30/11/09

I PARADOSSI DELLE PANDEMIE


E' effettivamente un paradosso!
2000 persone contraggono l'influenza suina e ci si mette la mascherina....
25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo...

Che interessi economici si muovono dietro l'influenza suina?
Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria..
I notiziari di questo non parlano...
Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi...
I notiziari di questo non parlano...
Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno.
I notiziari di questo non parlano...
Ma quando comparve la famosa influenza dei polli... i notiziari mondiali si inondarono di notizie... un'epidemia e più pericolosa di tutte, una pandemia!
Non si parlava d'altro, nonostante questa influenza abbia causato la morte di 250 persone in 10 anni... 25 morti l'anno!!

L'influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo.
..Mezzo milione contro 25.
E quindi perché un così grande scandalo con l'influenza dei polli?
Perché dietro questi polli c'era un "grande gallo".
La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu, vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione. Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro.
Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell'inflluenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E allora viene da chiedersi: se dietro l'influenza dei polli c'era un grande gallo, non sarà che dietro l'influenza suina ci sia un "grande porco?".
L'impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di George Bush, artefice della guerra contro l'Iraq...
Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani... felici per la nuova vendita milionaria.
La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute...
Se l'influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l'Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla?

DIFFONDI QUESTO MESSAGGIO COME SE SI TRATTASSE DI UN VACCINO, PERCHE' TUTTI CONOSCANO LA REALTA' DI QUESTA "PANDEMIA".

Dr. Carlos Alberto Morales Paita, Children's Hospital pediatra - Lima, Peru

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Passaparola 30/11/2009. La mafia non esiste, Berlusconi e Dell'Utri invece si

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Pimby premia i comuni non virtuosi

Nella cacofonica società dei nostri tempi, strabordante di cortocircuiti logici, disinformazione urlata e aberrazioni di ogni sorta travestite da opportunità, si finisce giocoforza per non stupirsi più di nulla. Nemmeno del fatto che di fronte al disastro ambientale presente e futuro esista la volontà di premiare chi più cementifica, inquina e pregiudica la salute di noi tutti.
L'associazione Pimby (per favore nel mio cortile) fondata da Chicco Testa, già fondatore di Legambiente ed oggi managing director di Rothschild spa, Giancarlo D’alessandro, ad di Lait spa che gestisce l’informatizzazione della regione Lazio, Paolo Messa (celebre per essere stato portavoce di Follini ed avere coniato il famoso slogan “io c’entro”) curatore del mesile “Formiche” e Patrizia Ravaioli (attuale presidente), direttore generale della Croce Rossa italiana, si prefigge esattamente questo scopo. Auspicando la costruzione d’infrastrutture nocive ed invasive ed esaltando la “virtù” degli amministratori che permettono si faccia scempio del territorio da loro amministrato.

Ieri sera al Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’associazione Pimby ha premiato la Provincia di Rovigo, meritevole di avere permesso l’insediamento di un nuovo rigassificatore. Il Comune di Caorso, per la gestione e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi della centrale nucleare. Il Comune laziale di San Vittore, per l’ampliamento del forno inceneritore, impropriamente definito termovalorizzatore. Il Comune di Genova, per l’approvazione del progetto di una nuova autostrada. Il Commissario delegato per l’emergenza socio economico ambientale della viabilità di Mestre, per la costruzione dell'ormai tristemente famoso passante.

Ai cinque “probi” amministratori è stata consegnata una clessidra, che anziché scandire il tempo rimanente prima che il nostro ecosistema collassi definitivamente dinanzi al cemento, dovrebbe secondo gli organizzatori simboleggiare “l’Italia che non può più permettersi di rinviare la messa in atto di un piano di opere pubbliche ed infrastrutture fondamentali per assicurare vitalità e competitività al paese”. Infrastrutture fondamentali, ci sentiamo di aggiungere, come inceneritori, rigassificatori, autostrade e magari in futuro anche centrali nucleari, delle quali Chicco Testa è notoriamente un accanito sostenitore.

L’associazione Pimby ha inoltre attribuito tre speciali menzioni alla “cultura del fare” (alquanto originale parlare di cultura in riferimento al cemento ed al tondino) ad altrettanti esponenti del mondo politico e civile che nel corso del 2009 si sono distinti per il loro apporto alla cementificazione del paese, termine che Patrizia Ravaioli evita accuratamente di menzionare, avendo evidentemente già menzionato a iosa ed a sproposito.
Guido Bertolaso, è stato premiato per il suo impegno nella gestione dell'emergenza rifiuti di Napoli, oltre che per la ricostruzione in Abruzzo. Umberto Veronesi, per “l’impegno con cui persegue lo sviluppo e l’applicazione di ricerche capaci di migliorare le condizioni di vita”, speriamo di altro tenore e qualità rispetto a quelle che lo hanno indotto a definire la pratica dell’incenerimento assolutamente non nociva per la salute umana. Il presidente della Federazione italiana Editori di giornali Carlo Malinconico, per il suo ruolo decisivo nel promuovere la consapevolezza che un’informazione responsabile (trattasi in realtà di mera disinformazione irresponsabile) nei confronti dei cittadini, richiede la capacità di resistere alle sirene dei facili allarmismi. Ed anche, non dimentichiamolo, l’innata capacità di manifestarsi totalmente privi di scrupoli e di qualunque senso etico, quando si scrivono panzane antiscientifiche, giocando con la salute della popolazione.
Patrizia Ravaioli ha poi anticipato anche alcune iniziative che Nimby metterà in cantiere nel 2010, ma per quanto si possa essere temprati e forti di stomaco, sono certo che i risultati dei cantieri di quest’anno sono già più che sufficienti ad indurci ad aprire la finestra alla vana ricerca di un po’ di aria pura.

di Marco Cedolin

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Kitegen: l'importante è esserci


A proposito di sbagli: eravamo stati un poco ottimisti, quattro mesi fa, quando avevamo dato l'annuncio che il Kitegen Stem sarebbe stato pronto per Settembre. Qualche modifica, qualche fornitore che ritarda, un flusso monetario sempre al limite, ed ecco che il kitegen Stem è ancora in costruzione. Visto che ci metto il naso abbastanza spesso, vi garantisco che lo è DAVVERO; naturalmente le cose vanno sempre più per le lunghe del previsto ma non andranno per le lunghe ancora per molto. Nel frattempo fa sempre parlare di se, anche se alle volte in modo curioso. Singolare, ad esempio,questo articolo, dove si parlava delle imprese che fanno innovazione nella operosa cintura Torinese, in questi termini:

"c’è chi fabbrica scarichi per il water silenziosi, chi produce energia eolica attraverso un sistema particolare di aquiloni che volano ad alta quota."

Che dire? L'importante, come al solito, è esserci ed il Kitegen c'è ( al 75%, smontato, ma c'e') e lotta insieme a noi.

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28/11/09

E' Natale, fate beneficenza (allo Stato).

A Natale, si sa, si fa beneficenza o almeno si dovrebbe. Esistono molte opzioni, anche online: una di queste, molto conosciuta nel Regno Unito, è il Good Gifts Catalogue. Da un catalogo online si sceglie il "regalo" giusto: alveari per i contadini del Terzo Mondo, pozzi, libri di scuola, gattini da compagnia per anziani soli e persino cuccioli di yak per famiglie tibetane. Davvero molto carino.

Quest'anno c'è un'opzione in più, per i volenterosi: una donazione di 20 sterline allo Stato per ridurre il debito pubblico. Così la descrizione del "regalo":

Perché infliggere ai tuoi discendenti il peso di un enorme debito pubblico? E' il momento di cominciare a ridurlo nel loro interesse. E' un bellissimo regalo per figli e nipoti. E se pensi che sia poco, sii più incisivo e dona di più. Abbiamo anche un'opzione speciale per i banchieri (1000 sterline).

E poi dicono la finanza creativa. Se lo scopre Tremonti...

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I legittimi impedimenti di Ghedini


Continuano le incredibili, irresistibili, straordinarie dichiarazioni di Mavalà Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, detto anche Lurch (famiglia Addams). Ghedini è impegnato a trovare una giustificazione al giorno per le richieste di comparizione del suo cliente davanti ai giudici. Il diabolico Lurch si è appellato per scampare una prima udienza alla necessità dello psiconano di presenziare alla FAO per combattere la fame nel mondo. Per la seconda ha tirato in ballo come "legittimo impedimento" un prossimo Consiglio dei Ministri. Berlusconi, per aiutare Mavalà, ha già contratto la varicella e gli orecchioni in caso di convocazioni improvvise. Gli mancano ancora l'H1N1 e una gita a Hammamet...

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Banana Republic


La democrazia è un modo di dire. Una parola che usiamo per sentirci liberi mentre siamo in dittatura.
"Allora, proviamo a ragionare: io vado a votare - sulla scheda hanno già messo per chi "devo" votare - vince, salvo brogli, chi prende più voti - poi "loro" eleggono il presidente della repubblica - il presidente della repubblica, solo lui, "" il mandato al presidente del consiglio - il presidente del consiglio "nomina" i ministri - i ministri legiferano - il parlamento vota le leggi. Insomma, fanno tutto tra di loro. Allora io che cazzo ci vado a fare a votare? Il primo di loro che mi viene a dire che mi rappresenta, lo appendo per le palle al lampione più vicino!"

di Mauro Medeot


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Il banchiere espiatorio e altre armi di distrazione di massa


Stiamo vivendo il passaggio decisivo della crisi sistemica globale in cui il feticcio del PIL - ancora oggi asse portante di tutte le mistificazioni sul prodigioso “sviluppo”, la “crescita”, il “benessere” illimitati - tende a diventare sempre di più DIL per gran parte delle società umane. Assumendo l’acronimo in questione il significato di Disagio Interno Lordo e in futuro - se peggioreranno ancora le cose, come del resto è probabile - di Disperazione Interna Lorda. Le serie di dati economici, che scorrono come un fiume quotidianamente sotto i nostri occhi, pur nella loro contraddittorietà – sospese come sono fra rimbalzi, recuperi finanziari, chiusure aziendali e cadute ulteriori del prodotto – palesano lo spettro del declino della produzione e dei consumi, che non sarà l’unico problema epocale delle sole economie occidentali un tempo trionfanti.

In questo passaggio epocale assistiamo a un vero e proprio scontro fra irrealtà e realtà. Dove l’irrealtà è ben simboleggiata da una dimensione finanziaria “partita in orbita” intorno al globo terracqueo. Mentre la realtà è fatta di chiusure aziendali e dal downsizing, ovvero da licenziamenti a raffica. Ma soprattutto: la contrapposizione di fondo è tra la stabilità e la flessibilità; fra l’ordine e l’anarchia; fra la perduta solidità rappresentata da un mondo “burocratico” e da un tempo lineare, e l’evanescenza indotta da questo modello di capitalismo, con le sue pericolose discontinuità. In questa fase - di cui nessuno sa prevedere la durata perché “Ignota è l’architettura del domani” - la complessità che caratterizza il modo di produzione capitalistico dominante è tale che nessuno riesce compiutamente a definirlo ed indagarlo, sviluppando un’adeguata visione d’insieme.

Esistono tante definizioni di quel capitalismo contemporaneo che “viviamo sulla nostra pelle”. Ciascuna delle quali riesce forse a mettere in evidenza uno o due aspetti, pur rilevanti e caratterizzanti su vari piani – culturale ed ideologico, economico, sociologico, persino geopolitico – senza però riuscire a cogliere la totalità. Capitalismo neofeudale “senza classi” (questa è la definizione data dal filosofo Costanzo Preve); passaggio capitalistico dalla fase monocentrica “americana” a quella policentrica (Gianfranco La Grassa); capitalismo flessibile (Richard Sennett); capitalismo parassitario (Zygmunt Bauman); capitalismo totalitario (Marino Badiale e Massimo Bontempelli); e capitalismo assoluto. Queste definizioni rappresentano solo alcuni esempi di quanto affermo. Ma la stessa globalizzazione che costituisce la linfa vitale del modo di produzione dominante può essere intesa in molti modi: economico, culturale, salariale, e via dicendo.

Quello che è certo è che la prima fase della globalizzazione - iniziata in buona sostanza negli anni Ottanta del Novecento; consolidatasi progressivamente nei “ruggenti anni Novanta” (secondo una definizione dell’economista Stiglitz); e non ancora conclusa, ma già in via di esaurimento, come ci dimostra la persistenza della prima crisi del mondo globalizzato - è dominata da quello che potremmo, con una buona approssimazione, definire “modello capitalistico anglo-americano dell’economia dei servizi”. Un modello in cui i servizi finanziari hanno avuto la massima espansione e l’hanno fatta da padrone, “autonomizzandosi” rispetto all’economia reale e sopravanzandola di alcune lunghezze, ben oltre le sue capacità di assorbimento e sopportazione. Cosa che è accaduta a detrimento delle strutture produttive dei paesi “sviluppati”, provocando due effetti. Primo: una falcidia di posti di lavoro stabili soprattutto nelle produzioni a bassa intensità di capitale (e basso contenuto tecnologico); posti che sono stati solo in parte sostituiti da precari sottopagati. Secondo: trasferimenti significativi di know-how ai paesi detti emergenti, indotti dalla caduta delle barriere doganali e dal conseguente nomadismo planetario del capitale.

L’espansione finanziaria ha dato l’impressione alla massima potenza mondiale - ovvero gli Stati Uniti - di poter vivere per un tempo lungo, indefinito, al di sopra dei propri mezzi finanziando illimitatamente il debito. Mentre i “fondamentali” dell’economia, le produzioni tradizionali e le officine lasciavano il posto a produzione sempre più massiccia di carta e cartaccia: la paccottiglia del tipo CDS (Credit Default Swap) e CDO (Collateralized Debt Obligation). Come se la moltiplicazione della ricchezza di natura finanziaria fosse una riproposizione - in chiave storica e su un piano di immanenza del miracolo biblico - della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nel frattempo la bassa produzione si affidava ai cosiddetti Paesi “emergenti”, realizzando il massimo della flessibilità dei lavoratori e sfruttando nuovi territori fino ad allora sotto-utilizzati o vergini, in un’assurda e suicida (in primo luogo per l’Occidente a guida americana) divisione internazionale del lavoro.

Anche per tali motivi, quelli che potremmo definire “i gruppi di comando elitistici” hanno avuto mano completamente libera nel reperimento di risorse sui mercati finanziari, e l’hanno fatto nel segno dell’assenza di limiti che connota il capitalismo in questa fase. Non ha torto Bauman – che nel saggio “Capitalismo parassitario” (pubblicato in Italia da Laterza) rievoca lo spettro di Rosa Luxemburg, l’autrice de “L’accumulazione del capitale”, che sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere (e prosperare) senza le economie non capitalistiche - si diceva: non ha torto Bauman, quando mette in evidenza come il monstre che ci domina è nella sostanza nient’altro che un grande parassita, in costante ricerca di “terre vergini” da sfruttare fino all’esaurimento. O meglio di organismi ospitanti in cui si insedia per “nutrirsi” e riprodursi portandoli alla morte.

In realtà, i banchieri e i finanzieri fin dagli inizi dell’era globale hanno interpretato la completa assenza di limiti che connota il capitalismo contemporaneo come l’illimitata possibilità di accrescere una ricchezza apparentemente illusoria e smaterializzata. Con lo scopo immediato di una crescente “creazione del valore a favore dell’azionista”. E con il fine ultimo di mettere le mani su beni assai concreti: fabbriche, proprietà immobiliari, l’intero prodotto sociale. Le conseguenze del loro agire sui mercati ricordano molto l’effetto che io chiamo dello “sciame di cavallette”.

Le cavallette, divise in grandi sciami, si avventano affamate su campi e coltivi, predandoli fino all’esaurimento delle risorse, per poi spostarsi altrove rapidamente, come nubi minacciose nel cielo, e calare fameliche su altri campi e altri coltivi. I fertili coltivi - prima dello scoppio della crisi - erano rappresentati dai mercati dei crediti al consumo (rate e carte di credito) e dei mutui di seconda scelta (ovvero quelli concessi a persone che avevano scarse possibilità di pagarli, perchè avevano stipendi bassi e lavori instabili; mutui noti ai più come subprime). Mutui e crediti che sono stati allegramente cartolarizzati, per poi fare il “tranching”, tagliandoli a fette; e infine venduti, intascando le commissioni come prodotti in gran parte sopraffini, per niente adulterati e spesso degni addirittura del massimo dei voti in termini di affidabilità, cioè di una tripla “A”. Anche se poi si è scoperto che erano carta straccia.

Perfino inutile precisare che gli altri campi e gl’altri coltivi, predati dalle “cavallette” globaliste, sono gli essenziali mercati del petrolio e dell’energia, in cui il 95% dei futures trattati in questi ultimi anni non hanno avuto funzioni di copertura, a fronte di transazioni reali, ma bensì funzioni squisitamente speculative. Ed altri campi ed altri coltivi ancora erano i più decisivi prodotti agricoli e alimentari, dando così un significativo contributo alle esplosioni dei prezzi (inflazione da profitti), ma soprattutto alla malnutrizione e alla fame autentica di quasi un terzo dell’umanità. Ecco di cosa si è occupata - fra l’altro - la nuova “classe di servizio” del top globalista per creare valore in misura crescente, se non esponenziale, a vantaggio dei “Signori della mondializzazione”, in particolar modo a beneficio di quella Strategic Global class occidentale, che era intenta a “rastrellare” risorse ovunque e a qualsiasi costo sociale e ambientale.

Ma la difesa dei perversi meccanismi di questo capitalismo non è cessata neppure con la crisi. Anzi si è intensificata fino al delirio, con l’intensificarsi della caduta di tutti i suoi indicatori, dal PIL planetario a quello dei volumi del commercio mondiale.

Un temporaneo rimbalzo finanziario - per esempio: una ripresa dei guadagni speculativi o una crescita del PIL americano, dopo quattro trimestri negativi consecutivi e l’espulsione di milioni di lavoratori dal processo produttivo, con parte del “ceto medio” che perde la casa e va a vivere in roulotte - viene oggi venduta dalla propaganda del nuovo clero sistemico-mediatico come “l’uscita dalla crisi”, l’auspicato ritorno ad una “normalità” decisamente abnorme. Una “normalità” fondata su instabilità e cambiamento discontinuo ma irreversibile; sul fallimento esistenziale per moltissimi; sulla concentrazione di risorse in mani elitistiche; sul pieno controllo del “capitale umano” e del “capitale naturale”; e su di un gigantesco disegno omologante di riorganizzazione ideologico-culturale, venduto propagandisticamente come “morte delle ideologie”.

Questo processo si è sviluppato nel passaggio dalla routine alla flessibilità (come ha osservato Richard Sennett); dal mondo solido alla vita liquida (Zygmunt Bauman); dal capitalismo dialettico al capitalismo speculativo in senso hegeliano (Costanzo Preve). E non solo. A mio avviso: questo processo si è sviluppato anche nel passaggio dall’ordine sociale fondato sulla tripartizione “Borghesia-ceti medi figli del welfare novecentesco-Proletariato” alla dicotomia “Global class-Pauper class” che tenderà in futuro a cristallizzarsi in un nuovo ordine dagli aspetti quasi castali.

In questo quadro inquietante - di autentica “rimozione” di tutte le certezze e dei punti fermi esistenti nelle precedenti fasi capitalistiche - va inquadrato il problema dei finanzieri, dei manager della “industria del credito” e dei banchieri che hanno sbagliato, scatenando la prima crisi globale di origine chiaramente sistemica. In altra sede mi sono divertito a proporre l’amaramente ironico paragone fra i banchieri-manager che hanno sbagliato e i “compagni che sbagliano” nella stagione italiana del lungo sessantotto, della P38, del terrorismo e della clandestinità. Ma questo perché la pubblicistica del neoliberismo imperante ha spesso invocato - a discolpa del sistema - le responsabilità individuali di singoli soggetti, che mal avrebbero colto le splendide ed emancipative opportunità offerte dal libero mercato globale. Un esempio su tutti: il vituperato e incarcerato Bernie Madoff.

Perchè accusare i banchieri che sbagliano? Ovvio. Per nascondere agli occhi delle neoplebi e dei “ceti medi” occidentali, soggetti alla flessibilizzazione e alla ri-plebeizzazione, la natura squisitamente sistemica della crisi, come dovrebbe essere ormai evidente a chi non si limita ad osservare la superficie dei fenomeni. Le colpe, però, devono - e non può essere diversamente - essere fatte risalire direttamente al modello (di sviluppo) economico adottato e alle sue logiche interne. Un modello in cui i mercati finanziari non erano ospiti o estranei. I mercati finanziari avevano e hanno un ruolo chiave. Che era (e rimane) quello di moltiplicare – con annessa proliferazione di prodotti sempre più rischiosi e truffaldini – la “rendita” prodotta dall’impiego del capitale e nel contempo riuscire a gestire il rischio (che avrebbe dovuto essere sopportato, in primo luogo, dalla cosiddetta impresa del credito) facendovi fronte in modo efficiente.

Da un punto di vista mecroeconomico, sappiamo che fin dall’affermazione delle teorie monetariste di Milton Friedman e in contesti non uguali all’attuale, si è ampiamente utilizzata la leva monetaria, abbandonando quella fiscale per giungere ad una rilevante defiscalizzazione del capitale, ma anche al fine di sostenere ed espandere la domanda, e possiamo notare come l’ormai epocale trasferimento di ricchezza dal Lavoro al Capitale ha creato insufficienze crescenti della domanda nei paesi “ricchi”, che in parte significativa la esprimono, con esiti decisamente recessivi. Dal lato micro, invece, si può fare direttamente riferimento ai modelli di business adottati in campo finanziario dalle “imprese” che trattano il credito – fra le quali le grandi banche commerciali anglo-americane, ben rappresentate nella vicenda dalla Leheman Brothers – in un contesto di privatizzazione, esteso a tutto l’occidente e sulla scorta della “tradizione” anglosassone, dei sistemi bancari e creditizi, per sottrarli definitivamente ad interferenze “esterne” non gradite e al controllo pubblico, rispondendo in toto ai desideri (e alle imposizioni) del top globalista.

La tensione verso una sempre maggiore “creazione di valore” nel breve e la necessità di liberarsi dai rischi crescenti che ciò implicava - CDO e CDS sono, in tal senso, prodotti “simbolo” dell’epoca e della realizzazione pratica del paradigma neoliberista - si diceva: questa tensione verso il massimo dei profitti possibile nel più breve tempo possibile oltre a spingere alla speculazione su ogni cosa nella ricerca inesausta di nuove “terre vergini” da sfruttare – nel caso sub-prime la povertà, la necessità di avere una casa, anche se si è ridotti con pochi mezzi e scarse prospettive, il disagio sociale diffuso, eccetera – ha imposto di scaricare i crescenti rischi “sul mercato”, innescando una micidiale “catena di Sant’Antonio”. Che aveva un unico obiettivo: incassare le commissioni subito e liberarsi quanto prima del “pacco esplosivo”, che poi però in diverse occasioni - (s)fortuanatamente - è tornato al mittente. Cioè a quei banchieri e a quei finanzieri che speravano di essersene liberati.

Per dirla con le parole di Alberto Berrini, tratte dall’ottimo libro “Come si esce dalla crisi”: “Il modello di business (appena descritto, Nda) è stato definito Originate to Distribute (OTD; faccio un prestito e cedo il rischio) rispetto al precedente Originate to Hold (faccio un prestito e tengo il rischio)”. Se ci si addentra nei meandri della vicenda sub-prime - che è stato unanimemente riconosciuto come l’innesco che ha fatto esplodere la crisi - si comprende come l’origine della stessa non può essere che sistemica e non certo individuale. Per la semplice ragione che i suoi presupposti derivano direttamente dalle logiche del capitalismo contemporaneo e dai modelli adottati dalle imprese creditizie, compresi i grandi “incentivi” concessi agli stessi banchieri-manager, in una perversa “meritocrazia”, in realtà completamente priva di riscontri nella realtà economica.

In conclusione. L’espressione banchieri che hanno sbagliato è quindi destituita di ogni fondamento ed è una fola diffusa dalla propaganda sistemica per fuorviare l’opinione pubblica. I banchieri non hanno sbagliato e ne sono consapevoli. Si sono limitati, in un contesto “sfidante” - dominato dalla tensione al cambiamento e dalla flessibilità - a aderire alle logiche di questo brutto modello di capitalismo. E anzi si può dire che ne abbiano saputo cogliere la sostanza.

Come degli autentici “animal spirits” liberati dal capitalismo finanziario, questi soggetti hanno semplicemente assicurato al top globalista e a loro stessi enormi guadagni (di rapina) nel breve termine, unico orizzonte temporale possibile quando si naviga nel procelloso mare della globalizzazione. I banchieri-manager sono stati - e sono tuttora, - i generali e i quadri di eserciti mercenari, predatori, senza divise e disciplina di campo – in una curiosa e ardita similitudine con le estenuanti guerre europee di religione e nazionali degli ottanta anni, che si sono concluse, nel 1648, con la pace di Westfalia – incaricati della lotta per il reperimento delle risorse nella mal frequentata dimensione finanziaria. Infatti, la profondità e la gravità dei dissesti finanziari che hanno provocato una concreta crisi economica planetaria altro non sono che indicatori dell’intensità, e della “violenza”, raggiunte dallo scontro fra i gruppi di vertice della classe globale, i quali sono da tempo saldamente insediati nei gangli vitali della riproduzione strategica della totalità sociale, e quindi anche nei centri del potere finanziario.

L’aspetto drammatico della questione è che le conseguenze di queste lotte elitistiche, e dell’agire di tali soggetti, non restano confinate in una dimensione “superiore” a quella del nostro quotidiano, ma le avvertiamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro, in supermercati e negozi, nei rapporti interpersonali occasionali o consolidati, fin dentro le stesse mura domestiche.

di Eugenio Orso

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Do you remember Dubai?


Meno male che “il Corriere della sera” c’è. E che - quando serve - non esita a mostrare anche ai suoi poveri e sprovveduti lettori la via. Dubai, per esempio. Certo: mo’ lo sceicco e il suo emirato rischiano il crac e il patatrac. E tutti ma proprio tutti - giornali, tiggì e anche l’ultimo bloggettino di quartiere - son qui a dire che il ricco emiro di qui e il ricco emiro di lì; e che Dubai, con il suo arcipelago di palme e le piste da sci nel deserto facevano rimpiangere - per gusto, buon senso e soprattutto sobrietà - perfino il finto vulcano di villa Certosa e la collezione di cactus del nostrano Berlusconi. Che è tutto dire.

E bla-bla-bla.

Già. Ma prima? Prima - come ricorda proprio oggi Federico Fubini, acutissimo giornalista del argutissimo Corriere - era tutta un’altra musica. Prima l’emiro aveva preso per il naso era riuscito a sedurre tutti quanti, altrochè. Gli investitori che avevano cacciato il quattrino. Ma anche giornali e giornalisti di mezzo mondo che a Dubai - e ai suoi progetti faraonici - avevano dedicato pagine e pagine di elogi (leggi: pubblicità). Pagine che - magari - avranno anche aiutato lo sceicco a mungere banche e privati. Pagine che - sicuramente - meritano di passare alla storia del giornalismo, come un ottimo esempio di abbaglio collettivo e un pessimo esempio di informazione economica.

Ma va là? Massì.

E Fubini, giustamente, fa esempi su esempi. Il serioso “Economist” che nel 2006 spiegava “che i vantaggi alla base del successo del centro finanziario di Dubai erano la mano forte e le tasche profonde della famiglia regnante”. Famiglia regnante che invece era al verde come un cavolo. “Time magazine” che elogiava lo sceicco per aver scelto l’ “American way” e aver “evitato il tipico stile di business familistico mediorientale”, puntando su “rendicontazione e trasparenza”. E perfino il rigoroso quotidiano britannico “The Guardian” che - sempre tre anni fa - era arrivato a dire che Dubai era candidato seriamente a diventare “il posto più importante del Pianeta, come londra nel 19esimo secolo”.

Dimentica solo un dettaglio, Fubini. Che - sempre nel 2006 - c’era anche chi scriveva che Dubai forse forse era addirittura meglio della Cina. E che sembrava “un incrocio tra Las Vegas e Shanghai, deciso a diventare Singapore nonostante il traffico di Milano. Pieno di autocrati lungimiranti, immigrati impazienti, soldi liquidi, costruzioni splendide e lavori in corso. Nel mio personalissimo Indice Mondiale delle Gru - una prova d’ ottimismo, in fondo - la città supera Pechino”. Il riferimento a Milano vi suona familiare? E in effetti sì, questo articolo - assieme a molti altri dello stesso tenore - era stato pubblicato proprio su un quotidiano italiano. Quello di Fubini. Il Corriere.

Quando si dice i casi della vita e della memoria. Che - a volte - davvero fa brutti scherzi.

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Tagli e dettagli


Quando nel 1994 Amy Whitfield scalava le classifiche musicali internazionali con il suo "Saturday Night" ed imperava la cultura del disco entertainment degli anni 90, allo stesso tempo il nostro paese raggiungeva il suo picco di massimo splendore per quanto concerneva il benessere economico alimentato da uno sviluppo e successo industriale che proprio in quell'epoca ostentava il suo massimo slancio evolutivo. Ricordo molte bene quel periodo, frequentavo da qualche anno l'università ed al tempo stesso mi dilettavo come dee jay negli house club: rammento ancora come tutti noi giovani "discotecari" sognavamo un giorno di poter possedere o gestire un locale da ballo (e sballo) tutto nostro, vedendo gli incassi e le migliaia di persone che vi gravitavano ad ogni serata. Sono passati appena quindici anni e quel periodo ormai è un ricordo di un passato che non rivedremo mai più.

Dalla metà degli anni 90 per l'Italia è iniziato infatti un lento processo di declino industriale: sono stati fatti entrare a frotte milioni di extracomunitari con il solo scopo di consentire ai grandi gruppi industriali di poter abbassare i costi di manifattura (grazie a persone disperate disposte a lavorare con retribuzioni minori rispetto agli italiani), di lì a poco è stato introdotto il lavoro interinale come soluzione per "snellire" l'attività di impresa che in poco tempo ha fatto nascere una nuova fascia sociale, quella dei precari, infine si è dato inizio ad una lenta opera di deindustrializzazione aiutando gli industriali a smantellare le loro aziende per spostarle al di fuori dei confini italiani e decretando così la fine di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Quando sta accadendo in questi ultimi 18 mesi non può essere definito genericamente come semplice crisi, come ci vogliono far credere i media tradizionali con il loro gracchiante vociferare, quanto piuttosto come una vera e propria emergenza che sino ad oggi ha manifestato solo il primo dei sue tre aspetti, ovvero quello finanziario.

Adesso dovranno arrivare le altre due sfacettature, quella industriale e quella sociale, entrambe legate da questo scellerato ed osannato modello economico imposto dal WTO in cui tutti i paesi occidentali hanno dovuto lentamente e progressivamente regalare le loro produzioni ed i loro ordinativi industriali alle nuove aree emergenti di questo millennio, così facendo si sono create le condizioni sociali ed industriali per una impensabile sperequazione. L'Inghilterra regna sovrana su questo, il modello thatcheriano (privatizzazioni e dismissioni forzate dei gangli strategici della nazione) sta dimostrando come l'eccesso di liberismo economico produca l'esatto opposto di quello che aveva promesso. Gli USA che sono stati il primo paese a delocalizzare (con Messico ed India) hanno pagato il conto con la loro stessa solidità finanziaria. Per chi non lo avesse ancora compreso i mutui subprime sono detonati perchè lentamente sono stati bruciati milioni di posti di lavoro e persone che avevano contratto precedentemente debiti per vivere non sono più stati in grado di ripargarli (la FED poi ci ha marciato accellerando il processo di polverizzazione finanziaria).
Ormai dovremmo parlare di una mutazione genetica per il nostro tessuto socioeconomico: il turbocapitalismo ci sta presentando i conti. E siamo appena agli inizi. Chi continua a profetizzare la fine di questa cosidetta "crisi" temo che non abbia veramente ancora compreso che cosa stia accadendo. L'Italia è un paese manifatturiero (per quello che rimane) ed esportatore, questo significa che per esserci veramente ripresa questa deve realizzarsi al di fuori dei nostri confini, consentendo alla nostra economia di seguire a traino. Tra meno di quindici anni saremo catapultati al quindicesimo posto su scala planetaria, non saremo più un paese industrialmenete rilevante, ma uno stato depresso in lento e silenzioso declino. Direi proprio silenzioso perchè di giovani a gridare ce ne saranno sempre meno: sempre tra quindici anni oltre il 40 per cento della popolazione avrà un'eta superiore ai sessant'anni. Da Bel Paese un tempo, presto saremmo denominati come il cimitero degli elefanti. La contrazione della capacità produttiva industriale che si è verificata in questi ultimi mesi ci ha proiettati ai livelli di produttività di oltre quindici anni fa (non penso che si riuscirà mai più a recuperare questi livelli).
Il futuro è piuttosto delineato, chi è vecchio vivrà con quei quattro soldi messi da parte e chi è giovane si troverà a doversi inventare la vita di tutti i giorni, lavorando a missione e a singhiozzo: già tra cinque anni almeno 1/5 se non 1/4 delle aziende italiane si estinguerà o si ritirerà dal mercato, lasciando un profondo vuoto a livello occupazionale. Non dimentichiamo inoltre come le pesanti situazioni di default finanziario che stanno vivendo le imprese italiane presto si riverserà proprio sui bilanci delle stesse banche che adesso (grazie alle strepitose opere di privatizzazione riguardanti appunto lo stesso sistema bancario italiano) continuano a dettare legge su chi vive e chi dovrà estinguersi. Chi pensa di replicare il modello inglese per assorbire gli esuberi occupazionali, puntando quindi tutto sul terziario (settore dei servizi) probabilmente si è laureato per corrispondenza in Economia Davanti e Commercio Dietro presso l'Università per Barbieri. A livello nazionale non vi è una forza politica che si faccia portavoce di esigenze di protezionismo nei confronti dei nostri gloriosi ed invidiati distretti industriali, l'unica risorsa che avevamo ovvero la distintività ed originalità della manifattura italiana è stata brutalmente sacrificata per permettere a paesi come la Cina di assorbire, copiare e far morire le nostre tipiche produzoni, diventando nel frattempo la grande fabbrica del pianeta. A mio modo di vedere l'unica salvezza potrebbe essere un incredibile e improvviso cambio di governance politica che faccia emergere un "tribuno del popolo" stile Lula in Brasile, che contrasti e metta fine a questo dictat economico che sta portando il paese al suicidio industriale, sociale ed economico.

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27/11/09

LA BOLLA ANNUNCIATA DELLA BANCA DEL MEZZOGIORNO


La Banca del Mezzogiorno dovrebbe finanziarsi con obbligazioni garantite dallo Stato. Il risultato sarà un eccesso di liquidità, con molto denaro destinato a impieghi senza futuro. All'inizio il mercato drogato del Sud attirerà capitali che dovrebbero essere destinati altrove. Ma nel medio-lungo periodo, la bolla creditizia scoppierà e procurerà gravi danni ai cittadini che saranno i veri garanti dei prestiti alle imprese del Sud. Una storia non molto diversa da quella di Fannie e Freddie sul mercato dei mutui negli Stati Uniti. E abbiamo visto come è andata a finire.

Il progetto della Banca del Mezzogiorno è duro a morire. Eliso prima per motivi procedurali, è stato subito resuscitato dal ministro del Welfare che pochi giorni fa ha dichiarato che la Banca “è un progetto a cui teniamo moltissimo”.
Ma cosa sarebbe la Banca del Mezzogiorno? È difficile dirlo con esattezza, ma i commenti apparsi sulla stampa sono stati generalmente negativi. Molti temono che sarà (se vedrà la luce) un “carrozzone” poco trasparente e molto politicizzato. Alcuni mettono in dubbio l’utilità di incentivare il credito al Sud, in assenza di argomenti convincenti che mostrino che la domanda di finanziamenti da parte di aziende in grado di ripagare i debiti non sia già soddisfatta dal mercato.
Vi è molto sale in entrambe le obbiezioni (grazie alla formidabile liberalizzazione degli anni Novanta, ottenere credito al Sud non è più così difficile come un tempo), e da sole dovrebbero bastare a far accendere la lampadina del dubbio nella mente dei proponenti. Così sarebbe se vi fosse un serio dibattito sulla questione: purtroppo manca.

L'ELEMENTO DI TOSSICITÀ

Tra le obbiezioni sollevate è assente quella sulla caratteristica più “tossica” della proposta: che la Banca del Mezzogiorno dovrebbe finanziarsi con obbligazioni garantite dallo Stato italiano. Questo aspetto, all’apparenza un dettaglio tecnico, è ciò che rende la Banca del Mezzogiorno un pericoloso buco nero. Vediamo perché.
Una banca qualsiasi che opera sul mercato è un intermediario che prende soldi a prestito dai risparmiatori e li rigira alle imprese. Cosa ne limita la dimensione? Perché la banca non presta a tutti, ma proprio a tutti, quelli che vanno a chiedere soldi? La ragione è che, man mano che la banca presta, esaurisce i clienti meritevoli di credito e, se continua, inizia a pescare tra quelli più rischiosi. I risparmiatori sanno che, una volta soddisfatta la domanda delle aziende sane, cresce il rischio di finanziare quelle insolventi e si rifiuteranno di prestare i propri soldi, disciplinando così il comportamento della banca. È l’interesse del risparmiatore a proteggere i propri soldi che frena la possibilità che la banca dia i soldi a chi non li merita.
Con la Banca del Mezzogiorno come la concepiscono il ministro dell’Economia e quello del Welfare, questo meccanismo è assente. In questa banca i risparmiatori non correranno nessun rischio: se le aziende a cui si presta falliscono, paga lo Stato. Perciò i risparmiatori saranno del tutto indifferenti se la Banca del Mezzogiorno presta ad aziende malate, e forse saranno anche contenti se, come sembra, le obbligazioni emesse dalla banca godranno di agevolazioni fiscali. Il mercato del credito sarà “drogato” da un eccesso di liquidità, e molto denaro verrà destinato a impieghi senza futuro.
Ma, si dirà, la leadership della Banca del Mezzogiorno impedirà che questo accada. Tutt’altro. La leadership sarà pure essa ben contenta di giocare questo gioco, ancor di più se il suo stipendio sarà, come nelle aziende private, in parte costituito da bonus di produttività intesa come massa di credito intermediata.
Chi ci perde? Inizialmente le aziende del Nord, perché il mercato drogato del Sud attirerà capitali che dovrebbero essere destinati altrove. A seguire, ci si deve aspettare una bolla creditizia, che nel breve periodo apparentemente gioverà al Sud perché si assisterà a un boom di imprese che nascono e di imprese esistenti che crescono. Ma nel medio-lungo periodo, quando scoppierà, procurerà gravi danni ai cittadini che, alla fin fine saranno i veri garanti dei prestiti alle imprese del Sud ormai fantasma.

UNA BOLLA GIÀ VISTA

Come mai siamo così sicuri nel prevedere questi sviluppi? La ragione, purtroppo, è che questa pellicola l’abbiamo appena vista. Abbiamo vissuto nell’ultimo anno le conseguenze dello scoppio di una bolla creditizia - quella del mercato dei mutui negli Stati Uniti - di cui un ingrediente non secondario erano proprio le government sponsored enterprises - Fannie Mae e Freddie Mac. Sono l’analogo americano del progetto di Banca del Mezzogiorno, giacché ciò che ha permesso a queste aziende di “drogare” il mercato del credito è stato proprio il loro accesso alla raccolta di risparmio garantito dal governo Usa. Abbiamo descritto altrove come queste entità abbiano asservito il Congresso americano attraverso le lobby e l’esborso generoso di danari per finanziare le campagne elettorali. Di converso, il Congresso ha usato Fannie e Freddie come uno strumento di redistribuzione nascosta verso i ceti meno abbienti, attraverso i mutui facili. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.
È stupefacente che, proprio nel mezzo della crisi finanziaria più difficile della nostra generazione e con un debito che sfiora il 120 per cento del Pil, il governo italiano pensi di creare un “mostro del credito” che si finanzia con titoli garantiti dallo Stato. Ed è paradossale vedere che quelli che hanno menato gran vanto di aver previsto tutto della crisi anzitempo, siano i primi a ignorarne le lezioni più salienti.

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Ma n'Dubai? ( Se le banane non ce l'hai?)

dubai tsunami
Idea: Dario. Realizzazione: Pietro

Buoni ultimi arriviamo anche noi a parlare dello sconquasso che è successo a Dubai.

Di che si tratta ve l'hanno già raccontato ampiamente i media ordinari.

Personalmente confesso che questo genere di notizie mi ha quasi ( quasi!!) stufato. Nel senso che rientrano nel solco del tutto già scritto, detto, letto e sentito.

La finanza mondiale è marcia, dalle fondamenta, perchè si regge su principi folli (Senza contare la follia dei Principi, che proprio nel piccolo principato svetta al massimo grado, strictu sensu). Principi senza principii e finanza "allegra", consona ai ricchi ereditieri che, con scarso o nessun merito si siano trovati a "gestire" ( rectius: sperperare) l'enorme tesoro che si trova sotto i loro piedi.

Dal loro punto di vista, con l'immane afflusso di capitali legato alla vendita dell'"oro nero" (puah) è parsa una buona idea investire tempo, energia e capitali per educare le nuove generazioni alla gestione dei medesimi. Di per se, visto che un giorno il petrolio finirà e il desertico paesaggio non pare particolarmente promettente per una economia rurale, non è detto che fosse una cattiva idea.

Diventa invece una PESSIMA idea, nel momento in cui non si coglie il banal fatto che il VERO capitale di un paese come quello è l'energia rinnovabile gratuita, inesauribile, che si sono trovati in mano.

Il sole, il vento.

I ragazzi che hanno studiato a New York e si sono specializzati a Londra, come avrebbero potuto capirlo?

Hanno applicato BENE quanto appreso, tornando a casa e facendo un immane casino buco finanziario.

Il punto è questo, infatti: una BUONA e CORRETTA gestione finanziaria, nel mondo finanziario ATTUALE porta a quel genere di risultati.

L'alternativa è vedersi scappare i capitali sotto il naso, a rotta di collo.

Questo succede , manco a dirlo, perche' sono i capitali che muovono le teste e non viceversa.

Ancora una volta, per l'ennesima volta, il sonno della ragione libera i peggiori mostri nei lobi frontali di questa gente.

Cosa credete che succedera'? Una bella iniezione di fiducia, un grosso paghero' garantito dallo stato di turno ( Il Dubai, in questo caso) e tutto continuerà come prima. Si sposta un poco piu' in la l'amaro calice, i debiti aumentano in modo vertiginoso, ma ANCORA si riesce a farne e la palla viene passata di mano.

Quando ci si accorgerà che la tavola è rotonda, la palla in realtà è una bomba e la miccia continua a bruciare, sarà tardi. E' un gioco che ha una sola e certa, CERTA, fine: il collasso monetario, finanziario, bancario ed assicurativo mondiale.

I numeri, enormi, immani, ingestibili, sono li e crescono a ritmo vertiginoso.

Ne abbiamo parlato talmente tante volte qui su crisis che non voglio ripetermi nemmeno un poco.

Santi numi: Il Debito pubblico americano è raddoppiato in otto anni (2009 su 2001), il deficit federale viaggia intorno al 10-12% e dobbiamo ancora spiegare PERCHE' la situazione è insostenibile? L'inaudito pompaggio delle ultime riserve e risorse disponibili serve solo a rallentare, come avete visto, ma non ad invertire seriamente la tendenza. TROPPI, TROPPI nodi stanno venendo al pettine e, secondo una delle tante leggi di Murphy, lo stanno facendo nel peggiore ordine possibile.

Ogni volta che mi capita di vedere il rituale inizio delle contrattazioni a Wall Street, con un "fortunato" di turno che suona la campana, mi viene in mente il meraviglioso scritto di John Donne, che Hemingway citava all'inizio di un suo famoso romanzo:

No man is an island, entire of itself. Every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friends or of thine own were. Any man's death diminishes me, because I am involved in mankind and therefore never send to know for whom the bell tolls it tolls for thee.

"Non chiederti per chi suona la campana: suona per te"

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Abbattiamo il muro


Un muro di pietre e sabbia che attraversa il deserto.2700km minati che separano una popolazione, i Saharawi, dal loro legittimo territorio. Stefano Salvi documenta con immagini esclusive mai viste l'esistenza di questo monumento all'oppressione. Firmiamo la petizione e cancelliamo anche questo muro.

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Gli americani e i loro rifiuti...

Gli States grazie alla loro società consumistica, rappresentano lo stato "sprecone" per eccellenza e purtroppo da consumo a rifiuto il passaggio è breve.

bandiera usaKevin Hall, ricercatore del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Bethesda nel Maryland, ha pubblicato sulla rivista PLoS ONE una ricerca in cui rende noto che considerando soltanto gli scarti alimentari degli Stati Uniti, i rifiuti commestibili degli americani potrebbero sfamare buona parte della popolazione africana.
La sua ricerca di basa su un calcolo molto semplice: il fabbisogno giornaliero umano è di circa 2.000 calorie. Tutti i giorni ogni americano getta nella pattumiera circa 1.400 calorie in media, cioè quasi tre quarti del fabbisogno di un altro essere umano. Dunque ogni americano potrebbe teoricamente sfamare un africano. Nel continente nero ci sono circa 900 milioni di persone, gli americani sono 300 milioni, quindi a grandi linee si può affermare che con l'immondizia americana si potrebbe sfamare un terzo della popolazione dell'Africa.
Lo stesso Hall aggiunge anche che "Quando gettiamo via gli avanzi nella spazzatura, finiamo di fatto per sprecare l'acqua e il petrolio serviti per la produzione e il trasporto di quei cibi, oltre ad aumentare le emissioni di CO2 e metano per via della decomposizione degli alimenti"
Sfortunatamente anche noi italiani stiamo prendendo la stessa cattiva strada. Secondo quanto riporta l'associazione dei consumatori Adoc, ogni famiglia italiana getta nel cassonetto l'equivalente di 515 euro di cibo all'anno, con un'impennata considerevole nel periodo delle festività natalizie.

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