30/09/09

L'assenteismo di PD e UDC e l'approvazione definitiva dello Scudo Fiscale


Vignetta di Moise.

E' questione di poche ore, oramai. Nella giornata di domani, stando alle ultime prese di posizione del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che punta ad una rapidissima approvazione del provvedimento, la Camera avrà approvato la legge correttiva al decreto-legge anticrisi.

L'impianto complessivo della legge è quantomai somigliante ad un palliativo anti-crisi più che ad un vero provvedimento governativo. E i dubbi sulla sua correttezza espressi dal Presidente Napolitano in estate e dal Presidente Fini oggi non ne rafforzano troppo l'immagine.
Un'immagine già messa a dura prova dal contenuto stesso del decreto, che unisce in un'unica legge l'istituzione di un nuovo condono fiscale da una parte ed il ripristino immediato dei pagamenti tributari per la popolazione sfollata dell'Aquila dall'altro.

Se non altro risulta evidente il filo conduttore ed il principio ispiratore di questo "pacchetto anti-crisi": la spasmodica ed irrazionale ricerca di nuovi introiti per le casse dello Stato.
Anziché pensare ad una più logica tassazione sulle rendite, ad una militari (la sola missione in Afghanistan cresce di circa il 50% ogni anno), all'riduzione delle speseaumento delle pene pecuniarie per i reati di tipo fiscale ed amministrativo e via dicendo, l'esecutivo ha preferito istituire una vera regalia di Stato ai più grandi evasori fiscali d'Italia (5% l'imposta sui grandi patrimoni evasi attraverso il deposito in conti bancari esteri, con garanzia di anonimato e non procedibilità per processi relativi a falso in bilancio e occultamento di documenti) e, al tempo stesso, correre a riprendersi quanto concesso "magnanimamente" per 10 mesi alla popolazione aquilana (il peggior trattamento fiscale mai riservato negli ultimi tempi ad una popolazione terremotata).

Grandi evasori fiscali pagheranno circa il 15% del dovuto. Gli sfollati dell'Aquila il 100%. Ma in 24 comode rate.

In questa occasione l'opposizione ha dato una grande prova di fermezza e di unità d'intenti, producendosi in un intenso ostruzionismo senza sosta, durato diverse ore, un ostruzionismo che avrebbe dato i suoi frutti se solo i contestatori dello scudo fiscale avessero combattuto fino all'ultimo.

L'immagine data ieri dalle opposizioni parlamentari alla Camera è paragonabile a quella di un pugile esordiente che mette in difficoltà il campione in carica dei pesi massimi, dominando tutti e 12 i round, per poi abbandonare il ring senza motivo ad un secondo dalla fine.

Nel pomeriggio di ieri era in programma il voto sulle "pregiudiziali di costituzionalità" del provvedimento, richieste, come da consuetudine, dall'Italia dei Valori.
242 erano i voti richiesti per riuscire a cestinare l'intero provvedimento. La pregiudiziale è stata respinta con 267 voti contrari e 218 favorevoli (compresi i 3 PD risultati "erroneamente" non votanti).
Le opposizioni avrebbero avuto bisogno di 24 voti in più. Gli assenti di PD, IDV e UDC (esclusi i deputati in "missione") erano 57.

2 gli assenti tra i dipietristi, 6 nell'UDC, 49 nel PD. Praticamente un deputato su quattro. Tutti i big del PD erano lontani dall'aula in quel momento: Bersani, Franceschini, Livia Turco, Barbara Pollastrini, Fioroni, Levi, Zampa, Carra, Calearo, D'Alema, Damiano. Rigorosamente accompagnati dal segretario UDC Cesa.

Sarebbe bastata la stessa compattezza dimostrata dal centrodestra (10% di assenti contro il 20% del centrosinistra) per colpire irrimediabilmente il provvedimento.
Ma d'altronde si sa che "compattezza" e "centrosinistra" non sono parole conciliabili. A meno che non si parli di Afghanistan. O di privatizzazioni.

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Scudo fiscale, come evitare che aiuti le mafie


I favori della legge al grande crimine.

Per valutare le possibili ricadute della prossima approvazione del nuovo scudo fiscale, può essere utile ricordare alcuni degli effetti negativi conseguenti all’entrata in vigore del precedente scudo: quello introdotto dal decreto legge 350/2001. In quell’occasione fu regolarizzata una somma globale di circa 73 miliardi di euro. A fronte di tale enorme massa di capitale, furono effettuate meno di trecento segnalazioni di operazioni sospette in tutt’Italia, di cui nessuna che riguardava la Sicilia. Grazie alle garanzie di anonimato accordate da quella legge, non fu possibile selezionare e intercettare il denaro sporco frutto di gravi delitti, ben diversi da quelli di natura fiscale per i quali era stata accordata la non punibilità.

Solo per una fortuita coincidenza investigativa, la procura di Palermo ebbe modo di individuare e sequestrare alcuni milioni di euro che uno dei riciclatori più importanti di Cosa Nostra, già condannato per mafia, stava tentando di fare rientrare in Italia. Ma si trattò solo di una goccia nel mare. Così un enorme e improvviso flusso di capitale sporco refluì come un invisibile fiume carsico nel bacino dell’economia legale, con effetti inquinanti e distorsivi del libero mercato, segnalati da vari indicatori . In quegli anni apparve sulla scena una miriade di nuovi ricchi che acquistavano a tutto spiano pacchetti azionari, immobili, attività imprenditoriali e commerciali con offerte di contante che “non si potevano rifiutare”, per la loro estrema appetibilità rispetto agli ordinari standard di mercato.

In alcune rinomate località turistiche si verificò il passaggio di mano di varie attività alberghiere e di ristorazione. Si registrò anche un singolare fenomeno linguistico: improvvisamente in quei locali si sentirono risuonare parlate siciliane, calabresi e campane, al posto dei precedenti idiomi locali. Del resto ai mafiosi il Centro Nord è sempre piaciuto moltissimo: posti tranquilli dove si può investire e “lavorare” senza problemi, e dove spesso si è ancora convinti che la mafia sia solo una storia di “coppole storte”, un relitto feudale del Sud arretrato.

Per evitare che la legislazione antimafia diventi un’eterna tela di Penelope, che di giorno si tesse con nuovi provvedimenti e di notte si sfila creando enormi zone di opacità impermeabili alle indagini, sarebbe il caso che questa volta non si ripetessero gli errori del passato e, dunque, si dotasse la magistratura di strumenti idonei per intercettare quelli tra i capitali rientrati che non sono frutto di reati condonabili, ma di altre attività criminose.

Atal fine sarebbe quantomeno indispensabile che la nuova legge imponesse espressamente agli intermediari finanziari (le banche che ricevono i capitali fatti rientrare) l’obbligo di comunicare i nominativi dei soggetti “scudati” all’Anagrafe centralizzata dei rapporti finanziari istituita presso l’Agenzia delle entrate, e che l’Anagrafe provvedesse a contrassegnare tali nominativi con un codice convenzionale in modo da consentirne l’immediata individuazione.

Attualmente tale obbligo è previsto solo da una semplice circolare del 2007, che già in tanti si sono affrettati a ritenere non applicabile in quanto non espressamente richiamata dal decreto legge 78/2009 che prevede il nuovo scudo fiscale. Coloro che faranno rientrare o regolarizzeranno capitali derivanti da reati non punibili, non avranno nulla da temere da una simile operazione di trasparenza, giacché la legge garantisce loro l’immunità penale e fiscale. D’altra parte rendere immediatamente “visibili” alla magistratura i nominativi dei soggetti scudati, offrirebbe la possibilità di verificare - nei modi e con le garanzie previste per le indagini penali - se tra costoro si celino prestanome e riciclatori di indagati per reati di mafia ed altri gravi reati, e di sventare così il tentativo di approfittare indebitamente dell’opportunità offerta dalla nuova legge per “ripulire” sotto banco denaro sporco.

Continuare invece a garantire l’anonimato ai soggetti scudati, affievolire per gli intermediari finanziari o addirittura eliminare l’obbligo di segnalare le operazioni sospette potrebbe essere frainteso come un pericoloso cedimento alla cultura dell’omertà, oltre che aprire di fatto un varco incontrollabile al riciclaggio di capitali illegali.

Si correrebbe così il rischio di cadere dalla sindrome della tela di Penelope nella più grave patologia della perturbante doppiezza di uno Stato che prima chiede ai cittadini di esporsi coraggiosamente in prima persona denunciando le richieste estorsive, e poi li invita a voltarsi dall’altra parte quando si tratta di “fare cassa”, accettando il rischio di “regolarizzare” anche gli introiti delle estorsioni. Perché, si sa, “pecunia non olet”.

di Roberto Scarpinato

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Cosa riuscirebbero a farci credere?

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Torno sull'argomento sanità USA. Punti sostanziali della riforma sanitaria, che avrebbero dovuto rendere il sistema almeno parzialmente pubblico, sono stati bocciati dal Senato americano. Trovate qui il resoconto.

Ma quello che mi ha maggiormente stupito è lo scarso appoggio dei cittadini alla riforma, che almeno secondo i sondaggi sarebbe sceso appena al 41%.

(Qualche tempo fa esaminai in un post alcune delle motivazioni che i cittadini, sui forum, riportavano per motivare la loro contrarietà: dateci un'occhiata. Il succo della convinzione popolare è che la sanità pubblica è comunista e aiuta i pigri che non hanno voglia di lavorare, quindi meglio di no.)

Per noi europei un mistero inspiegabile: 50 milioni di persone senza assistenza sanitaria, altri milioni costretti a vendersi la casa per curarsi, a fare debiti, a finire in bancarotta, la crisi che avanza e lascia disoccupati a terra ogni settimana, e gli americani rinunciano alla sanità pubblica sulla base di assurdità? Come è possibile?

La campagna pubblicitaria, attraverso media, TV, giornali e passaparola contro la riforma è stata ed è martellante. Rientra nel quadro anche la battaglia politica, come anche noi ben sappiamo: ogni repubblicano avversa le proposte democratiche, per principio. In questo modo, si riesce a persuadere i cittadini a perorare cause che vanno contro i propri interessi: basta convincerli con qualche fumoso spauracchio ideologico, o facendo leva su avversioni sociali e di classe. "Daranno l'assistenza gratuita ai clandestini" è un altro degli slogan su cui si martella.

Naturalmente pensiamo che peggio per loro, cosa ce ne frega a noi se sono così facilmente ingannabili? E invece non dovremmo adottare un tale atteggiamento di superiorità verso l'ingenuo americano. Simili operazioni possono accadere ovunque, siamo tutti polli uguale sapete. Tutti reagiamo agli stessi stimoli come polli in batteria, e col sistemino della propaganda che usa gli stimoli giusti saremmo capaci di ingoiare (anzi, di perorare a spada tratta!) qualsiasi assurdità. Dalle centrali nucleari, le cui leve psicologiche sono "per non diventare schiavi dei russi" e per "diminuire l'inquinamento", agli inceneritori "l'unica alternativa è la monnezza che ci sommerge" e "producono elettricità gratis", alle guerre "altrimenti arrivano i terroristi" e "andiamo a liberare le donne oppresse", al precariato "padroni di noi stessi" e "troveremo lavoro più facilmente".

Sono slogan infantili, di facile comprensione, che sanno fare leva su ogni strato sociale proprio attraverso un'emotività semplice. Se poi si riesce a infilarci in qualche modo l'immigrato, la vittoria è certa.

Facciamo attenzione al modo in cui interessi superiori ai nostri manipolano la nostra emotività, facendo appello a logiche non superiori al 2+2=4 e ad informazioni da prima elementare. Andare contro i nostri stessi interessi, ingannati dallo spauracchio di un inesistente comunismo o di immigrati che c'entrano come i cavoli a merenda è un attimo... il resto, un lampo.

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UN'AMNISTIA DI FATTO DIETRO LO SCUDO FISCALE

Non necessariamente lo scudo fiscale servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali. In ogni caso, il gettito raccolto è una tantum e non potrà finanziare interventi permanenti. Ma il timore è che i capitali rientrati grazie allo scudo non appartengano a piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà. Potrebbero invece essere di grandi organizzazioni mafiose che ottengono così denaro pulito per le loro attività economiche, compresa l'acquisizione di imprese in difficoltà.

La versione dello “scudo fiscaleche il Parlamento sta approvando contiene importanti novità che lo rendono ancora più inquietante, nelle sue possibili conseguenze, della proposta originaria e persino dei suoi due precedenti di inizio 2000.

COSA È LO SCUDO FISCALE

Lo “scudo fiscale” consente il rimpatrio o la regolarizzazione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, al 31 dicembre 2008, illegalmente, e cioè senza avere rispettato gli obblighi di comunicazione dei capitali trasferiti o comunque detenuti all’estero (monitoraggio) e di dichiarazione dei relativi redditi. Chi ne usufruisce può legalizzare questi capitali, pagando su di essi un'imposta una tantum pari al 5 per cento del loro ammontare. Cosa ha guadagnato rispetto a un cittadino onesto? Non ha pagato l’imposta sui redditi di capitale per tutto il tempo in cui il capitale ha fruttato redditi all’estero e paga di fatto solo il minimo della sanzione che avrebbe dovuto pagare nel caso in cui la violazione delle norme sul monitoraggio fosse stata scoperta, sanzione fino ad ora compresa fra il 5 e il 25 per cento del capitale. Certo un bel premio, ma questa è solo una parte della storia. Per capire davvero i vantaggi dello scudo occorre anche domandarsi da dove viene quel capitale.

DA DOVE VIENE IL CAPITALE “SCUDATO”?

Generalmente, il capitale portato all’estero illegalmente non proviene da redditi su cui il cittadino ha pagato le imposte, ma è esso stesso frutto di evasione.
Un contribuente che ha nascosto al fisco, ad esempio, 100 milioni di euro, non teme tanto l’imposta straordinaria del 5 per ento, quanto che il fisco si insospettisca e vada a cercare di capire come aveva ottenuto tutti quei soldi; gli chieda cioè conto delle impose evase: Irpef, Irap, Iva, a cui andrebbero aggiunti gli interessi e le sanzioni, per importi che facilmente potrebbero superare il 50 per cento della somma evasa. Questo pericolo viene però escluso e proprio in ciò sta la peculiarità del rimpatrio made in Italy, che lo rende diverso da quello di paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti in cui si richiede a chi vuole legalizzare i capitali esportati di pagare tutte le imposte evase negli anni precedenti, e il significato stesso del termine “scudo”. In primo luogo, nel nostro paese le dichiarazioni di emersione avvengono in forma anonima, sono “coperte per legge da un elevato grado di segretezza” (bozza di circolare dell’Agenzia delle Entrate) e non possono essere utilizzate a sfavore del contribuente, né in sede amministrativa, né in sede giudiziaria per i profili civili, amministrativi e tributari. Inoltre, se l’amministrazione, seguendo la sua ordinaria attività di accertamento, si trova comunque a scoprire l’evasore, questi può evitare gli effetti dell’accertamento fino ai 100 milioni sottratti al fisco, dimostrando, solo in quel momento, di averli rimpatriati o regolarizzati . In sostanza, lo scudo è un potente condono fiscale. Ma c’è di più, e di peggio.
L’evasione è un atto che ha anche possibili risvolti penali. E allora per mettere ancora più al sicuro l’evasore, si è provveduto dapprima a prevedere che lo scudo estinguesse i reati relativi all’omessa e infedele dichiarazione dei redditi. Poi, con l’emendamento approvato al Senato, la copertura è stata estesa ad altri gravi reati, fra cui, ad esempio, la dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti o la falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie, l’occultamento o distruzione di documenti, false comunicazioni sociali (falso in bilancio). Poiché tali reati vengono spesso compiuti coinvolgendo controllate estere, semmai situate in paradisi fiscali, verso cui il soggetto fa confluire i capitali, l’emendamento allarga anche a questi casi la possibilità di partecipare allo scudo fiscale. Il condono diventa quindi anche una sorta di amnistia, per reati che per la loro gravità potrebbero essere puniti con pene fino a sei anni di reclusione. E’ per questo che nel dibattito parlamentare si è chiesto di valutare se per la sua approvazione non fosse necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, richiesta appunto dalla nostra Costituzione per le amnistie.

E SE IL CAPITALE “SCUDATO” VENISSE DA ALTRE OPERAZIONI ILLEGALI…

Anche il capitale frutto delle attività della criminalità organizzata (per esempio spaccio di droga, sfruttamento di prostituzione, traffico d’armi, finanziamento del terrorismo) è di frequente detenuto all’estero illegalmente. E se le organizzazioni criminali volessero approfittare dello scudo per riciclare questo denaro? Il rischio, già fortissimo, grazie alla segretezza garantita, è ora gravemente ampliato dall’emendamento approvato in Senato. Non solo perché estende lo scudo anche alle controllate e collegate estere, società di comodo molto spesso utilizzate per le operazioni di riciclaggio, ma anche perché dispone che le operazioni di regolarizzazione e di rimpatrio non comportino l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio da parte degli intermediari e professionisti che ricevono la dichiarazione anonima.

A COSA SERVE LO “SCUDO”?

Non necessariamente lo scudo servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali, ossia paesi che non permettono un adeguato scambio di informazioni fra amministrazioni. In tutti gli altri casi è sufficiente regolarizzare e i capitali possono rimanere dove sono.
Il gettito raccolto con lo scudo (si parla di 3-5 miliardi di euro) è una tantum e non potrà dunque andare a finanziare interventi permanenti, come ad esempio riduzioni strutturali di imposta o maggiori spese connesse ai rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici.
Bisogna invece temere che i capitali che rientrano grazie allo scudo non servano tanto ai piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà, ma servano piuttosto alle grandi organizzazioni mafiose, nazionali e internazionali, a costituirsi denaro pulito per le proprie attività economiche, tra cui potrebbe rientrare l’acquisizione di quelle stesse imprese in difficoltà.

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Gazebo informativo sulla TAV a Firenze


SI, POSSIAMO REALIZZARE UNA FIRENZE DIVERSA, PIU’ VIVIBILE, PIU’ BELLA, PIU’ VERDE !

AVERE UN NUOVO PARCO IN CITTA’, RECUPERANDO QUELLO STORICO DEI “MACELLI” !

EVITARE CHE QUESTO PARCO VENGA DISTRUTTO DAL CD. “CAMERONE” DI 450 METRI DELLA STAZIONE FOSTER !

EVITARE I RISCHI IDROGEOLOGICI CHE QUESTO SCAVO PRODURREBBE INTERCETTANDO LA FALDA IDRICA SOTTERRANEA!

EVITARE A FIRENZE I “DANNI” CHE I LAVORI AV HANNO CAUSATO NEL MUGELLO E A BOLOGNA !

L’ APERTURA DELL’ ANNO SCOLASTICO, IN PARTICOLARE PER LE SCUOLE “RODARI” E “ROSAI” CHE SORGONO A SOLI 50 METRI DAL CANTIERE ALTA VELOCITA’,
E’ DAVVERO L’OCCASIONE PER CITTADINI, COMITATI E FORZE POLITICHE DI

AFFERMARE, IN MODO NETTO E DECISO IL LORO:

SI, AL BLOCCO DELL’ ATTUALE PROGETTO A.V.

SI, ALLO SCHIERAMENTO UNITARIO IN CONSIGLIO COMUNALE, DI TUTTE LE FORZE CHE DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE AVEVANO AFFERMATO DI ESSERE CONTRARIE ALLA STAZIONE FOSTER E AL SOTTOATTRAVERSAMENTO A.V.

SI, AL PERCORSO DI RIFLESSIONE E RIPENSAMENTO AVVIATO DAL SINDACO, MATTEO RENZI, SULL’ATTUALE PROGETTO A.V. E SUI RISCHI, REALI, CHE QUESTO COMPORTEREBBE PER I CITTADINI

SI, A PROGETTI ALTERNATIVI, DI MINOR COSTO ED IMPATTO.

TI ASPETTIAMO DAL 28 SETTEMBRE
AL “PUNTO INFORMAZIONI TAV” DELLA CONSULTA
PRESSO IL GAZEBO AL GIARDINO DI VIA DANTI/VIA DEI MARIGNOLLI
l'orario è dalle 17 alle 19 ..fino a Sabato 3 Ottobre

una collaborazione

Consulta TAV
Coordinamento cittadini e comitati

Lista Civica Firenze 5 stelle
BeppeGrillo.it

Comitato contro il sottoattraversamento TAV di Firenze

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Quei fusti griffati sulla nave dei veleni


È buia la stiva della motonave da cargo Zanoobia, ottantuno metri di lunghezza e la bandiera siriana sul pennone. Una oscurità che diventa improvvisamente pesante, insopportabile, quando i portuali entrano per verificare il carico. Il respiro viene a mancare, e la poca luce che scende in coperta appena illumina le pareti rigate dai liquidi fuoriusciti dai bidoni di ferro, accatastati su tre livelli, legati con corde. Migliaia di fusti, più di duemila tonnellate di scorie velenose, mortali, che hanno girato il mondo per un anno e mezzo. Approdate alla fine - il sette maggio del 1988 - a Genova, in quell'Italia che li aveva spediti per farli sparire verso le mete del neocolonialismo dei rifiuti pericolosi. Zanoobia è uno dei tanti nomi scritti nelle storie delle decine di navi dei veleni che hanno trasportato, grazie ad una rete criminale di mediatori, faccendieri e trafficanti, le scorie del nostro sistema industriale. Un viaggio tortuoso e silenzioso, partito da Massa Carrara un anno e mezzo prima, per approdare di nuovo in Italia dopo aver attraversato il canale di Suez, tre continenti, un oceano ed infine il Mediterraneo.
Su quei fusti riportati in Italia della Zanoobia è disegnata una mappa agghiacciante. Nomi noti, marchi che valgono miliardi, produttori della nostra chimica quotidiana. Non fabbriche semi clandestine del casertano o laboratori, ma il gotha dell'industria europea. Ogni fusto ha un'etichetta, un nome di un produttore. Quasi sempre ha anche un indirizzo di provenienza, rimasto intatto dopo il viaggio alla ricerca di un posto dove scaricare. Una mappa di provenienza delle scorie - mandate agli organizzatori dei viaggi dei veleni - che a distanza di anni riappare dalle carte processuali.
La fonte è assolutamente ufficiale. Dopo lo sbarco della nave il Tribunale di Genova chiese di effettuare una perizia sui 10.500 fusti stoccati nella stiva della Zanoobia. Incaricato del compito fu Sergio Mattarelli, che elencò le 140 aziende europee e statunitensi con i nomi stampati sulle etichette. Un documento finito poi in un processo civile - il cui appello è oggi ancora in discussione - dell'avvocatura dello stato contro i produttori delle sostanze ritrovate sulla nave. Le aziende rappresentano una buona fetta del Pil italiano: si va dalla Pirelli alla tristemente nota Acna di Cengio, dalla Farmoplant alla Enichem, solo per citare i nomi più noti. Ma i rifiuti non erano solo italiani, confermando il sospetto che la rete di smaltimento illegale coinvolgesse l'intera Europa. Nelle etichette erano ben visibili i nomi di industrie tedesche (come la Basf), olandesi (la Delfzijl Polymer), belghe (la Dow corning) e inglesi (la Ici). Un posto di rilievo lo avevano alcune aziende multinazionali Usa, come la Monsanto ed altre fabbriche della costa est. In totale l'elenco stilato a Genova dal perito del Tribunale è composto da 140 nomi.
Non tutte le aziende, però, sono finite nell'atto di citazione preparato dall'avvocatura dello Stato, per conto della Protezione civile che gestì l'emergenza all'epoca, nel maggio del 1995, ovvero sette anni dopo lo sbarco della Zanoobia. Il documento - che ha dato origine ad una serie di processi civili davanti alla I sezione del Tribunale di Milano - chiedeva ai produttori delle sostanze di rimborsare i 16 miliardi di lire spesi per lo smaltimento dei rifiuti tossici sbarcati dalla Zanoobia. Delle 140 aziende nominate nella perizia nell'atto di citazione vengono chiamate in giudizio trentotto ditte. Una parte dell'originario elenco era stato depennato perché le etichette si riferivano ad aziende venezuelane che avevano semplicemente fornito i contenitori per reinfustare parte dei rifiuti sbarcati a Puerto Cabello, durante il lungo e complicato viaggio della Zanoobia. Ma alcuni nomi - soprattutto di aziende non italiane - sono semplicemente spariti. Le vie del diritto civile sono, come è noto, spesso oscure ai più. Nulla di fatto dal punto di vista penale, perché nessuno è stato processato. La corte di appello di Genova il proscioglimento per prescrizione dei reati ambientali. E nessun magistrato, d'altra parte, ha contestato i reati più gravi che potevano bloccare i termini per l'estinzione del procedimento, nonostante le tantissime denunce presentate tra il 1987 e il 1988 sulla vicenda.
Esisteva, dunque, quella via clandestina dei rifiuti industriali, denunciata con vigore dalle associazioni ambientaliste. Per la vicenda Zanoobia i mediatori sono aziende ben conosciute nel settore. Il principale broker - citato in giudizio civile con le aziende produttrici - è la Jelly Wax di Renato Comerio, la stessa azienda che sempre tra il 1987 e il 1988 organizzò l'esportazione di altri rifiuti tossici verso il Libano. C'è poi la Ambrosini di Genova, che aveva fornito i contatti per il primo approdo del carico dei 10.500 fusti arrivati a Genova, partiti da Massa Carrara nel febbraio 1987 con la motonave Lynx. Ambrosini aveva garantito uno smaltimento «a norma» a Gibuti, nel corno d'Africa, non lontano dalla zona di Bosaso dove Ilaria Alpi aveva cercato notizie su altre navi - ma su traffici simili - nel 1994. Aziende protagoniste della stagione delle navi dei veleni, mai condannate, con processi che si sono persi nei tempi della prescrizione.
Le uniche tracce processuali rimaste - che però definiscono con chiarezza la catena delle responsabilità - sono chiuse nel lunghissimo processo civile, arrivato a sentenza di primo grado nel 2006. «Risulta che la Jelly Wax ha ricevuto, tra la fine del 1986 e l'inizio del 1987 - scrivono i giudici della prima sezione civile di Milano - rifiuti speciali o tossico nocivi da diverse aziende italiane». È l'inizio di un lungo viaggio, il cui racconto spiega il funzionamento della rete internazionale dei broker di rifiuti. Un viaggio che vale la pena oggi ripercorrere a ritroso.

di Andrea Palladino

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Primarie dei cittadini 2.0: Trasporti

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Il trasporto, da necessità, deve diventare una scelta. Un autobus elettrico da 150 posti è preferibile a 150 macchine in fila. Non inquina e arriva prima. Lavorare da casa o da un'area attrezzata vicino alla propria abitazione è meglio che percorrere cinquanta chilometri al giorno per recarsi in azienda. Ed è possibile oggi, non è utopia. Internet e il telelavoro consentono di rimanere FERMI per quasi tutti i lavori impiegatizi. Investire nei servizi pubblici e non nel traffico privato è possibile oggi, non è utopia. Incentivare l'automobile è antistorico. Un mezzo insicuro, inefficiente, costoso. L'automobilista ha l'opzione se schiantarsi subito (7000 morti stimati nel 2009) o se morire di inquinamento da CO2 un po' più tardi. Il trasporto va ripensato, non può essere un business in sé. Tutto ciò che può essere prodotto localmente non deve essere trasportato. La forma più moderna di trasporto l'hanno inventata i nostri bisnonni: si chiama bicicletta. Tutti i centri urbani d'Italia devono poter essere percorribili in bicicletta, in sicurezza. Non servono i treni veloci, servono treni efficienti per tutte le tratte esistenti. Per migliorare la vita di milioni di pendolari che viaggiano come le bestie. Il Ponte di Messina e la Tav in Val di Susa sono Grandi Opere del Passato, come le Piramidi o il Colosseo. Servono solo a dilapidare i soldi pubblici. Gli unici a trarne beneficio sono i costruttori, le lobby, i partiti. Bicicletta, mezzi pubblici non inquinanti, telelavoro, collegamenti efficienti tra diverse forme di trasporto pubblici, produzioni locali.
Il 4 ottobre 2009 nascerà un Movimento di persone, in cui ogni persona avrà un peso, senza capibastone, mandamenti, sezioni, strutture provinciali, regionali, tessere, correnti. Sarà presentato il programma del Movimento in 7 punti: Energia, Salute,Trasporti, Economia, Informazione, Istruzione e Stato e cittadini. Oggi pubblico la proposta per i Trasporti per ricevere i vostri contributi.

TRASPORTI

- disincentivo dell'uso dei mezzi privati motorizzati nelle aree urbane
- sviluppo di reti di piste ciclabili protette estese a tutta l’area urbana ed extra urbana
- istituzione dii spazi condominiali per il parcheggio delle biciclette
- istituzione dei parcheggi per le biciclette nelle aree urbane
- introduzione di una forte tassazione per l’ingresso nei centri storici di automobili private con un solo occupante a bordo
- potenziamento dei mezzi pubblici a uso collettivo e dei mezzi pubblici a uso individuale (car sharing) con motori elettrici alimentati da reti
- blocco immediato del Ponte sullo Stretto e della Tav in Val di Susa
- proibizione di costruzione di nuovi parcheggi nelle aree urbane
- sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo
- copertura dell'intero Paese con la banda larga
- incentivazione per le imprese che utilizzano il telelavoro
- sistema di collegamenti efficienti tra diverse forme di trasporto pubblici
- incentivazione di strutture di accoglienza per uffici dislocati sul territorio collegati a Internet
- incentivazione dei mercati locali con produzioni provenienti dal territorio
- corsie riservate per i mezzi pubblici nelle aree urbane
- piano di mobilità per i disabili obbligatorio a livello comunale

Punti precedenti: Energia, Stato e cittadini , Informazione, Economia

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28/09/09

Fondi e fondelli

Beppe Grillo è fatto così. Quando si tratta di chiedere al suo pubblico di aprire cuore, menti - e portafogli - il comico genovese è loquace. Anzi loquacissimo. Urla dal palco. Scrive sul blog. Si sgola a furia di interviste. Ma quando si tratta di spiegare se danari ed energie messi insieme dai suoi fedelissimi siano stati spesi bene (oppure male); beh, il Beppe nazionale si fa laconico. Taciturno. A volte - come in questo caso - pure troppo.

Già. Perchè scorsa settimana è successo anche questo. Che il comico genovese - su un’annosa storia di una maxicolletta da 350mila e passa euro e di un microscopio ultracostoso - ancora non ha rotto un silenzio che dura da mesi. E così - martedì scorso, in una conferenza stampa ad hoc, nella ridente località La Busa, frazione di Spilamberto e provincia di Modena - a parlare sono rimasti solo loro: Stefano Montanari e Antonietta Gatti. Che sono marito e moglie. Che di professione fanno i ricercatori. Che hanno un’azienda che si chiama Nanodiagnostics. E che sono esperti di Nanopatologie. Cioè di alcune delle malattie “preferite” da Grillo. Perchè va detto che Beppe alla salute dei suoi fan ci tiene. E - su ’sti malanni dovuti a polveri sottilissime; o per farla più semplice all’inquinamento - gli ha fatto (ai fan) una capa tanta. A colpi di post. E di show.

E Montanari - laureato in farmacia; brillante conferenziere, nonchè ospite di tanti spettacoli del comico genovese - ha raccontato. Ha raccontato - con tanto di comunicato stampa - di aver conosciuto il signor Beppe quasi per caso (”Fu il dottor Marco Morosini del Politecnico di Zurigo a segnalare i nostri studi a Beppe Grillo”). Di aver cominciato da allora - era il febbraio del 2005 - a partecipare agli show del comico nei palazzetti, per parlare di nanopolveri e degli odiati (da Grillo) inceneritori. Di come un anno dopo, nel 2006 - sventura! - il microscopio indispensabile per portare avanti le ricerche su polveri&malanni rischiava di scomparire. E di come Grillo - generosamente - si era offerto di dargli una mano.

E com’è che Grillo voleva aiutare i due ricercatori che da La Busa di Spilamberto, dove ha sede la Nanodiagnostics, lottavano contro i malanni del mondo? Semplice: con una colletta tra i suoi fan. Che lanciò - anche dal suo blog - con toni tra l’epico e l’apocalittico:

Hanno dato troppo fastidio e li hanno puniti. Scoperchiare certi pentoloni in cui bollono inceneritori, acciaierie e centrali elettriche ad olio pesante, e fare ombra a tromboni e pseudoscienziati sono attività che non attirano simpatie. E allora, non potendoli attaccare scientificamente, si è pensato di togliere lo strumento con cui Antonietta Gatti e Stefano Montanari provocano grossi fastidi. Si tratta di un microscopio elettronico a scansione ambientale del costo di circa 350.000 euro con il quale i due hanno scoperto i meccanismi con cui le nanoparticelle prodotte dalle combustioni sono capaci di uccidere, (…ma) Via il microscopio e noi, che non ci possiamo permettere di perdere Antonietta e Stefano, gli daremo un altro microscopio. In fretta e più potente del primo. Da oggi parte una sottoscrizione per l’acquisto da parte della Associazione Carlo Bortolani Onlus.

Quando Grillo ripeteva queste parole nei suoi spettacoli, venivano giù i palazzetti.

E tutto sarebbe andato bene, anzi benone. Perchè tanti benefattori - tra cui tanti fan di Grillo - avevano finito per cacciare il quattrino. Perchè il microscopio da 350mila e passa euro, alla fine, era stato comprato. Perchè nel frattempo il verbo sulle nanopolveri era stato diffuso; e il tema degli inceneritori cattivi era diventato uno dei mantra più diffusi tra i grillini di ogni latitudine. Che lottavano senza posa contro chi voleva incenerire i rifiuti, citando proprio gli studi dei due ricercatori modenesi.

Dicevamo: sarebbe, ma le cose non sono finite così. Perchè purtroppo ora il feeling che univa il comico genovese ai due scienziati è svanito come le bolle di uno spumante sgasato: “Noi siamo stati utili a lui. E lui è stato molto utile a noi. Ma ora la cosa è finita. L’amore è morto”, ha detto Montanari a chi - tra cui chi scrive - gli chiedeva dei suoi rapporti con Grillo. E con l’amore rischia di svanire da La Busa di Spilamberto anche il microscopio.

Per la seconda volta. E perdindirindina.

E sì. A fine giugno - dunque tre mesi fa - la onlus Bortolani, quella della raccolta fondi, ha deciso di donare il microscopio all’università di Urbino. Cosa che la onlus ha comunicato (anche) sul suo sito. Ma cui Grillo non ha minimamente accennato sul suo blog. Sia come sia. Motivo della partenza del microscopio per Urbino? Scriveva il 30 giugno scorso la onlus Bortolani:

(…) coerentemente con la finalità della raccolta fondi, che tale strumento non poteva e non potrà essere utilizzato in alcun modo a scopo di lucro da parte di singoli o di società. Questa (…) sarebbe una truffa ai danni dei benefattori. Abbiamo donato il microscopio alla Facoltà di Scienze e Tecnologie dell’Università di Urbino per coinvolgere altri scienziati considerata anche l’oggettiva sottoutilizzazione dello strumento in quanto per tre anni esso è stato nella disponibilità esclusiva di chi, come il dott. Montanari, abbiamo visto impegnato in campagna elettorale in tutta Italia come candidato Premier della lista politica nazionale “Bene Comune” e a promuovere libri da lui curati, o chi, come la Dott.ssa Gatti, svolgono altra professione part time impedendo il pieno sfruttamento del microscopio come l’importanza delle ricerche e il costo dello strumento richiederebbero. (…) Non ci stupiscono le reazioni e illazioni del dott. Montanari nei confronti della decisione della nostra Onlus di allargare la ricerca, ma a noi ciò che preme è il rispetto della legge e dei benefattori, i risultati scientifici e quindi la salute dei cittadini, non i bilanci di una società a scopo di lucro quale è la Nanodiagnostics srl dei dottori Montanari e Gatti.

Ohibò: il microscopio comprato con la maxicolletta era usato a scopo di lucro, cioè per farci i quattrini? Ma no, hanno risposto in coro i due ricercatori modenesi. L’idea - semmai - era quella di finanziare le loro ricerche, facendo (anche) analisi a pagamento. Ma, come ha detto Montanari ai pochi giornalisti che erano presenti a La Busa di Spilamberto, “noi qua” alla Nanodiagnostic “non prendiamo niente” come stipendio e anzi “dal 2004 ad oggi ci siamo rovinanti, perchè abbiamo messo tutto quello che avevamo qui dentro”. Non solo. Ma se il microscopio dovesse lasciare la Nanodiagnostic, tante loro ricerche - in primis quelle sulla cosiddetta sindrome dei Balcani - finirebbero a carte e quarant’otto.

Insomma: le versioni della onlus e dei due ricercatori decisamente non coincidono (per usare un eufemismo).

Ora: molto altro - in questi tre mesi - si è detto. E molto altro si è scritto. Ma - a modesto parere di chi scrive - i nodi veramente importanti sono due. Primo: chi ha donato lo ha fatto per sostenere i “liberi ricercatori” di Modena, non l’università di Urbino. E secondo: mentre le polemiche infuriavano, il signor Beppe - invece - non ha proferito verbo. Perchè? “E’ imbarazzato”, hanno detto i due ricercatori durante la conferenza stampa. Imbarazzato? Imbarazzato. Ambeh.

Ma nessun dubbio. Prima o poi il comico genovese lo vincerà questo “imbarazzo”. E riuscirà finalmente a dire la sua.

Un po’ come quando - qualcuno se lo ricorda più? - aveva convinto, con tanto di apposito V-day, centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza e firmare per i referendum sulla libertà di informazione. Firme finite in un enorme cestino. Perchè (in buona parte) non valide. E così: niente referendum. Beppe, anche allora, ci mise un po’. Ma poi spiegò che il problema (forse) era quello di aver incontrato il giudice sbagliato. Certo: il partito radicale - che di referendum se ne intende - prima ancora che Grillo e i grillini cominciassero a raccogliere le firme, aveva sollevato un dubbio legato ai tempi: le firme, causa una legge vecchia di 40 anni, andavano raccolte a partire dall’8 maggio e non dal 25 aprile, giorno del V2-day. E certo: anche Repubblica - a disastro fatto - aveva spiegato che, con tutta probabilità, tante firme erano state cassate proprio per questo motivo. Ma si sa: come insegna il Beppe nazionale, i partiti sono morti e i giornali mentono sempre.

E infatti devono aver mentito - qualcuno si ricorda anche di questo? - pure sulla Biowashball, quella palla verde che, come ripeteva il comico genovese nei suoi spettacoli, doveva essere messa in lavatrice al posto del detersivo. Palla che lavava non proprio bianco che più bianco non si può, ma quasi. Per la cronaca: la rivista dei consumatori “il Salvagente” dimostrò - a colpi di test - che la “palla” non lavava affatto. E alla stessa conclusione - scomodando anche i ricercatori del Cnr di Bologna - era arrivata anche la trasmissione “Mi manda Rai Tre”. Ma anche allora: Beppe - dopo un po’ - li aveva sgamati: erano tutti servi della lobby dei detersivi. Altrocchè. Del resto, spiegò sul suo blog, la palla verde la usava anche lui. E i panni venivano benissimo. C’era bisogno di aggiungere altro?

Evidentemente no. E evidentemente anche per il microscopio e per la maxicolletta, Beppe darà una versione più che convincente. Anzi pure più convincente delle altre volte. Perchè - se no - chi ha raccolto firme e donato fondi, potrebbe cominciare a sentirsi un tantino preso per i fondelli.

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Un "mare" d'affari: la privatizzazione dell'acqua in Italia


Immagine tratta da Current.

A tre giorni fa risale l'entrata in vigore dell'ultimo provvedimento governativo in tema di privatizzazione dei servizi pubblici locali. Nella mattinata del 18 settembre scorso, il Consiglio dei Ministri approvava in via definitiva il decreto legge di applicazione degli obblighi comunitari europei.
Tra le norme contenute nel decreto, l'obbligo di apertura al mercato privato per la fornitura dei servizi pubblici locali. Di tutti i servizi di pubblico interesse. Servizio idrico compreso.

La strada è ormai segnata per i sostenitori del criterio "acqua bene pubblico": il mantenimento pubblico dei servizi idrici locali sta giungendo alla sua fine. A breve tutti gli enti comunali e regionali dovranno predisporre tutte le misure necessarie per garantire ai privati la fornitura del servizio dell'acqua corrente.

I tanti detrattori della logica liberista applicata alle risorse naturali sperano in una possibile, miracolosa, sostanziale modifica in questi giorni durante la discussione parlamentare del provvedimento (che in quanto decreto legge richiede l'approvazione entro 60 giorni dalle due camere).
Sperano in un possibile successo di qualche emendamento "pubblicizzatore" da parte delle opposizioni.

Una speranza del tutto infondata, dal momento che in Parlamento in passato, in un passato molto recente, si è raggiunta una formidabile unanimità proprio sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, a dispetto dei proclami di piazza fatti da Italia dei Valori e Lega Nord.

L'intero Parlamento è, nei fatti, favorevole all'apertura del servizio idrico al mercato. Lo ha stabilito con chiarezza poco più di un anno fa, nel luglio 2008.

Alle camere era in discussione il decreto-legge 112, il collegato alla Finanziaria famoso per i numerosi tagli operati a danno di tribunali, forze dell'ordine, scuole, ospedali e università. Al suo interno spiccava l'articolo 23-bis, l'articolo che imponeva, per la prima volta in Italia, l'apertura ai mercati e alle gare d'appalto per privati per la fornitura dei servizi locali di pubblico interesse (trasporti, acqua, rifiuti ed altri ancora).

La formulazione originaria dell'articolo imponeva, senza alternative, l'apertura di gare d'appalto per le aziende private. Fu solo grazie al provvidenziale emendamento del leghista Fugatti se fu concessa, ma solo in condizioni eccezionali e previa motivazione che ne dimostrasse l'impossibilità di affidare il servizio ai privati, la gestione di tali servizi pubblici locali in house, ovvero alle ditte pubbliche municipalizzate o a ditte con capitale misto pubblico-privato.

Le opposizioni formularono un solo emendamento di contrasto durante la discussione in Commissione Bilancio: una proposta a firma dell'onorevole Linda Lanzillotta (Partito Democratico) che ricalcava nella sostanza l'articolo proposto del governo, ma che escludeva dalle assegnazioni senza gara d'appalto le ditte a capitale misto.

Nessun emendamento per escludere il servizio idrico dalla privatizzazione, nessun emendamento che garantisse la gestione pubblica dell'acqua. Ma solo un emendamento tecnico e che ricalcava, interamente, la logica privatizzatrice del governo.

L'emendamento Lanzillotta fu bocciato dalla maggioranza di governo. Ma fu approvato da PD, UDC e, sorprendentemente, dall'Italia dei Valori. Era il 13 luglio 2008.

Molto curiosa in questo senso fu la "prestazione" dell'onorevole Antonio Borghesi (Italia dei Valori),
Nella seduta delle ore 20 si dichiarò "favorevole alla liberalizzazione di tutti i settori, tranne di quello delle risorse idriche di cui sottolineava la specificità". Quattro ore dopo, nella seduta notturna di mezzanotte, approvava l'emendamento privatizzatore Lanzillotta e aggiungeva una formale critica all'impianto "statalista" del centrodestra.
Una critica condivisa dalla Lanzillotta che paventò, a causa delle mancate profonde liberalizzazioni del settore pubblico, un trionfo nel lungo periodo di un pericoloso "socialismo municipale".

Il senatore Giovanni Legnini (PD), all'interno di una feroce critica al provvedimento governativo, aggiungeva: "La riforma dei servizi pubblici locali è essenziale per la crescita, per la competitività, per liberalizzare questo comparto dell'economia; non siete capaci di farla perché vi frenano le municipalizzate, i sindaci; ve lo impedisce la sinistra antagonista, e così via".

L'Italia "progressista" che oggi parla di difesa dell'acqua pubblica è la stessa che appena un anno fa ne chiedeva una più forte privatizzazione, che avvertiva del "pericolo socialista" e che paragonava (stando alle parole usate nel dibattito parlamentare) il comportamento della Lega a "Rifondazione Comunista e alla sinistra antagonista".

Ora chi spiegherà ai sostenitori del pubblico servizio idrico che l'ultima speranza si chiama Lega Nord?

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Passaparola 28/09/2009. Lo scudo delinquenziale


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Tremonti ricordati delle detrazioni del 55% per l'efficienza energetica - catena di blog

L'anno scorso con una grande catena di blog abbiamo ottenuto che le detrazioni del 55% per i lavori di miglioramento dell'efficienza energetica fossero re-introdotte senza decurtazioni in Finanziaria. Quest'anno vogliamo giocare d'anticipo.

Nella presentazione della legge di Tremonti, ci sono alcuni passaggi che ci fanno pensare che forse è meglio ricordagli di inserire le detrazioni in termini chiari: non c'è traccia del prolungamento delle detrazioni del 55 per cento per l'edilizia ecologica e per l'acquisto degli elettrodomestici ad alta efficienza energetica. La conferma del prolungamento al 2012 degli sconti fiscali per la ristrutturazione edilizia, infatti, non contiene alcuna clausola relativa al fatto che avvenga in chiave ecologica, ma è la riedizione del bonus del 36% di sgravi fiscali e dell'iva al 10%. Ed anche la Prestigiacomo è preoccupata...

Per partecipare alla catena "Ricordati!!" si può pubblicare il banner qui sotto sul proprio sito e segnalare la propria adesione nei commenti di questo post. Per dare più forza all'iniziativa consiglio di ripubblicare tutta la lista dei blog che aderiscono.

detrazioni 55 finanziaria 2010

Hanno aderito:

il Kuda: http://gold.libero.it/KudaBlog/7718851.html
Letizia Palmisano: http://www.letiziapalmisano.it/html/2009/09/tremonti-ricordati/
Fiore: http://fiore.iworks.it/blog/2009/09/24/promemoria-55/
Verdi Ferrara: http://www.verdi.ferrara.it/sito/2009/09/24/55-vogliamo-le-detrazioni/
Ciwati: http://civati.splinder.com/post/21375474
Tau Zero: http://www.giannisilei.it/?p=7892
La sinistra in sesto: http://www.lasinistrainsesto.it/2009/09/24/tremonti-ricordati/
Andrea Mollica: http://andreamollica.blogspot.com/2009/09/55-si.html
Sinistra Bellusco: http://www.sinistrabellusco.org/
Discutendo: http://discutendo.ilcannocchiale.it/2009/09/24/detrazioni_55_do_you_remember.html
Virus1973: http://www.virus1973.com/2009/09/tremonti-ricordati-delle-detrazioni-del.html
Pratiche Sociali: http://pratichesociali.wordpress.com/2009/09/25/tremonti-ricordati-delle-detrazioni-del-55-per-lefficienza-energetica-catena-di-blog/
YANNB: http://mattions.wordpress.com/2009/09/24/55-per-lefficenza-energetica/
Vilma: http://cid-d61642e37ddd6fce.spaces.live.com/blog/cns!D61642E37DDD6FCE!1677.entry
Sursum Corda: http://inaltoicuori.wordpress.com/2009/09/26/tremonti-si-ricordi-il-numero-55/
Maligut: http://malingut.wordpress.com/
VIVERE Cernusco: http://viverecernusco.blogspot.com/2009/09/perche-le-detrazioni-del-55-stanno-cosi.html

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