decisamente ad hoc. (4)
Gli spread sui Cds non hanno mostrato solo una tendenza a salire, ma anche a differenziarsi: i differenziali sugli spread tra paesi come la Repubblica Ceca e l'Ungheria si sono ampliati. La differenziazione indica una crescita generale del costo di assicurazione contro i rischi di default, piuttosto che un reale spostamento verso l'alto della probabilità di default.(5)


(1) Vedi Brown, Martin, Steven Ongena e Pinar Yesin, Foreign Currency Borrowing by Small Firms, working paper presentato alla SNB-CEPR Conference: “Foreign Currency Related Risk Taking by Financial Institutions, Firms and Households”, 22/23 settembre 2008. E vedi anche Beer, Christian, Steven Ongena e Marcel Peter, Borrowing in Foreign Currency: Austrian Households as Carry Traders, Swiss National Bank Working Paper 2008-19.
(2) Auer, Raphael e Simon Wehrmüller, 2009, “Carry Trade-Related Losses and their Effect on Cds Spreads in Central and Eastern Europe”, mimeo, Swiss National Bank.
(3) Questa definizione non comprende i prestiti che il settore privato ha ottenuto direttamente da un istituto straniero. Abbiamo escluso questi prestiti sulla base delal considerazione che è molto meno probabile che un governo decida di intervenire in favore di chi ha un debito verso un creditore straniero piuttosto che verso una banca nazionale. Assumiamo perciò che l'esposizione diretta verso un creditore estero non incida molto sulle finanze del settore pubblico. Per il calcolo preciso delle esposizioni si rimanda al nostro studio.
(4) La Lituania rappresenta un caso particolare perché il paese è stato finora in grado di difendere il proprio tasso di cambio con l'euro, eliminando perciò le perdite sui prestiti denominati in euro. Il recente aumento dello spread sui Cds riflette la probabilità di una svalutazione e le perdite future a questa associate.
(5) Si veda Remolona, Eli M. Michela Scatigna e Eliza Wu The Dynamic Pricing of Sovereign Risk in Emerging Markets: Fundamentals and Risk Aversion, 20th Australasian Finance & Banking Conference 2007 Paper, Journal of Fixed Income, Vol. Spring, 2008.

* Il testo in lingua originale è pubblicato su Vox.

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Dove c'è satira...

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Ero ragazzina quando mio papà portò a casa una rivista che si chiamava "Il quaderno del sale". Mi sembrò barbosa. Qualche vignetta carina, per il resto lunghi articoli piuttosto incomprensibili. Nei miei ricordi, forse sbagliati, divertente quanto Il Riformista.

Era la prima rivista italiana di "satira", nella metà degli anni '70. Fino ad allora, la parola satira non la conosceva nessuno, al massimo si parlava di "umorismo", esattamente come per le barzellette della Settimana Enigmistica. Chissà come abbiamo fatto, ad avere democrazia senza la satira: forse non ce n'era bisogno, forse funzionava l'informazione, o funzionava la politica, e i vignettisti non rappresentavano l'ultimo baluardo contro la barbarie.

Poi arrivò Forattini. Grande scandalo, grande divertimento: era quasi con imbarazzo che si sorrideva dei senatori ritratti nudi e col pisellino piccolo, o in orbace, o ridicolizzati in altri modi. I politici erano gente seriosa che faceva il proprio lavoro, incomprensibile ai più, ed erano rispettati da tutti così per principio. Al massimo si facevano due battute sulla statura di Fanfani.

Fu con l'avvento del '77 che arrivò il ciclone che tutto travolse: si chiamava "Il Male". Forse il più grande simbolo di quella incredibile stagione, che oggi si ricorda solo per gli anni di piombo ma che rappresentò in realtà la presa di coscienza di un'intera generazione. "Il Male" non aveva paura, né pietà per nessuno: Presidenti, Papi, Capi di Stato, morti ammazzati, capi brigatisti, giudici, le stesse icone del "Movimento" e della cultura giovanile, venivano derisi, vilipesi e massacrati senza pietà. La satira italiana nacque con "Il Male", e noi non siamo stati più gli stessi.

La nuova satira era quella giusta: diceva anche la verità, o almeno insinuava dubbi, che forse è il principale compito della satira. Tra i mille, un esempio scandalosissimo fu la vignetta della tisana avvelenata a Papa Luciani. Immaginate una roba simile nel 1978... o nel 2009, peraltro.

Tutto questo excursus per concludere con una mia idea forse sciocca: ovvero, che la satira cresca quando c'è bisogno di lei. Nel '77 si cominciavano ad aprire gli occhi su cosa significassero davvero politica, Stato, governo, istituzioni, e lo Stato rispondeva come poteva, ovvero reprimendo il più possibile. La stessa cosa accade oggi, quando la presa di coscienza di tanti cittadini, che avviene essenzialmente via Web, mette in discussione lo status quo che reagisce con un fascismo mediatico senza precedenti.

Si dice che la satira esista là dove c'è democrazia. Io comincio a sospettare di no. Che sia proprio il contrario: ovvero, che la satira faccia sentire la propria voce proprio quando la democrazia vacilla. Dove la democrazia funziona bene, a che serve la satira? Immaginate la satira che so, in Svezia: vignette sul Ministro che scrocca un cappuccino al bar. Sai le risate...

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QUESTO E' UN PAESE PER VECCHI


«Come fai a dire, Dersu, che queste sono le orme di un vecchio?» «Capitano: uomo giovane corre incontro alla vita, suo piede preme con la punta, per avere slancio. Uomo vecchio vede avvicinarsi la fine e rallenta, suo piede frena e preme con il tallone.»
Dal film
Dersu Uzala, di Akira Kurosawa, 1975.

Sono appena le otto e trenta, quando la porta della classe si apre ed esce la collega che mi guarda con due occhi bolliti ed una smorfia di dolore sul viso: «Carlo, non ce la faccio più…»
«Che ti succede?»
«Non lo so, scendendo dall’auto devo aver preso una storta…con ‘sta pioggia…e mi fa male tutto, il bacino, la gamba…»
La osservo. Ha l’aria di chi non dorme, di chi non vive, di chi non sa più perché deve vivere. So anche che è gia stata operata più volte per problemi ortopedici, e che fatichi a camminare lo sappiamo tutti, tanto che fu la prima a ricevere la chiave dell’ascensore.
Eppure, non è anziana: per quel che oggi significa “anziano”, per le tabelle degli istituti statistici, per l’INPS, per i teorici del “lavoro sempre”, finché ti scorre una goccia di sangue nelle vene. E fosse la sola.
Lo scorso anno abbiamo seppellito una collega che non “ce l’ha fatta”, che non ha raggiunto l’agognato traguardo della pensione.

Non aveva ancora sessant’anni quando ci lasciò e, per esplicito volere dirigenziale, non fu nemmeno possibile accompagnarla tutti insieme al cimitero: “solo le classi terminali ed i docenti in servizio nelle ore della funzione”. Altrimenti, qualcuno ti deve sostituire: non sia mai che il Ministero debba pagare un’ora di sostituzione per andare ad un funerale.
Il dolore, la dolcezza, la carrellata di una vita trascorsa insieme non valgono lo “spreco” di una sola ora di lezione: come se, in quell’ora, cambiassimo i destini di quello che un tempo chiamavamo il “Belpaese”!
Così, in quell’ora, riesci a malapena ad essere presente col corpo, mentre rammenti quando volevamo decorarla – sul pianerottolo della scala antincendio, dove si poteva ancora fumare – con una medaglia di cartapesta per aver letto l’Ulisse di Joyce.
Un tempo, quando i Presidi erano ancora “insegnanti anziani” e non “Dirigenti”, si chiudeva la baracca e s’andava tutti al funerale, perché si riteneva che la riflessione sulla caducità della vita facesse parte dei valori che la scuola doveva insegnare. Una sorta di “laboratorio” dell’ora di Filosofia (o di Religione, per i credenti).

Mentre accompagno la collega claudicante in sala insegnanti, l’aiuto a sedersi e le offro un caffè, ricordo quando anch’io vagavo fra un ospedale e l’altro, fra una TAC ed una risonanza, per cercare di tenere insieme una colonna vertebrale impertinente. Dolorante, zeppo di calmanti, trascorrevo il tempo fra la scuola – dove, oramai, m’accarezzavano la gobba prima del compito di greco – e le anticamere dei medici, le sale d’attesa degli ospedali, le code per pagare il ticket.
Poi, stufo, gettai tutto alle ortiche e decisi che non mi sarei più fatto imbottire di schifezze per star male allo stesso modo. Fui fortunato e forse anche un po’ coraggioso, trovai un buon agopuntore e guarii.
Lei, non ce la fa: inutile raccontarle che tu hai fatto…che c’è il tale…la sua fiducia nella medicina ufficiale è statuaria, non scalfibile, al punto d’avere una figlia che studia medicina. A lei ricorre, sperando in chissà quali miracoli per la comunanza del sangue, la vicinanza epistemologica, la complicità femminile. E sta male.
Sta male perché non ce la fa più: «Vai a casa, prenditi qualche giorno…»
«Non posso, la terza prova, stiamo “provando” la terza prova: non posso “mollare” adesso…»
In realtà, ognuno di noi può “mollare”, anzi, dovrebbe, perché è irragionevole stare in classe in quelle condizioni. Eppure, anch’io l’ho fatto. Perché?
Difficile spiegarlo.
Sgombriamo subito il campo dal sospetto che sia la “tassa sulla malattia” calata con gusto dal piccolo ministro veneto, quasi godendo: nessuno, forse pochi, fra i docenti italiani ha il problema di vedersi decurtato lo stipendio di qualche decina di euro. Non siamo ancora a quel punto e ci voltiamo, più semplicemente, quando passa una brunetta che merita lo sguardo. Una di nome e di fatto, non quell’obbrobrio veneziano.
Il piccolo ministro presenterà al suo capo i frutti del suo taglieggio, il suo capo ne gioirà ed affermerà che “non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”, ma non è certo questo il riserbo, quasi il timore di concedersi alla malattia. La vera paura di fermarsi è quella di non farcela più a ripartire, inutile nasconderlo.

La classe docente italiana è la più vecchia d’Europa: il 55% degli insegnanti ha più di 50 anni, contro una media europea del 33%. Non sono dati riportati dai COBAS, bensì quelli ufficiali del Ministero dell’Istruzione: sull’anagrafe, nemmeno miss Gelmini maestrinadellapennarossa può barare.
Per il futuro, non sono previsti mutamenti sostanziali: grazie alle “sapienti” riforme delle pensioni, più i “tagli” sul personale che sono stati definiti “riforma Gelmini”, saranno decapitate generazioni di giovani insegnanti, i precari saranno annullati (problema risolto, no? Berlusconi risolve sempre tutto!) e rimarranno in servizio docenti sempre più vecchi. A volte, girando per i corridoi, si ha l’impressione d’essere all’accettazione del geriatrico.
Con la trovata di chiamare “riforma” i tagli al personale, ordinati da Tremonti e firmati dalla Gelmini, s’è oscurata completamente la drammatica situazione dei docenti e della scuola italiana: poteva forse la Gelmini compiere una riforma? Ci provò Berlinguer – e qualche, minimo risultato l’ottenne, poi vanificato – ma gli ultimi che riformarono veramente la scuola italiana furono Gentile e Lombardo Radice, nel 1923. Non confondiamo il grano con la crusca.
I “furbetti del quartierino” affermeranno d’aver avuto insegnanti anziani bravissimi: oh, come ricordo il prof tale, così bravo…eppure “navigava” ben oltre i sessanta…
I più, lo scrivono comodamente seduti in qualche segreteria di partito: i soldi non te li danno per niente.
Dimenticano che un tempo era una scelta, non un obbligo, mentre oggi siamo precipitati nell’assurdo: si tengono al lavoro dei vecchi claudicanti ed a spasso dei giovani che avrebbero bisogno di un lavoro.

Le ragioni sono tutte dettate dalla logica di questa classe politica rapace: siccome nessuno ha il coraggio di separare la previdenza dall’assistenza – dopo, bisognerebbe mettere le basi per uno Stato realmente europeo, non sudamericano in maschera – così, ogni intervento assistenziale obbliga ad inasprire la previdenza, aumentando l’età pensionabile.
La gestione previdenziale dell’INPS, all’atto della riforma del 2007, era in attivo per un miliardo di euro: pur pagando le pensioni, con la riscossione dei contributi, rimaneva un miliardo. Oggi, l’attivo è di 11 miliardi[1], che saranno ingoiati dalla crisi economica sotto forma di cassa integrazione: l’unico “comparto”, che non viene mai “corroso” dalle crisi, fa capo al milione di persone le quali – sotto moltissime forme – campano di politica. Mica sono fessi.

Il prossimo passo – prima delle elezioni queste cose non si devono dire, come sapere dove sorgeranno i 34 “siti nucleari” – sarà la pensione a 65 anni anche per le donne, così – persone che hanno iniziato a lavorare quando potevano lasciare il lavoro a 55 – si troveranno a lavorare 10 anni di più rispetto alle quasi coetanee. Un insulto. E ci fanno pure ridere le smentite pre-elettorali di Tremonti.
Ovunque voltiamo lo sguardo, ci sono soltanto notizie che narrano di un paese per vecchi: in Italia, per ogni agricoltore sotto i 35 anni, ce ne sono 12,5 sopra i 65, un rapporto di 1 : 12,5! In Francia ed in Germania il rapporto è rispettivamente di 1 : 1,5 e di 1 : 0,8. In Germania, addirittura, aumentano![2].
I medici, a 40 anni – se non hanno “santi in paradiso” – ancora lavorano solo nella Guardia Medica, i “giovani” insegnanti hanno 40 anni: lo scorso anno, seppi che entrò in ruolo una collega di 50 anni, la quale scrisse nella sua relazione “è curioso, giungere all’alfa quando già si scorge l’omega”. Datele torto.
Le proposte turistiche italiane sembrano ritagliate su misura per una pletora di pensionati: anzitutto, è proibito tutto – dormire con il sacco a pelo in spiaggia, piantare una tenda, accendere un falò, fare il bagno nudi, ecc – e le uniche cose che sono permesse sono quelle che costano. Più costano, e più sono permesse: non c’è da stupirsi se i giovani, quando possono, vanno in vacanza all’estero. Chiuderanno un occhio sulla tanta cocaina in circolazione perché costa parecchio?
Siamo così furbi da spendere (come Stato) una fortuna per istruire dei giovani i quali, se diventano bravi nelle loro professioni, cosa rimangono a fare? Persino gli immigrati, se salta fuori un posto in Germania, se ne vanno e, appena possono, tornano al loro paese. Qui, non ci vuole stare più nessuno.

Quando eravamo un paese “giovane”, tutte queste restrizioni non c’erano e nessuno si sognava di farti lavorare oltre i 60 anni: oggi siamo decaduti ed altri paesi sono diventati “giovani”. Che fare?
Ovviamente, “lavorare di più”: ci sembra proprio – visto che gran parte del lavoro è migrato all’estero – la soluzione ottimale. Ricorda un poco quel che raccomandava il manuale degli ufficiali britannici per i prigionieri: “Per tenerli occupati, un giorno fate loro spostare delle pietre dal punto A al punto B, quello seguente le medesime pietre dal punto B a quello A”. Che soluzione.
E’ con questo spirito, un poco caustico ma costruttivo, che abbiamo notato il ritorno sul Web di Domenico de Simone, e ne siamo rimasti felicemente sorpresi. Mimmo: ci mancavi. Perché?
Perché de Simone può vantare veramente la palma di “chi lo aveva detto”, riguardo la crisi economica, ma non è nemmeno questo il punto più importante. Anche altri l’avevano detto, e non servono gare fra “primedonne”.

Il problema dell’economia, in questi anni molto dibattuto, è complesso perché costellato di molti aspetti fra loro interdipendenti.
Si fa risalire, in genere, la “madre” di tutte le nefandezze alla truffa sulla moneta, e questo già il prof. Auriti lo chiarì. Poi, la seconda truffa, l’energia: non potrai mai sottrarti ai nostri monopoli! Al punto che oggi, con il petrolio sotto i 40 $/barile, la benzina dovrebbe costare circa 1,05 mentre costa 1,20. Che bel gruzzolo mettono da parte.
Infine, il lavoro: le aziende “risorgono” (vedi Chrysler) quando riescono a fare accordi con i sindacati che prevedono la fuoruscita dei lavoratori dall’azienda. Ma, le aziende, non dovrebbero creare ricchezza per chi produce? Ho letto solo io, nella Costituzione Italiana, che è prevista la compartecipazione nella gestione (art. 46)?

Art. 3: …E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ar. 38: …I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Art. 46: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Invece, se ci sono troppi lavoratori, la cosa non funziona più. Perché? Per via dell’automazione, colpa delle macchine.

Un paese “giovane” non rifiuterebbe l’automazione, poiché con l’automazione s’eliminano molte lavorazioni noiose e ripetitive (l’informatica è regina nell’aiutare a compiere mansioni identiche e ripetitive), le quali non sono assolutamente coerenti con la mente umana. Sono soltanto il prodotto dell’ultimo secolo, del fordismo.
L’Uomo, dà il meglio di sé quando può creare, non quando deve riprodurre.
Persino un mediocre ministro della Funzione Pubblica del precedente governo (Niccolais) se n’accorse, al punto da dichiarare che un lavoratore giovane ed informatizzato risultava “produttivo” quanto quattro lavoratori più anziani e privi di perizia nelle nuove tecnologie.

In questo paese per vecchi, difatti, la diffusione della banda larga è estremamente lenta, poiché – piccolo particolare – cozza contro gli interessi televisivi (altro media) di Berlusconi, ma questo è solo un aspetto, pur presente, che risulta tuttavia secondario. Il nesso è più vasto e va oltre il Pelato.
Proviamo ad immaginare agricoltori giovani, istruiti, in grado di promuovere e vendere i loro prodotti sul Web: olio, vino, pasta, formaggi, ecc, come si compra su E-bay. Artigiani che propongono sedie, scrittori libri (io stesso metterò presto in vendita, a prezzi bassissimi, la mia produzione di narrativa in PDF), muratori che mostrano in chiaro prezzi e lavori eseguiti. La lista potrebbe continuare, e parecchio: tutta gente che potrebbe costruirsi un futuro con le proprie mani, senza dover chiedere favori a nessuno.
E dopo, come li controlli? Se questi sono in grado di provvedere da soli a se stessi, io – politico – come posso mendicare il voto? Come riempio l’anticamera del mio studio?
Mantenere il Paese in condizioni d’arretratezza è ciò che consente ad una classe politica, incapace di governance moderne, di non essere travolta: un paese di sudditi, ecco l’unica Italia che questa classe politica – intera – può governare. Luigi XVI, paradossalmente, fu il sovrano francese che più investì per l’istruzione del suo popolo: come andò a finire lo sappiamo, e lo sanno anche i nostri amati “rappresentanti” a Roma, che si “mettono al vento” fornendo un’istruzione da terzo mondo ed occupandosi del Web solo quando meditano di poterlo controllare.

A parole si scaldano per “modernizzare”, “semplificare”, “riordinare” tutto: in pratica, operano proprio all’opposto. Quando governò il centro-sinistra, nonostante la gran profusione di “esperti” nelle rinnovabili che l’allora ministro Pecoraro riunì al suo cenacolo, cosa ne uscì? Nulla. E sul lavoro? Non allungarono (proprio loro!) l’età pensionabile?
La Lega Nord, da decenni, predica fulmini e saette per il Sud, afferma di voler riportare un po’ di legalità e di giustizia nei confronti di un Nord da sempre tartassato. Eppure, sanno benissimo che tutti i dati che riguardano il Sud sono falsati, poiché l’economia del Sud – per la gran parte – è un’economia che non considera lo Stato.
Nessuno ti consegna una ricevuta fiscale al ristorante, le fatture sono un optional e tutto gira “in nero”: i prezzi degli immobili sono più bassi perché tutto il mercato è in nero. Non è però del tutto esatto affermare che il Sud non “riconosce” lo Stato: lo riconosce, e bene, quando c’è da chiedere!

La Sicilia ha un dipendente pubblico ogni trenta abitanti, la Regione mantiene il regime pensionistico di un tempo (19 anni, sei mesi ed un giorno, ecc), così riesce ad avere un turn-over sufficiente per accontentare tutti. Chi? Quelli che un tempo votavano, compatti, DC, poi PSI, ieri Forza Italia, oggi PdL: si vota chi paga, e non stiamo a dire che queste cose la Lega non le sa!
Adesso, per infinocchiare ancora una volta quelli che vanno ai raduni con le corna di Brenno, “spara” quella del federalismo fiscale: se fosse una vera riforma, si dovrebbero ottenere dei risparmi. Invece? Invece, Tremonti è pressato dalle richieste di fondi per varare un federalismo fiscale che deve mantenere il controllo di parte del Sud (Berlusconi, rinuncerà ai voti siciliani? Ma va là…) e concedere qualche nocciolina muffita al Nord. “Tutti saranno garantiti”, ha ricordato il “porcaro” Calderoli: capito mi hai?
Di Pietro si deve ancora capire dove vuole andare a parare, Casini prende ordini dal Vaticano e dallo suocero, i due grandi partiti del +/- L sono soltanto lì per fare affari insieme. Il cadavere di Alleanza Nazionale s’aggira in stanze che nessuno, fra i suoi iscritti storici – se sono onesti, lo ammetteranno – giunge più a riconoscere.
Questi fantasmi di un Paese geriatrico, s’arruffano e litigano per decidere se fare colossali colate di cemento, ma quelli che s’oppongono non hanno alternative da proporre, poiché l’unica alternativa risolutiva è spezzare il rapporto fra lavoro e salario, per iniziare a valutare – per prima cosa – la ricchezza effettivamente prodotta. Questo sarebbe già un buon inizio.

Anche i cosiddetti “oppositori” – da quelli che siedono in Parlamento ad ampi settori di quelli che stanno fuori – mai toccano con decisione il “tasto” del reddito di cittadinanza. Troppo pericoloso: fa il paio con l’auto-produzione d’energia, che è solo ricchezza sotto altra forma.
Per questa ragione, saluto con gioia (può darsi che altri suoi contributi sul Web mi siano sfuggiti) il ritorno di Mimmo, perché – sin dai tempi nei quali scrivevamo entrambi per Malatempora – lui aveva analizzato e provato non solo la truffa sulla moneta, ma anche che costa di più il controllo, per verificare se hai diritto ad un servizio, che fornire il servizio stesso!
De Simone non lo ha “detto”, lo ha provato nei suoi libri, cifre alla mano! Non si limitò alla denuncia, ma raggiunse la proposta!
Solo con il reddito di cittadinanza si potrebbe aprire una nuova stagione – una Italia “per giovani”, verrebbe da dire – poiché, anche se scapolassimo questa crisi economica senza troppe ferite, domani ne giungerebbe un’altra. In fin dei conti, la truffa di creare ricchezza fasulla con i subprime, altro non è che un modo per mascherare che la ricchezza vera prendeva il volo verso altri lidi, soprattutto (negli USA) verso quel 3% di Paperoni che ben sappiamo. Sono riusciti, i vegliardi al potere, a trovare un accordo sui “paradisi fiscali”? E, se non ci riescono perché collusi, non ci vengano a raccontare altre fregnacce!
Oggi, i lavoratori sono di troppo, domani cosa inventeranno: una sorta di “eutanasia controllata”? Drive-in 2000? (Bellissimo e profetico film).

Le molte proposte – pur interessanti e necessarie – che in questi anni sono state portate avanti sulla moneta, sono monche, perché non trattano il nodo centrale: come distribuire la ricchezza? Pur immaginando scenari meno truffaldini, s’arrestano di fronte al sancta sanctorum dell’economia borghese: perché? Chi ha paura di chi?
Anche statalizzando la Banca d’Italia ed un buon numero d’istituti di credito (sul vecchio modello delle Casse di Risparmio, enti senza fine di lucro) l’accumulazione di capitale verso i monopolisti non sarebbe arrestata: il processo, continuerebbe sotto altre forme.
In effetti, ho letto molte analisi sulla moneta e sulla ricchezza che ci viene sottratta, ma ho letto poco sul come utilizzare, poi, quella ricchezza. Per avere stipendi più alti e viaggiare tutti in BMW? E dopo, in astronave? E’ questo il modello che vogliamo?

Tutte le analisi, proposte in questi anni, peccavano spesso di povertà sotto il profilo sociologico: va bene raccontare l’economia borghese, va bene denunciarne le pecche, ma non basta. Bisogna anche avere il coraggio d’affermare che questo modello economico non farà altro che creare sempre ed ovunque ingiustizie, dolori e povertà: è la sua natura precipua! Perché dobbiamo tenercelo? In fin dei conti, è solo uno schema (abbastanza claudicante) al quale ci chiedono d’aderire in modo acritico: perché non possiamo urlare che ne vogliamo un altro?
De Simone ha dimostrato che è possibile, azzerando gli inutili centri di spesa pubblica, fornire a tutti un reddito di cittadinanza minimo, circa 500 euro mensili a persona. E dopo? Se vorrai lavorare lo farai per avere qualcosa in più, ma lo farai con gioia e convinzione, scegliendo quello che vuoi fare, non quello che hai trovato di ripiego. E, la Storia insegna, tutte le grandi innovazioni sono state partorite, strutturate e create da persone che non avevano l’assillo della “rata”, che lavoravano per il gusto di soddisfare una loro necessità di conoscenza, oppure di veder realizzato un progetto!
La colossale balla è che questa economia – falliti i tentativi destra/sinistra del Novecento – sia l’unica possibile, e Mimmo lo ha provato sotto molti aspetti. E’ falso che non possano esistere altri modelli economici, è vero che non possono esistere quelli che lo dicono e lo scrivono: quelli sì che devono essere posti al “confino” mediatico!

Qualcuno, a questo punto dirà: già, ma come possiamo fare?
In realtà, molto lo stiamo già facendo: questo tourbillon d’informazione che circola sul Web, la discrepanza fra la vera e libera informazione (con tutte le pecche del caso, ma “vivida”, “per giovani”) ed i santuari paludati dei media televisivi, già racconta che una rivoluzione è in atto. La vedranno i nostri figli? Pazienza, l’importante è cominciare.
Fra pochi giorni, saranno definitivamente spente le telecamere sul terremoto d’Abruzzo: chi conosce anche solo un poco le tecniche di comunicazione, sa che così è. A differenza del passato, però – ricordiamo, una per tutte, la “ricostruzione” in Irpinia, che fu una colossale spinta al “volano” della criminalità politico/organizzata – siamo certi che i bloggher abruzzesi non spegneranno le loro piccole videocamere, non smetteranno di raccontare le mille nefandezze che, inevitabilmente, i cementieri di regime compiranno. Questo è già cambiamento, è già una piccola rivoluzione: fra poco, “Striscia la notizia” sarà un vago ricordo, poiché surclassata dall’informazione volontaria, portata avanti da migliaia di giovani volonterosi e capaci.
Le elezioni? Il potere?

Fin quando l’astensionismo sarà vicino al 20%, è del tutto inutile cercare aggregazioni: siccome le forze che siedono in Parlamento sono tutte – chi più, chi meno – legate al medesimo carro della globalizzazione e del mercato “über alles”, è tempo perso sognare nuove forze politiche “giovani”.
Bisogna che l’astensionismo giunga a livelli “bulgari” – 40% ed oltre – perché lì c’è un discrimine, quello fra l’astensionismo fisiologico e quello politico. Di fronte ad un 40% degli italiani che li rifiuta, inizieranno a temere – a quel punto, ci sarebbe lo spazio per una nuova forza politica che potrebbe entrare in Parlamento accompagnata dalla fanfara – ed inaspriranno ancor più le mille leggi e leggine con le quali cercano di controllarci. Insomma, “tanto peggio, tanto meglio”: non abbiamo remore ad affermarlo.
Come s’inizia? Cominciando a rifiutare di partecipare al gran sabba che stanno per propinarci: fin quando riusciranno a convogliare la gente verso i seggi, a far credere che la democrazia sia semplicemente tracciare una crocetta ogni cinque anni, nessuno li schioderà. So che molti giovani iniziano – dopo aver votato un paio di volte – a rimuginare, a progettare una bella gita al mare: cominciamo il nostro percorso verso la vera democrazia rifiutando quella falsa, la loro.

Vorremmo un Primo Maggio diverso, non le “sante messe” pagate dal regime con il solito concerto, perché in quel modo ci tolgono la parola. Sogniamo insieme un Primo Maggio dove ci si riconosca su nuove parole d’ordine, su nuovi obiettivi: dal reddito di cittadinanza all’auto-produzione energetica, dalla cura “gentile” del nostro bellissimo Paese (compreso il meraviglioso patrimonio artistico) alle cure “gentili” per il nostro corpo: ne abbiamo bisogno, ne abbiamo diritto.
Per giungere infine ad un nuovo inizio, quello di un mondo di comunità interdipendenti e gioiosamente comunicanti, non i “localismi” che ci prospettano, microcosmi che si guardano in cagnesco e che vorrebbero spacciare per un futuro “alternativo”.
Sogniamo un Primo Maggio di nuove orme, tutte ben calcate sulla punta: non è un sogno, sta a noi crederci.

di Carlo Bertani

Fonte articolo

Stop al consumo di territorio
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