29/06/09

Teleriscaldamento o Teleimbonimento ?

Leggete prima per cortesia questo articolo per capire cosa sta bollendo nella pentola di Hera a Forlì. Non è una novità che le multi-utility da tempo propongano e sponsorizzino le virtù taumaturgiche di un sistema che punta ad unire il risparmio energetico con la tutela ambientale, questo sistema si chiama Teleriscaldamento (TLR). Fausto Ferraresi, direttore della divisione Teleriscaldamento di Hera, ha recentemente dichiarato l'esistenza di nuove strategie per ampliare il teleriscaldamento nella città di Forlì, coinvolgendo la zona del Ronco a nord di Forlimpopoli.
E' bene capire come si muovono queste ex-municipalizzate, oggi divenute grandi s.p.a. e quotate alla borsa valori, da queste aziende infatti può dipendere non poco delle nostre esistenze: elettricità, riscaldamento, acqua, gestione rifiuti ed anche telecomunicazioni. L'ultima manna per rinverdire i loro portafogli (in tutti i sensi) è rappresentata dal teleriscaldamento, da sempre benedetto presso talune associazioni ambientaliste come la panacea del risparmio energetico e del vantaggio ecologico per eccellenza.
Questo è parzialmente vero ma non è tutta la verità, per lo meno a Forlì, dove il teleriscaldamento rappresenta una vera manna: si bruciano i rifiuti risparmiando sui costi di discarica ed il risultato è un fiume di acqua calda che scorre nelle viscere della città ed infine giunge al calorifero, riscaldando la casa dell'inquilino di periferia, che può così evitare di consumare l'inquinante (?!?) metano di città. Magari essendo inquilino di periferia il cittadino aveva già installato la sua "vecchia" caldaia a condensazione ad alto rendimento. Per i fautori del teleriscaldamento è comunque un progresso enorme: un sistema pratico, ecologico, economico, efficente, sostenibile. Ma per chi ?

Partiamo dal risparmio economico

Il cittadino con il teleriscaldamento non risparmia quasi nulla, perché ci sono delle tariffe base nazionali per le unità calore, che lo parificano di fatto al metano. Per lo Stato sono fondamentali le entrate fiscali sui carburanti, ed il maggiore utile se lo intasca l'azienda a discapito dello stato. Inoltre, con l'allaccio al teleriscaldamento e rimozione della "inutile caldaia" si può dire addio a qualsiasi pratica realmente sostenibile, come l'installazione di pannelli solari per l'acqua calda. In alcuni casi se il cittadino ci prova viene addirittura bastonato con richieste di indennizzi.
Si entra di fatto in un circolo di totale dipendenza, e la multi-utility ne gioisce non poco. Non è un mistero che alcune aziende potrebbero pensare di mandare direttamente al "bruciatore" anche rifiuti considerati "difficili", creando pesanti interrogativi sui prodotti della combustione di questi procedimenti (diossina?), dato che il servizio di teleriscaldamento non può essere interrotto per nessun motivo, specialmente in inverno. E d'estate poi ? dove la domanda di acqua calda è molto minore ma le bocche di fuoco non possono essere sottoalimentate ?

Concludiamo con l'inquinamento ambientale

Anche sul lato dell'inquinamento ambientale ci sono forti dubbi, siamo sicuri che il teleriscaldamento da termo-distruzione dei rifiuti sia meno inquinante di un equivalente bruciatore a metano ? Non solo il dubbio è lecito, ma è stato anche già misurato mettendo a confronto in uno studio del politecnico di Milano tre diversi inceneritori Italiani (Brescia, Milano, Bologna) rispetto a impianti termici equivalenti alimentati a pellet, gasolio e metano. Il risultato è sconcertante, dal punto di vista delle nanoparticelle i termoutilizzatori ne escono con le ossa rotte, dato che le particelle metalliche ultrafini che si formano (e che sono altamente dannose) vengono prodotte ad un ritmo almeno cinque volte superiore rispetto alle controparti a metano, in barba ai costosissimi e complicatissimi sistemi di trattamento fumi necessari per ripulire un combustibile inerentemente sporco e contaminato da metalli pesanti come il rifiuto urbano.
Quindi, se il teleriscaldamento è prodotto da rifiuti rappresenta solamente un pericolo potenziale per i cittadini, poichè gli impianti di generazione non possono essere dislocati fisicamente troppo lontani dall'utilizzatore finale, quindi non sono affatto un passo avanti verso una maggiore sostenibilità. Se prodotto da centrali a gas in cogenerazione hanno un senso esclusivamente per evitare le emissioni delle vetuste caldaie ad olio combustibile, che con una spesa significativamente minore potrebbero essere tutte comunque sostituite con caldaie a condensazione indipendenti, ed in futuro con pannelli solari termici. Le dispersioni nelle tubazioni inoltre disperdono in media il 10% della energia termica trasportata, tanto più quanto le centrali si posizionano lontano dall'utilizzatore. Aggiungiamoci anche che le multi-utility hanno il difettuccio di farci pagare l'acqua calda di scarto come metano equivalente allo stato puro ed il Teleimbonimento è servito.
Buon Teleriscaldamento a tutti.

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Il Corriere racconta il solare in Germania (14% del fabbisogno!!!) e i problemi dell'italia (burocrazia).

Grazie agli incentivi del governo tedesco la quota delle energie rinnovabili ha raggiunto il 14%. Nel nostro Paese i sussidi più alti nell’area Ue

BERLINO — Sembreranno file in­finite di sedie a sdraio, nella sabbia del deserto del Nord Africa. Blu, co­me lo sono i pannelli solari. Si chia­ma Desertec ed è un progetto da 400 miliardi (sì, miliardi) di euro che sarà lanciato il 13 luglio a Mo­naco. L’idea è del gigante assicurati­vo Munich Re, che ha messo insie­me un gruppo di imprese per realiz­zare un vecchio sogno: produrre energia pulita dove c’è molto sole ed esportarla in Europa. Secondo il piano, dal 2019 il Vecchio Continen­te potrebbe essere approvvigiona­to, per il 15% dei suoi consumi, da energia solare in arrivo dal Sahara. Alla conferenza ci saranno impre­se come Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.On, il governo di Berlino, la Lega Araba, il Club di Roma, centri di studio tedeschi e probabilmente anche imprese italiane e spagnole. Una cosa seria. Non risolverà il pro­blema della dipendenza energetica da aree politicamente instabili e non sarà facile da realizzare. Ma è il segno che il sole è pronto a fare un salto di qualità nell’economia del mondo e che la Germania dirige le danze. Nonostante il Paese non sia un paradiso tropicale, da quasi un ven­tennio i governi tedeschi — ancor più quello in carica di Angela Me­rkel — incentivano lo sviluppo del­le tecnologie per estrarre energia dal sole. Dal 2004 in modo aggressi­vo.

Il risultato di questa politica (e dell’amore dei tedeschi per l’am­biente) è che la Germania produce oltre il 14% dei suoi consumi elettri­ci da energie rinnovabili (anche vento e biomasse). Se ci fosse più sole, i risultati sarebbero straordi­nari. L’incentivo, simile a quello ita­liano ma precedente, consiste nel fatto che lo Stato compra dai priva­ti (anche famiglie) l’energia solare prodotta con pannelli e non consu­mata a un prezzo più alto di quello di mercato: un sussidio per incenti­vare le fonti rinnovabili. Interi quar­tieri, ad esempio in città come Fri­burgo e Ulm, hanno tetti a pannelli fotovoltaici. Alcune cittadine, Mar­burg per dire, tendono a rendere obbligatorio il sistema solare sul tetto. Grandi aree sono dedicate al­lo stesso scopo: a fine 2008, un ex campo d’aviazione della Germania Est — Waldpolenz — è diventato il primo o secondo parco fotovoltai­co del mondo: 40 megawatt. Nel Paese ci sono 160 istituti che fanno ricerca nel campo. Il primo produt­tore mondiale di celle fotovoltai­che è tedesco, Q-cell, e i grandi gruppi, a partire da Siemens, sono coinvolti nelle diverse fasi del pro­cesso. L’idea dei tedeschi è che quella del sole (ma anche del ven­to) sia l’industria del futuro, in gran parte destinata all’export. Tra dieci anni — calcola il professor Ei­cke Weber, del Fraunhofer di Fri­burgo, nel campo, l’istituto forse più importante al mondo — «l’energia solare costerà meno del­l’energia tradizionale, il fotovoltai­co avrà una grande diffusione.

I Pa­esi che si occupano in modo positi­vo e aggressivo di questa tecnolo­gia avranno un futuro migliore. I lettori del Corriere della Sera do­vrebbero rendersene conto». In effetti, l’Italia se n’è resa con­to, almeno in teoria. Attraverso il Conto Energia (non troppo diver­so dal meccanismo tedesco), il mercato della Penisola è diventato il più generoso in Europa in fatto di sussidi (da 36 a 49 centesimi al chilowattora), tanto che attrae molti investitori dall’estero. Uno studio recente della Scuola di Ma­nagement del Politecnico di Mila­no prevede che nel 2011 si raggiun­geranno i 1.200 megawatt di poten­za fotovoltaica installata grazie agli incentivi del Conto Energia, cifra oltre la quale il sussidio dovrà cala­re. Ciò nonostante, lo stesso stu­dio stima che nel 2012 si possa arri­vare (nello scenario migliore) a 2.430 megawatt installati. Una for­te crescita: 37 mila impianti in eser­cizio, 5 mila dei quali creati nel pri­mo trimestre del 2009 (il mercato, oggi, vale mille miliardi, il triplo se si conta l’indotto). Non solo. L’Italia potrebbe esse­re — grazie al rendimento dei siste­mi fotovoltaici e al calo dei loro co­sti — il primo Paese al mondo a rag­giungere la parità dei prezzi di ener­gia solare e energia tradizionale: se­condo qualcuno già l’anno prossi­mo, più probabilmente un po’ do­po. I sussidi dovranno a quel punto essere ridotti fino ad arrivare a zero ma per il settore si aprirà una sta­gione nuova.

Il problema è che la burocrazia ne ostacola lo sviluppo, con cavilli, ostacoli e un sistema di autorizzazioni diverse da comune a comune. Anche così in Italia il setto­re attraversa un boom, che sarebbe maggiore se non ci fosse stata la cri­si finanziaria, la quale, calcola il Po­litecnico, nel 2009 farà perdere 300 megawatt di potenza installata. Il Vaticano ha messo i pannelli sulla Sala Nervi con un progetto ita­lo- tedesco, la Sicilia è giustamente all’avanguardia e a Noto si dovreb­be realizzare una delle centrali foto­voltaiche più grandi al mondo, l’Enel finirà quest’anno un impian­to da 5 megawatt con una tecnolo­gia innovativa. E il colonnello Gheddafi ha parlato poche settima­ne fa con l’amministratore delega­to dell’Eni Paolo Scaroni di un gran­de progetto per coprire di pannelli solari parte del deserto libico meri­dionale: energia a basso costo per i Paesi confinanti più poveri. Sedie a sdraio ovunque.

di Danilo Taino

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28/06/09

La pubblicità al potere

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La pubblicità dovrebbe servire per vendere. In Italia da vent'anni serve per comprare. E' un meccanismo semplice e contorto. Tre frequenze nazionali su quattro sono assegnate da tempo immemore a un privato cittadino. Il soggetto in questione è lo psiconano che gode delle concessioni di Stato a condizioni agevolate. Molto agevolate. Per usarle paga l'uno per cento del fatturato. E' come dare in concessione un nostro appartamento a qualcuno e accontentarsi dell'uno per cento dell'affitto che ne ricava. Solo uno squlibrato o una persona che vuole ottenere altre contropartite lo farebbe. Il Governo D’Alema nel 1999 lo ha fatto, con una legge ad hoc (pag. 32: legge 488, art.27 comma 9, del 23 dicembre 1999).
Il flusso di denaro ottenuto attraverso Publitalia è stato immenso. Da Publitalia è derivata Forza Italia. Una creatura politica pubblicitaria. Che si è sviluppata con le tecniche di persuasione e di marketing della pubblicità. Un partito azienda nato per salvare l'azienda e, quindi, mantenere e aumentare il flusso pubblicitario. Anni fa fu predetto che l'Italia del futuro sarebbe stata plasmata dalle televisioni e non dai partiti e dalle ideologie. L'Italia di oggi è invece figlia della pubblicità. Dei suoi meccanismi. La pubblicità al potere.
Lo psiconano invita a non fare pubblicità sui media catastrofisti. E' come se dicesse di fare pubblicità solo sui media ottimisti che negano la verità economica. In sostanza: i suoi. E' un piazzista della pubblicità in un momento di crollo della pubblicità. Le imprese controllate dallo Stato come l'ENI, le Ferrovie dello Stato, l'ENEL pagano fior di capitali in pubblicità. Quale investimento migliore, dal punto di vista politico, di Mediaset, la televisione commerciale del Presidente del Consiglio? E' un meccanismo straordinario. Soldi di imprese pubbliche finanziano una televisione commerciale che sfrutta frequenze pubbliche pagandole a prezzi di saldo. Soldi che hanno consentito e consentono, la permanenza al Governo del padrone di quelle televisioni.
I soldi della pubblicità controllano la politica, l'informazione, producono l'omologazione di massa. Avviene in modo indiretto, per questo non ce ne rendiamo conto. Il punto di forza di questo sistema marcio fino all'impensabile è la pubblicità, usata come merce di scambio e di potere. Un riciclaggio di favori, un pizzo legale e cercato. Non estorto, ma, anzi, offerto. Una Repubblica Pubblicitaria non poteva finire che con lo spot becero e triviale che si svolge sotto gli occhi di un mondo sbalordito..

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Il consigliere comunale Giovanni Donzelli è aggredito o aggredisce?


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In questi giorni è circolata la notizia che Giovanni Donzelli consigliere comunale del comune di Firenze (PDL) sia stato aggredito da un commerciante.

I Tg stessi hanno parlato di aggressione mandando un filmato dove si vede solo l'effettiva aggressione fisica (che il blog condanna) senza far vedere niente di prima.
Il blog fa solo qualche considerazione su aspetti che forse andrebbero approfonditi nei Tg:
Il commerciante era un abusivo? Io credo di no (se sì i Tg lo devono dire) a quanto ne sappiamo ha una regolare licenza per la quale ha anche pagato, rilasciata da qualcuno.
Quel commerciante quel giorno è andato semplicemente a lavorare come sempre, si è visto arrivare dentro al negozio un gruppo di persone che verbalmente, magari con molta educazione (?) ti dicono che è una vergogna che tu sia li a commerciare, che devi chiudere e rimanere disoccupato, tutto questo ovviamente dopo aver pagato le tasse e la licenza per lavorare ormai da molti anni.
Sfido chiunque a reagire bene sentendosi di fatto AGGREDITO nella propria VITA, nella propria FAMIGLIA, nel proprio LAVORO giusto o sbagliato che sia il commerciante ha chiesto il permesso per poterlo fare, permesso che gli è stato dato.
Giusto o sbagliato che sia aperto quel tipo di negozio? Boh parliamone ma sicuramente non andiamo ad AGGREDIRE una persona che cerca di tirare avanti, parliamone nei luoghi giusti e con le dovute maniere, mai e poi mai si deve infrangere la LIBERTA' di altre persone.

Tanto per ricordare cosa ne pensa Donzelli della LIBERTA' ecco un filmato di non molto tempo fa, dove è nelle vesti di addetto alla selezione delle persone che possono assistere alla manifestazione (autocelebrazione?) di Berlusconi a Firenze.


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Anch'io voglio vivere a Vauban

A Vauban, un sobborgo della città universitaria di Friburgo (Germania), un lussureggiante tappeto di fiori dai colori brillante sostituisce quello che normalmente sarebbe di parcheggio fuori della propria linda casa borghese.

Invece del ruggito del traffico, i residenti ascoltano il canto degli uccelli, bambini che giocano e occasionali jingle del campanello di una bicicletta.

"Se si vuole avere un auto qui, devi pagare circa € 20.000 per uno spazio in uno dei garage alla periferia del quartiere", spiega Andreas Delleske uno dei fondatori ed ora promotore del progetto di Vauban " ma circa il 57 per cento degli abitanti ha venduto l'auto per godere il privilegio di vivere qui ".
Come risultato, la maggior parte dei residenti viaggia in bicicletta o utilizza un ultra-efficiente servizio di tram che collega la periferia con il centro di Friburgo, a 15 minuti di distanza. Se vogliono una macchina per andare in vacanza o per trasportare merci noleggiano un mezzo o si associano ad un car-sharing della città. Essendo praticamente un sobborgo senza auto rappresenta solo l'inizio di ciò che è stato salutato come uno dei più riusciti esperimenti di vita e di verde urbano da considerare più come un modello per un futuro e forse un modo di vita più essenziale in un'epoca di cambiamenti climatici.
Vauban è un sobborgo meridionale di Friburgo e la patria di 5300 persone. Le sue eleganti case a quattro piani sono dipinte in sottili sfumature di blu, giallo e rosso o conservano la naturale struttura in legno, hanno ampi balconi e grandi porte finestre che si affacciano sui tranquilli giardini che somigliano a parchi. Le finestre di tutte le case hanno triplo vetro. Un intricato sistema di ventilazione dotati di scambiatori di calore assicura che gli appartamenti abbiano costantemente aria fresca a temperatura ambiente, anche quando le finestre sono chiuse. La maggior parte delle case sono alimentati da pannelli solari, co-generatore a pellets che forniscono energia elettrica e il riscaldamento domestico e apparecchi per l'illuminazione. Una delle conseguenze è che la maggior parte delle case di Vauban generare un surplus di energia elettrica che viene venduta. Con i loro muri spessi 35 centimetri, le case sono così ben isolati che la temperatura all'interno è direttamente influenzata dal numero di persone presenti in ogni appartamento. Il costo in un anno per il riscaldamento di queste "case passive" di quattro stanze è di appena € 114 all'anno. Questa "casa passiva" non ha bisogno di canali di scolo per i servizi igienici e le docce. I rifiuti sono ridotti a compost in speciali sistemi biologici e l'acqua della doccia e dei servizi igienici di lavaggio viene filtrata e riutilizzata per innaffiare il giardino. Tuttavia il borgo di origini erano molto lontani da tali temi idealistici. È cominciato nel 1937 come caserma, una raccolta di edifici a tre piani in pietra che ospitavano le truppe dell'esercito della Wehrmacht di Adolf Hitler. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le baracche sono state requisite dalla esercito francese e rinominato Quartier Vauban (Sébastien Le Prestre de Vauban), un noto architetto militare 17° secolo.
Dopo la riunificazione della Germania, i francesi si sono ha ritirati e il quartiere è stato consegnato alla città di Friburgo, nel 1994, quando fu prontamente occupato dagli squatter. Poco dopo, un gruppo di persone con uno spirito ecologico, per la maggior parte della classe media, si è al quartiere. Molti hanno preso parte al movimento anti-nucleare, come gli studenti negli anni 1970 e 1980.
Hanno istituito il Vauban Forum, che ha cominciato a negoziare con il governo della città partendo come progetto di una città che poteva esistere grazie alle eco-tecnologie come alternativa al nucleare. Il risultato è stata la creazione di una serie di alloggi commissionati ad architetti per progettare case nuove ed ecologicamente sostenibili sul sito. La maggior parte delle vecchie baracche naziste sono state abbattute e più di 60 architetti sono stati impegnati a ricostruire Vauban. Gli edifici di tre-cinque piani contengono appartamenti di varie dimensioni che per l'80 per cento sono di proprietà privata che hanno un costo di circa € 250.000 euro per quattro stanze. Il progetto è un punto di forza del movimento verde della Germania.

Il Governo della città di Friburgo è gestito da una coalizione composta da conservatori e Verdi e i Verdi detengono più seggi. Durante le elezioni europee, ha vinto il partito dei Verdi con il 60 per cento a Vauban. Quasi il 30 per cento dei suoi abitanti sono di età inferiore a 18. I bambini possono andare tranquillamente fuori la porta del loro appartamento dove esiste un giardino attrezzato con un parco giochi. Vauban è perfetta per i bambini. Amano il tipo di libertà che sarebbe difficile trovare in una città normale appartamento.

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Articolo originale tratto da The Independent UK

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Tanti giornali in agonia


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Dall’inizio del 2009 sono 516 i giornalisti prepensionabili, 1.950 quelli che hanno 59 anni di età e 35 anni di contributi. Perciò i conti dell’Inpgi (L’Inps dei giornalisti) sono a rischio assieme agli editori, che con tutta probabilità si vedranno aumentare di almeno 6 punti percentuali il gettito previdenziale per i loro dipendenti.

La crisi dei giornali è sempre più grave. Il quotidiano Il Messaggero, per esempio, da oggi è uscito senza le firme dei suoi redattori che protestano per la rottura delle trattative sul piano di crisi imposta dall’azienda. Nel quotidiano del suocero di Casini sono a rischio 48 posti di lavoro, la chiusura di 2 redazioni e pesanti sacrifici economici per l’intera redazione.
Quanto a Repubblica e Corriere Carlo De Benedetti ha annunciato che “dai primi di luglio partirà una riduzione del personale“.

Le entrate pubblicitarie calano senza spiragli di ripresa. Si vendono meno giornali, quindi gli editori sono costretti a diminuire i costi con meno pagine e meno giornalisti.
A Bari il presidente dell’associazione italiana stampatori di giornali Paolo Paloschi, nella giornata di apertura della 12esima conferenza internazionale per l’industria editoriale e della stampa italiana, ha detto che gli articoli sui giornali dovranno essere per forza più incisivi e sintetici, scritti da pochi collaboratori in redazioni snelle, in un contesto di distribuzione razionalizzata e con costi di agenzie per le foto ridotti al lumicino.

Intanto il governo, per voce del capo del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio Elisa Grande, consapevole della necessità di assicurare al mondo dell’editoria “una riforma strutturale di sistema condivisa” ha detto che “la presidenza del Consiglio sta facendo i salti mortali per trovare i fondi necessari per assicurare il pagamento dei contributi diretti per il 2009″. Proprio nelle ore in cui a Montecitorio è stato approvato il reintegro di 70 milioni per il fondo per l’editoria per il 2009 e altri 70 per il 2010.

Con la scusa che la crisi sia “occasione per riflettere sul complesso di inferiorità che la stampa vive rispetto a Internet e alla tivù“, si è ormai preso atto che è cambiata la tempistica delle notizie e anche le modalità. Il ruolo di Twitter nelle vicende dell’Iran è soltanto l’ultimo esempio.

Intanto, di seguito, l’elenco degli esuberi (in leggero difetto) in alcune redazioni italiane:

Corriere della Sera 91
Periodici Rcs 90
Mondadori 90
Repubblica 60
La Stampa 60 (34 prepensionati)
Il Messaggero 48
Poligrafici 34
Il Sole 24 Ore blocco del turnover per 30 posizioni.
Il Mattino 33
Apcom 30
Agi 21
Tuttosport 19
Gazzettino 17
L’Unità 17
Liberazione 19
L’Arena e Giornale di vicenza 12
Telereporter 12 redattori su 23 in cassa integrazione
Conti Editore 12
L’Eco di Bergamo 9
Provincia di Como 9
La Prealpina 6
La Cuba editori 10 contratti di solidarietà
Olympia 4
Agr 6



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27/06/09

L’uomo che sapeva troppo poco

Da quando, in via del tutto ipotetica, il suo on. avv. Niccolò Ghedini l’ha definito “utilizzatore finale” di prostitute a sua insaputa, Silvio Berlusconi si staglia come il politico più ingenuo o più sfortunato della storia dell’umanità. Dal 1974 al 1976 ospita nella villa di Arcore un noto mafioso, Vittorio Mangano, intimo del suo segretario Marcello Dell’Utri e già raggiunto da una dozzina fra denunce e arresti, ma lo scambia per uno stalliere galantuomo: anche quando glielo arrestano due volte in casa. Dal 1978 (almeno) al 1981 è iscritto alla loggia deviata P2, convinto che si tratti di una pia confraternita. Dal 1975 al 1983 le finanziarie Fininvest ricevono l’equivalente di 300 milioni di euro, in parte in contanti, da un misterioso donatore, ignoto anche al proprietario: infatti, dinanzi ai giudici antimafia venuti a Palazzo Chigi per chiedergli chi gli ha dato quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Negli anni 80 l’avvocato David Mills crea per il suo gruppo ben 64 società offshore nei paradisi fiscali, ma lui non sospetta nulla, anzi non sa nemmeno cosa sia la capofila All Iberian. Questa accumula all’estero una montagna di fondi neri che finanziano, fra gli altri, Bettino Craxi (23 miliardi di lire) e Cesare Previti (una ventina). Previti, avvocato di Berlusconi, ne gira una parte ai giudici romani Vittorio Metta (nel 1990) e Renato Squillante (nel 1991), ma di nascosto al Cavaliere. Il quale però s’intasca il gruppo Mondadori grazie a una sentenza di Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest. Nei primi anni 90 il capo dei servizi fiscali del gruppo, Salvatore Sciascia, paga almeno tre tangenti alla Guardia di finanza. E nel 1994, quando la cosa viene fuori, il consulente legale Massimo Berruti tenta di depistare le indagini dopo un incontro a Palazzo Chigi col principale. Ma questi non si accorge di nulla (“giuro sui miei figli”). Nemmeno quando Sciascia e Berruti vengono condannati, tant’è che se li porta in Parlamento. Nel 1997-’98 Mills, testimone nei processi Guardia di Finanza e All Iberian, non dice tutto quel che sa e lo “salva da un mare di guai” (lo confesserà al commercialista). Poi riceve 600 mila dollari dal gruppo di “Mr. B”. E Mr. B sempre ignaro di tutto (rigiura sui suoi figli).

Di recente si scopre che il Nostro, nell’ottobre scorso, prese a telefonare a Noemi, una minorenne di Portici, proprio mentre il suo governo varava una legge per stroncare la piaga delle molestie telefoniche (“stalking”). Ma lui scoprì che era minorenne solo quando fu invitato al suo diciottesimo compleanno. Ora salta fuori che Patrizia D’Addario, che trascorse con lui una notte a Palazzo Grazioli, è una nota “escort” barese, pagata da un amico del premier (l’”utilizzatore iniziale”?). Ma lui non ne sapeva nulla, tant’è che in quel mentre il suo governo varava una legge per arrestare prostitute e clienti. E’ sempre l’ultimo a sapere. Può un uomo così ingenuo, o sfortunato, o poco perspicace, fare il presidente del Consiglio?

di Signornò

(Vignetta di Natangelo)

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Ambasciator non porta pene, absit iniuria verbis, ma...quanno ce vo' ce vo' !!!

locandina vernacoliere

Locandina de "Il Vernacoliere " di Giugno 2009

Ahem, che volgaVità, nevvevo.

Scusate ma non ho resistito...è probabilmente una delle più belle ( nel suo tipicamente greve quanto bipartisan "humour") locandine degli ultimi anni.

Peraltro si tratta praticamente di una rarità ornitologica:il Vernacoliere, per chi non lo sapesse veracissimo giornaletto in vernacolo Livornese (deh!) è l'ultimo periodico TREMENDAMENTE di sinistra, ferocemente critico nei confronti dell'universo mondo che ci circonda, che abbia una certa tiratura...lo crediate o no, dalle nostre parti questa locandina sta allegramente accanto a quella della Repubblica o del Corriere.

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Ora et labora meglio se gratis

La crisi economica continua a manifestarsi come una fucina di opportunità per tutti coloro che intendono usarla a mo di grimaldello, utile a scardinare quel che resta dei diritti dei lavoratori, contribuendo ad inasprire oltre ogni immaginazione le condizioni di quel Far West privo di regole meglio conosciuto come mondo del lavoro.

In Gran Bretagna Willie Walsh, ad della British Airways, compagnia di trasporto aereo pesantemente in crisi, ha domandato ai suoi 30.000 dipendenti la disponibilità a lavorare gratis per un mese, iniziando col dare l’esempio attraverso la rinuncia al proprio stipendio di luglio che avrebbe dovuto ammontare a 61.000 sterline.
La risposta dei lavoratori, definita “fantastica” dallo stesso Walsh, è probabilmente andata molto al di là di quanto non sperassero i dirigenti della compagnia e sembra aprire nuovi orizzonti sulla strada del risanamento aziendale conseguito gravando sulle spalle della forza lavoro.

Ben 800 dipendenti della British Airways si sono infatti dichiarati disposti a lavorare gratis per un mese, mentre altri 4000 faranno le ferie senza essere retribuiti e ulteriori 1400 trasformeranno il proprio contratto a tempo pieno in part time.
In virtù di questi tagli retributivi “volontari” la compagnia dovrebbe risparmiare quasi 12 milioni di euro, con grande soddisfazione di Walsh e con tutta probabilità anche di molti suoi colleghi che non mancheranno di seguirne le orme.

Lo spettro del licenziamento in conseguenza della grave congiuntura economica sembra sempre più prefigurarsi come l’uovo di Colombo attraverso il quale smantellare decenni di conquiste sociali, bypassando le normative vigenti con la complicità degli stessi lavoratori, disposti ad immolare parti sempre più cospicue dei propri diritti nella speranza di riuscire a conservare l’ambito posto di lavoro.
Dipendenti che lavorano gratis per una parte dell’anno, rinunciano al diritto alle ferie remunerate, magari anche alla tredicesima oppure al pagamento degli straordinari, ecco un futuro in grado di relegare nel novero delle quisquilie perfino provvedimenti delittuosi quali la direttiva Bolkenstein e la riforma Biagi, il tutto senza il rischio di disordini sociali, ma anzi con il beneplacito degli stessi lavoratori. Un futuro in grado di donare il sorriso agli ad di multinazionali e corporation, per i quali la crisi economica potrebbe rivelarsi la migliore delle opportunità per livellare al ribasso il costo del lavoro in Occidente.
Resta solo da domandarsi in quale maniera i lavoratori riusciranno a mettere insieme il pranzo e la cena durante i periodi in cui lavoreranno gratuitamente, un dilemma non da poco per chi durante gli altri mesi dell’anno non percepisce 61000 sterline come il geniale Willie Walsh.

di Marco Cedolin

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26/06/09

Vomito costituzionale


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I giudici costituzionali sono gente alla mano, cordiali. Se hanno un dubbio su una legge, per esempio il Lodo Alfano, invitano a cena Berlusconi, Gianni Letta, Alfano e Vizzini. In una bella sera di maggio hanno fatto bisboccia tutti insieme con i giudici costituzionali Luigi Mazzella e a Paolo Maria Napolitano. Chissà di cosa hanno parlato con papi. Il 6 ottobre la Corte Costituzionale si pronuncerà sul Lodo Alfano, quello che rende la banda dei quattro più uguale degli altri italiani. Secondo voi cosa decideranni i giudici?

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Se lo stimolo non stimola

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Settecento e passa milioni di dollari posson bastare? Per gli Stati Uniti - che evidentemente amano fare le cose in grande (debiti pubblici compresi) - forse no. Riassunto delle puntate precedenti. A febbraio: l’amministrazione del neo presidente Barack Obama aveva presentato e fatto approvare un piano di maxistimolo per la disastrata economia a stelle e strisce da ben 787 miliardi di dollari (più o meno, per capirci, un terzo dell’intero Pil italiano). Mica bruscolini, insomma. E la stampa nostrana aveva scritto fiumi di inchiostro per incensare una misura, parole del “Corriere della Sera”, che doveva costituire una “pietra miliare” per sconfiggere crisi e guai economici vari. Peccato che giusto martedì scorso sia arrivata la classica doccia fredda per gli ardori ottimisti di Corriere&co. Lo stesso Obama - bontà sua - ha ammesso di non essere granché soddisfatto dei risultati. E non ha escluso di dover bissare, dando il là a un secondo maxi piano di spesa. Per la serie: chi non lascia, raddoppia.

Una notiziola da far balzare dalla sedia. Anche perchè proprio gli Stati Uniti, in questi giorni, stanno facendo i salti mortali per finanziare - a suon di debito e quindi di vendite di titoli di stato - salvataggi di banche e piani vari per contrastare la crisi. Ma una notizia che non ha trovato spazio sulle pagine ed i video dei media italioti. Il che, però, non stupisce. La crisi, per chi non l’avesse capito, in Italia - Belpaese dell’ottimismo - è tabù. E per altro gli italiani vivono questi silenzi in stile cornuti e contenti. Sono e saranno gli ultimi a sapere. E sono soddisfatti così (chi ha visto in questi mesi un corteo per protestare contro la plastica immobilità del governo, alzi la mano).

Quel che stupisce, semmai, sono proprio le parole usate da Obama. Che ha detto chiaro e tondo, come riporta l’agenzia americana Bloomberg, di non essere “soddisfatto dei progressi” fatti. Perchè i 787 miliardi di cui sopra non vengono spesi abbastanza velocemente. E perchè, nel frattempo, continuano a crescere - a ritmi spaventosi - gli americani che si ritrovano senza casa e senza lavoro. In pratica: il presidente Usa si è rimandato a settembre (quando si spera che le cose possano andar meglio) da solo. Un’autobocciatura e una franchezza disarmanti.

Purtroppo che qualcosa non andasse, lo si era già capito. Perchè i numeri di questi mesi parlano - spietatamente - chiaro. Sempre più americani non riescono a pagare il loro mutuo. Solo a maggio: più di 300mila persone si sono ritrovate con la casa pignorata. E a meno di una improvvisa sterzata a giugno, il numero di persone che avranno perso - nei soli primi sei mesi del 2009 - appartamento e mutuo dovrebbe toccare la cifra record di 1,8 milioni di persone. La ragione? Beh, in parte chi ha perso casa sono persone che hanno fatto il passo più lungo della gamba (cioè, invogliati dalle banche, si sono imbarcati in mutui che non si potevano permettere). Ma sempre di più - oggi come oggi e come avevamo già scritto qui - vedono vita e conti stravolti da licenziamenti arrivati come un fulmine a ciel sereno.

Altro obiettivo fallito (per ora) del piano di stimolo multimiliardario, infatti, è mettere un freno allo stillicidio di licenziamenti. Proprio Obama - che aveva promesso, con uno stile che ricordava il Berlusconi dei bei tempi che furono, 4,1 milioni di nuovi posti di lavoro - ha ammesso pochi giorni fa che la disoccupazione negli Usa potrebbe arrivare alla doppia cifra (il fatidico 10%) entro fine anno. Ma in realtà - come ha osservato sempre Bloomberg - quella soglia è già stata toccata e superata da uno Stato americano su 4. E’ successo tra l’altro in Michigan, patria della ex prima casa automobilistica al mondo, la fallita General Motors. Dove la disoccupazione è arrivata alla vetta del 14%. Ed è successo in California (che ha registrato il più alto numero di disoccupati della sua storia, cioè dal lontano 1976, anno in cui sè cominiciato a fare le statistitiche). Ed è successo pure in Illinois, cioè nello Stato di Obama. Che - senza tanti giri di parole - si è limitato a commentare: “Nessuno aveva capito a quali livelli sarebbe arrivata questa recessione. Non stupisce quindi che abbiamo sbagliato” stime e calcoli. Ergo: ora non si può escludere di rimettere mano alle disastrate casse dello Stato per tenere in piedi un’economia che non accenna a smettere di sprofondare.

Dieci giorni fa, sempre Obama aveva detto che il problema del debito pubblico a stelle e strisce “lo teneva sveglio la notte”. E in effetti ne aveva ben donde. Tra salvataggi di banche e quant’altro, gli Stati Uniti hanno già impegnato qualcosa come 10 e passa trilioni di dollari (ovvero 10.000 miliardi di dollari, secondo i calcoli della Cnn). E per tenere in piedi tutto l’ambaradan - con casse dello Stato praticamente vuote - gli Usa quest’anno dovranno racimolare un paio di trilioni di dollari, vendendo titoli di Stato a tutto spiano. A oggi: dove possano trovare tutti questi soldi tutti di un botto, rimane un mistero (come ha scritto il quotidiano britannico “Telegraph”). Ma - dovesse essere necessario un altro piano di stimolo dell’economia - il mistero potrebbe diventare un vero e proprio rebus di difficile soluzione.

Vorrà dire che se il presidente Usa non riesce a dormire, potrà dedicarsi all’enigmistica.

P.S. Da notare che oggi il Dipartimento del Commercio del governo Usa - grazie a qualche zero virgola in postivo su stipendi e consumi - cerca di aggiustare il tiro e di dire che il piano di stimolo comincia a funzionare. Visto che quello che sta costando, la cosa non sorprende. Ne riparleremo.

Fonte articolo

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TzeTze