31/01/10

La "questione campana", Vincenzo De Luca e quel PD che non vuole imparare


Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e candidato del PD per le regionali campane.

Quella che in tanti in questi giorni hanno rinominato "la lezione pugliese" non sembra aver scalfito troppo le strategie politiche del Partito Democratico.
L'approccio politico costruito attorno al fine supremo del "benessere del partito", quel sistema strutturato sulla vittoria elettorale intesa come traguardo fine a sé stesso e non come mezzo per giungere a determinare grandi mutazioni del sistema sociale ed economico, quella concezione della politica universalmente conosciuta come "dalemismo", sembra rappresentare ancora oggi la bussola del PD.

Dopo il "caso pugliese", terminato con la scottante vittoria di Nichi Vendola alle primarie di coalizione contro il prescelto del PD, Francesco Boccia, emerge in queste ore il ben più scottante "caso campano", cucito addosso alla discussa eredità del governatore Bassolino e ad una classe politica affetta dalla emergente tendenza all'immoralità politica trasversale.

L'ipotesi di primarie di coalizione aperte e l'intenzione di rafforzamento dell'unità delle forze progressiste si sono sgretolate nelle ultime ore con la decisione intrapresa dagli organi dirigenti democratici (sostenuti da Alleanza per l'Italia e Verdi) di annullare le primarie ed investire ufficialmente il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, della carica di candidato governatore campano per il centrosinistra.
Una scelta che ha generato uno strappo repentino e potenzialmente fatale con il terzetto Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, Federazione della Sinistra, che vedono la candidatura di De Luca come un oltraggio alle ripetute richieste di dare un segnale di profonda pulizia e trasparenza da parte della classe politica.

La sua storia politica è segnata da luci abbaglianti ed ombre nere mai rimosse.
Vincenzo De Luca è il sindaco ribelle che ha sfidato gli apparati nelle tre elezioni amministrative che lo hanno promosso sindaco, il riqualificatore del centro urbano di Salerno, l'uomo del 71,3% dei voti del 1997 e del 75% di raccolta differenziata, un dato che, se rappresenta un'anomalia in Italia, possiamo solo immaginare cosa significhi nella regione delle discariche.
L'altro Vincenzo De Luca è l'uomo che traghettò l'ex ministro socialista Carmelo Conte, condannato per concussione a 4 anni e 10 mesi di reclusione, nei DS, prima del suo abbandono verso il Nuovo-PSI di De Michelis, è il sindaco della condanna a 6 mesi di reclusione per violazione delle norme igienico-sanitarie per la discarica di Ostaglio, è il sindaco dell'affare Seapark, un'indagine chiusa a forza dalla politica anziché dalla magistratura, e del processo in corso sull'affare MCM.

E' proprio quest'ultimo l'elemento-chiave che ha fatto saltare sulle sedie gli esponenti della sinistra campana. Il suo rinvio a giudizio è ritenuto incompatibile col segnale di moralità che si desidera dare all'elettorato progressista campano così spesso abituato ad amministratori eletti in odore di processo.
Eppure, un'ombra altrettanto nera grava sulla sua persona. Un'ombra dimenticata anche dai suoi detrattori.

Si tratta dell'affare Seapark, un'indagine avviata nel 2004 e archiviata nel 2007 dopo il muro bipartisan costruito dalle forze politiche parlamentari nel 2006 di fronte alle indagini della Procura di Salerno.
La storia può essere sintetizzata brevemente: nel 1998 la società Ideal Standard chiude l'attività e decide di privarsi di terreni e stabilimento. Si accorda con la Seapark per una vendita a costi irrisori dell'intero pacchetto in cambio della riconversione delle maestranze nella nuova attività che prevede la costruzione di un parco marino.
Il Comune ritiene i terreni della Ideal Standard inappropriati; pertanto, ratifica l'accordo tra le due aziende a patto che la Seapark costruisca il parco marino sui territori del litorale, soggetti per l'occasione di una provvidenziale variante urbanistica che rende la zona edificabile.
La Seapark non costruirà mai nessun parco e i dipendenti rilevati dalla Ideal Standard continueranno ad usufruire di casse integrazioni senza che la Seapark e le società che la rileveranno dopo il fallimento, prevedano (come legge richiede) alcun piano reale di riconversione industriale.

Il movente espresso dalla procura è immediatamente ricavabile: speculazione edilizia sui terreni privati sul litorale grazie al decreto che li rese edificabili in cambio della costruzione di un parco marino mai avviato, sulle spalle dei dipendenti sottoposti intenzionalmente ad una condizione di cassa integrazione.

L'indagine fu corredata da ben tre richieste d'arresto per De Luca, entrambe rigettate dalla Camera dei Deputati della quale era entrato a far parte dal 2001. Nel 2006 la Procura inviò presso la Camera la richiesta ufficiale di utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano Vincenzo De Luca. Un fascicolo di 101 pagine [PDF] in cui gli stessi PM specificavano che la presunta colpevolezza di De Luca era dimostrata esclusivamente da tali intercettazioni.
La Camera rifiutò con soli 15 voti a favore della richiesta della Procura, 164 contrari e 212 astenuti.

In assenza di intercettazioni, ritenute fondamentali dagli inquirenti e per le quali la Camera ordinò la distruzione immediata, l'inchiesta venne archiviata pochi mesi dopo. Determinando uno status di innocenza per l'imputato concettualmente dubbio. Che va a sommarsi al peso giudiziario non marginale di un processo in corso per irregolarità fraudolente nella costruzione di un centro commerciale polifunzionale in zona Fratte.

Il partito al quale oggi si chiede un segnale di discontinuità è lo stesso che in questi anni ha interpretato l'aula della Giunta per le Autorizzazioni della Camera come un'aula giudiziaria deputata a compiere processi in sostituzione della magistratura ordinaria.
In questo contesto c'è da chiedersi se la candidatura di Vincenzo De Luca sia davvero un'anomalia.

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Il punto di non ritorno

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Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell'immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L'innalzamento del debito ha avuto come effetto l'aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l'unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: "Quando si raggiunge il punto di non ritorno?". E' semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un'altra domanda che ci si deve porre è: "Quali Stati hanno più probabilità di fallire?". Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell'UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l'offerta continua di Temorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell'economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: "Fallirà prima l'Italia o la Grecia?". Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un'assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L'Italia è prima assoluta, con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

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L’emendamento per l'acqua a 5 stelle del comune di Spoleto


Nei giorni scorsi, con 19 voti favorevoli, 2 astenuti e 6 contrari, il consiglio comunale di Spoleto ha approvato l’emendamento di Spoleto a 5 Stelle volto ad inserire nello Statuto del Comune una modifica riguardante il principio della gestione pubblica del servizio idrico.

L’emendamento di Spoleto a 5 Stelle, integra l’enunciato proposto dal Pd che citava l’Acqua come bene comune e privo di rilevanza economica, con una specifica molto importante che riguarda propriamente le modalità di GESTIONE delle acque.

L’emendamento afferma: “aggiungere nello Statuto del Comune il principio della proprietà e gestione pubblica del servizio idrico integrato e che tutte le acque, superficiali e sotterranee, anche se non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa da utilizzare secondo criteri di solidarietà”.

Con questa integrazione il Comune di Spoleto si assimila ai provvedimenti presi in favore dell’acqua pubblica da parte dei Comuni Virtuosi con la campagna nazionale “l’acqua è del sindaco e di tutti i cittadini”.
Tutto ciò per scongiurare gli effetti previsti dal decreto-legge Ronchi (v. Decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135 convertito in legge il 19 novembre 2009), con cui l’Italia, unico Paese in Europa, si è avviata verso la privatizzazione dell’acqua.

All’art. 15 infatti, il decreto stabilisce che il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali debba avvenire, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società private, o a società a partecipazione mista pubblica e privata, mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, aprendo così la strada alla gestione dei soliti grandi gruppi industriali.

La possibilità di affidare la gestione a favore di società a capitale interamente pubblico, per la gestione cosiddetta “in house”, è prevista solo come deroga, per situazioni eccezionali e in presenza di “peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento”.

Con l’introduzione del principio della gestione pubblica nello Statuto del Comune, la città di Spoleto pone un importante vincolo a favore di una gestione locale autonoma dell’acqua.

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Rifiuti Zero: la Toscana fa rete

Partendo dalle brutte notizie di questi giorni ……

ANSA) – PISTOIA, 27 GEN – Diossine sono state scoperte in campioni di latte materno di donne abitanti a Montale, localita’ vicino a Pistoia dove e’ presente un impianto di incenerimento dei rifiuti. Lo rende noto il Comitato contro l’inceneritore di Montale che, spiega una nota, ”dopo aver ripetutamente sollecitato senza successo amministrazioni e organi competenti ad eseguire controlli biologici e sanitari sulle persone da sempre residenti nelle vicinanze dell’inceneritore, ha provveduto a proprie spese ad eseguire in un laboratorio accreditato la ricerca di inquinanti ambientali”.

……arriviamo alla buona notizia: il 30 Gennaio si è tenuto ad Agliana (PT) il primo incontro Regionale dei Comitati, coordinamenti e MoVimenti5stelle che lottano contro gli inceneritori o termovalorizzatori

La Toscana fa rete e il Meetup Firenze5stelle insieme agli altri Meetup toscani non si tira indietro, con l’obbiettivo di arrivare con una piattaforma comune ad una serie di manifestazioni che facciano capire a chi “gioca” sulla nostra pelle che non ci stiamo ! L’alternativa c’è e si chiama RIFIUTI ZERO !

Il pre report del pomeriggio:
” bellissimo e produttivo incontro quello di oggi pomeriggio al “polispaziohellana” di Agliana
25 comitati e realtà attive in Toscana contro l’ incenerimento dei rifiuti, la combustione delle biomasse e per rifiuti zero, riduzione della produzione dei rifiuti, raccolte differenziate, riutilizzo di materia, riciclaggio complessivo; un centinaio di persone attente e contente di esserci.
……. altri argomenti al centro della discussione, tra gli altri, sono stati il no alla combustione delle biomasse e alla dissociazione molecolare.
Nel giro dei prossimi giorni vi faremo avere un dettagliato report dell’ incontro con la convocazione del nuovo incontro del gruppo di lavoro CHIUDERE GLI INCENERITORI IN ESERCIZIO ( ovviamente aperto anche a chi lotta per bloccare nuovi inceneritori o centrali a biomasse ) già fissato a LIVORNO per sabato 13 febbraio ore 15.
Lunedì 15 a livorno conferenza stampa regionale sulla centrale a biomasse.
giovedì 18 febbraio a Firenze ci sarà una conferenza stampa ( presso le Giubbe Rosse in P.zza della repubblica 11.30/12 ) per la manifestazione del 20 Febbraio”.

Giovedì 28 scorso alla seconda serata a cinque stelle (“Emergenza Rifiuti”: solo una strategia per accumulare profitti?”) è intervenuta Valeria Nardi del Coordinamento Comitati della Piana di Firenze – Prato – Pistoia

Per finire la Toscana del futuro per il PD e la coalizione, per quanto riguarda l’energia ed i rifiuti, nei prossimi giorni verificheremo anche gli altri programmi programmatici delle liste che si presenteranno alle Regionali… no comment

Gli altri video della “seconda serata a 5 stelle” li potete trovare sul canale YouTube del MeetupFirenze

Cittadini con l’elmetto …stiamo lavorando per un Nuovo Rinascimento

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30/01/10

Il futuro è una pagina bianca

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"Il bianco è la pagina vergine su cui la Storia non è ancora stata scritta (*)". "Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. Il nero è l'assenza di colori" (**). Il bianco è il colore del MoVimento Cinque Stelle. Un foglio bianco in cui ogni cittadino può mettere la sua firma, scrivere la sua opinione, in cui ogni firma vale uno. Il bianco è trasparenza, la luce del giorno quando viene l'alba. Il bianco fa proposte e non proteste. Non è contro qualcuno o qualcosa, ma per una nuova legge elettorale, primo Vday, o per una libera informazione, secondo Vday. Il bianco ha un Programma per il futuro creato con le idee dei cittadini. Il bianco non fa inciuci, avviene tutto alla luce del sole. Non ha suggeritori nascosti, sponsor mediatici, finanziamenti pubblici. Il bianco non dispone di soldi e di strutture dei partiti della cosiddetta opposizione, dietro le quinte, per le sue manifestazioni come è avvenuto per il No B-day. Il bianco non è il colore di Eugenio Scalfari e di Walter Veltroni e neppure della Melandri con la sua patetica sciarpetta al collo. Il bianco non è il colore della Repubblica, dell'Espresso e neppure di Micromega. Il bianco non appare mai nei telegiornali come gli altri colori dello spettro cromatico. E, se appare, è definito nero, un nero sporco per suscitare ribrezzo, per allontanare. Il bianco chiama le cose con il loro nome e per questo è considerato volgare, ma dire puttana al posto di escort, puttaniere per utilizzatore finale o corruttore invece di imputato è un esercizio di verità, e la verità è bianca. Il bianco permette al cittadino di vedere la realtà che lo circonda, di disinfestare le Istituzioni. Il bianco denuda, mette in ridicolo la menzogna dei politici e la sicumera degli intellettuali d'accatto che pontificano senza mai mettersi in gioco. A Londra sono stato ricevuto da un ministro, sono stato invitato a Oxford e alla London School of Economics dove la gente ha fatto la fila sul marciapiede per entrare, ho ricevuto una standing ovation. Lo scrivo perché a parte un lancio Ansa nessun giornale ne ha scritto (***). Citano ogni altro colore, anche quelli che non esistono, ma non il bianco. Il bianco fa male agli occhi, è il colore dei cittadini onesti, dallo sguardo pulito, che non vengono a patti con la propria coscienza. E' il colore di Borsellino, Ambrosoli, Don Puglisi. E' il colore di chi si fa Stato e non vuole più intermediari, condannati per mafia in Parlamento e un'opposizione da operetta. Il bianco è difficile da occultare, ma tutti i media ci provano. O lo ignorano o inventano altri bianchi che più bianchi non si può e pubblicano interi servizi fotografici di quattro gatti con un cartello, mentre non riportarono una sola foto di piazza San Carlo con più di 100.000 persone nel V2day. Il rischio del dopo Berlusconi (che è già iniziato) è che tutto cambi perché nulla cambi, e le grandi manovre sono già in atto. "The future is unwritten", il futuro non è ancora scritto. I cittadini con l'elmetto, bianco, lo stanno scrivendo ora.

(*) Max Luscher
(**) Wikipedia
(***) Unica eccezione Il Fatto Quotidiano (l'unico quotidiano che non prende contributi pubblici)

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Nasce la ‘Rete dei cittadini’

Questa mattina, a Roma, si è svolta la conferenza stampa di presentazione della lista civica: ‘Rete dei cittadini’. Singoli cittadini, rappresentanti di comitati, associazioni e gruppi politici del Lazio, nella consapevolezza che gli attuali partiti politici sono responsabili della gestione fallimentare della cosa Pubblica, ci impegniamo a creare una forza politica unitaria che concorra alle prossime elezioni della Regione Lazio”, così recita l’introduzione del manifesto del movimento. L’intento, senza dubbio condivisibile, è quello di creare un nuovo modo di fare politica tramite la rete e con lo sviluppo di una democrazia diretta. Il fatto di poter votare una volta ogni quattro o cinque anni, tra schieramenti politici ormai distanti dagli elettori e di non poter esprimere più opinioni o dissensi durante i mandati è, secondo la Rete dei cittadini, una forma di democrazia sorpassata e poco democratica. Se un provvedimento non nominato nel programma del Partito eletto, viene presentato in consiglio per essere approvato – secondo la Rete dei cittadini – gli elettori devono poter dire la loro. Questo nuovo movimento, con tutti i mezzi a sua disposizione, cercherà di rendere informato e partecipe il proprio elettore.

Obiettivi principali sono la qualità della vita, l’ambiente, la mobilità, ma soprattutto “ridare dignità ad ogni singolo voto..Stanchi di vedere le proprie istanze inascoltate, vogliamo lanciare questa nuova sfida. Anche se ci sentiamo come Davide contro Golia, vogliamo far sentire la nostra voce. La nostra sfida va alla stampa e ai partiti. Alla stampa chiediamo di poter seguire anche la nostra campagna; ai partiti di invitarci al confronto e alla discussione” queste le parole della candidata alla Presidenza Marzia Marzoli, eletta democraticamente - tramite la rete - con ampi consensi.

A chi le ha domandato se faranno alleanze dopo le elezioni e cosa li differenzia dai normali partiti, la candidata alla presidenza ha risposto con un deciso: “No, le alleanze non sono la risposta. Al centro di tutto metteremo sempre il bene di tutti.” E in merito alle differenze: “Noi abbiamo fatto tutto questo da soli, non è stata un’iniziativa in vista delle prossime elezioni regionali. E’ un percorso nato circa due anni fa. I partiti hanno creato degli schieramenti con un livello di eterogeneità al loro interno elevatissimo. Noi siamo una lista civica fatta da cittadini provenienti da tutte le province del Lazio, che vivono ogni giorno a contatto con le vere difficoltà delle persone comuni. Vogliamo raccontare cos’accade dentro il consiglio regionale, perché – purtroppo – la gente non si rende conto di cosa realmente sta avvenendo.”

Ulteriori informazioni, e per prendere visione del programma della Rete dei cittadini, sono consultabili sul sito www.retedeicittadini.it, dove è possibile anche seguire la registrazione della Conferenza stampa di presentazione della lista. Un’idea che ha fatto riecheggiare e nominare tra i presenti le liste civiche già lanciate dal comico Beppe Grillo con i suoi gruppi sul territorio meet-up. Infatti un contatto tra questo nuovo movimento e quello dei grillini c’è stato e continua ad esserci. Sarebbe interessante capirne le sintonie o le eventuali divergenze, infatti lo spazio per iniziative di questa portata non è per ora ampissimo, verrebbe da domandarsi come mai non ci si unisca per il bene comune. Un accenno alle divergenze sembra essere nell’eccessivo attaccamento dei grillini al loro marchio più rappresentativo, il comico. Una cittadinanza sempre più attiva non può far altro che rallegrarci della presenza di antenne e spirito critico. In bocca al lupo a questa giovane e meritevole iniziativa.

di Alessandro Cascia

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29/01/10

"Meno Parlamentari = Meno Crimine".


No, è che pensavo alle parole di Berlusconi.
"Meno Stranieri, Meno Criminalità".
Certo, ha ragione, è ovvio.

Meno Stranieri, e di colpo avremmo anche Meno Fabbriche, Fonderie, Imprese Edili, Aziende Agricole. Fallimento immediato, già, perchè il 10% del Pil è prodotto da immigrati, mica briciole. Ah, ci sarebbero anche meno anziani puliti, curati, serviti e riveriti, 700.000 badanti straniere in fondo ne puliscono di merda.

Ma a parte questo, vorrei ritornare sulle parole del Premier. Una ovvietà straziante. E se mi permettete una piccola ovvietà la vorrei dire anch'io, massì, già che ci siamo ... Leggo che il tasso di criminalità dei cittadini italiani è dello 0,75%, quindi infrangono la legge circa 7 persone ogni 1.000.

Che ci volete fare, mi viene subito da pensare al Parlamento Italiano. 945 tra Deputati e Senatori. Sì, proprio loro, i più pagati d'Europa (in controtendenza con gli stipendi degli italiani, tra peggiori d'Occidente, Eurispes), sì, quelli che prendono il doppio dei colleghi francesi ed il quadruplo di quelli spagnoli. Sì, quelli con meno titoli di studio della storia repubblicana. Loro insomma, dai che ci siamo capiti. Bene, facciamo un paio di conti, se metto assieme i reati di Mafia, Corruzione, Estorsione, Banda Armata, Bancarotta Fraudolenta, Abusi Edilizi, Riciclaggio, Concussione, Peculato, Associazione Sovversiva e ancora qualcosina d'altro, se conteggio i Senatori condannati per Favoreggiamento a Cosa Nostra, quelli per Concorso Esterno in Associazione Mafiosa, i Deputati dalla tangente Seriale e dal Vilipendio Plurimo ... mmm ... tolgo un po' di qui, aggiungo un po' di là ...

... ecco, circa 66 tra indagati, condannati e prescritti ... 66 su 945 ... un attimo eh, ci sono ... oh mioddio!, non può essere ... qui mi vien fuori un bel 7% tra Pregiudicati e personaggi in odore di Malavita ...

... un dato che straccia il tasso di criminalità dei cittadini italiani (0,75%) e si fa beffe di quello degli immigrati regolari (1,4%) ... potenzialmente si potrebbe dire che i nostri Parlamentari sono 5 volte più pericolosi del piastrellista Ahmed, o di Irina, badante del mio vicino di casa.

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Legittimi impediti al governo

La notizia è fresca fresca, la Cassazione rigetta il ricorso di Nicola Cosentino, dichiarando legittima la richiesta di arresti disposta dalla procura napoletana, comunque respinta dalla Camera. Ad una prima analisi e ricordando che il sottosegretario all’Economia è accusato di concorso esterno in associazione camorristica viene da pensare “allora si è dimesso!” Ma neanche per sogno, perché dimettersi quando si fa parte di un Governo a “dimissioni zero” rischiando di dare l’esempio a chi invece una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa la già incassata, seppur in primo grado?

Politici di destra e di sinistra indagati, uomini di potere che debordano in tutto, coinvolti in sexy-gate, vicende giudiziarie con pesanti accuse che vanno dal peculato alle tangenti, dal finanziamento illecito all’abuso d’ufficio, fino al concorso esterno in associazione mafiosa. La prima pagina di oggi del Fatto Quotidiano è dedicata a quelli che non si dimettono mai e se ne occupa Marco Lillo che analizza i casi delle ultime vicende politiche facendo notare che mentre chi a sinistra ultimamente è stato coinvolto in casi di discutibile condotta morale si è dimesso decimando la classe dirigente del centrosinistra, dall’altra -- premier in testa -- non accennano a desistere.

Il presidente del consiglio infatti è attualmente coinvolto nel processo per la corruzione di David Mills, indagato per appropriazione indebita nell’inchiesta Mediatrade ed infine è imputato nel processo per la compravendita dei diritti Mediaset. Ma la Giustizia -- è noto a tutti -- ha con Berlusconi un rapporto così impervio al punto da provocargli forti insonnie.

Apriamo un attimo uno squarcio nel mondo delle notizie che provengono dal Governo che ha portato il Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria da dove ha varato il piano antimafia. Ancora una volta i benpensanti diranno “evviva!si fa pulizia in Parlamento”. Suvvia, ma chi può pensare che esista qualcuno in grado di prendere dalla collottola Marcello Dell’Utri che vanta una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, e dirgli di farsi da parte? Per logica dovrebbe essere il capo o la base del suo partito, ma il primo ha già i suoi problemi giudiziari e quindi l’idea non lo sfiora nemmeno e per quanto riguarda la base vengono dubbi che possa avere un ruolo, dato che risponde come burattini al comando. Vige pertanto la regola del cane non morde cane.

Se vale quindi per il premier Berlusconi, vale anche il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, rinviato a giudizio per finanziamento illecito, si tratta infatti di una presunta tangente ricevuta dall’imprenditore sanitario Giampaolo Angelucci, per una gestione di alcune cliniche private in Puglia, quando il ministro era Governatore. Fitto inoltre è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e corruzione.

Vale la pena fare una riflessione e rendersi conto che esiste una enorme disparità tra un centrosinistra decapitato e barcollante, e politici di governo che in barba alla trasparenza si rifugiano in parlamento gridando al complotto giudiziario da parte dei giudici che indagano sul loro passato. Poco importa se poi si tratta di giudici che ricevono minacce di morte, l’importante adesso è andare avanti e giustificarsi con il legittimo impedimento.



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Annozero 28/01/2010



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Si scrive "Decreto Romani", si legge censura Internet

Un’interpretazione surrettizia di una direttiva europea, un regalo a Mediaset e alle multinazionali dello spettacolo, un ostacolo a Internet, una minaccia per i provider, un clamoroso restringimento della libertà di espressione. Questo, in sintesi, il succo del "Decreto Romani", la polpetta governativa avvelenata travestita da legge, in questi giorni in discussione alla Camera.


Il "Decreto Romani" o "Decreto di Natale", presentato dall’esecutivo il 17 dicembre 2009, è un classico esempio di "non notizia" poiché i mainstream non gli hanno dedicato, né gli dedicano, quel minimo di visibilità che meriterebbe. Eppure esso è importante.

Con tale misura legislativa, in questi giorni in discussione in Commissione Cultura e Trasporti e il 26 gennaio pronta per essere approvata dal Consiglio dei ministri, il regime conta di mettere a segno diversi obiettivi.

Il decreto, nei proclami governativi, dovrebbe servire a dare attuazione in Italia alla Direttiva Europea 2007/65/CE (Audiovisual Media service) dell’11 dicembre 2007, che modifica la Direttiva Europea 89/552/CEE detta anche "Tv senza frontiere". Tale direttiva (di cui si era proposta la revisione il 13 dicembre 2005) aveva, tra i suoi scopi originari, il fine di migliorare la competitività dell’industria europea nei settori dei media e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché la salvaguardia del principio della neutralità tecnologica e della promozione di nuovi servizi ("servizi" per i cittadini, non per i tycoon mediatici...).

Certo, essa non era immune da difetti. Alcuni analisti, per esempio, notavano che nulla era stato fatto contro il "product placement" (Chiesa, Aidem n 1/2006), ma comunque restava indubbio uno sforzo normativo teso al bene comune, o almeno comunitario.

Purtroppo, in modo sapientemente dissimulato (sic), il regime berlusconiano ha pervertito le finalità della Direttiva sopracitata e, col Decreto attuativo che la recepirà vi saranno vantaggi solo per il capo del governo e le sue aziende. Per la concorrenza (leggi Sky tv) e per la libertà d’espressione (leggi Internet) saranno invece dolori e colpi bassi.

Vediamone brevemente i punti salienti. Vediamoli qui perché non li vedremo mai sul Tg1 o sulle prime pagine dei quotidiani.

- Limite per gli "affollamenti" pubblicitari per il satellite e la pay-tv dal 18% al 12% (di ogni ora trasmessa). Sulla carta tale misura interesserebbe anche le tv Mediaset, ma le reti del premier incassano il grosso degli introiti pubblicitari dalle tv in chiaro (68%) e sono lontane dal tetto del 12% sui canali digitali e a pagamento. Inutile dire che il nuovo "tetto" governativo andrà, per coincidenza, a penalizzare fortemente le tv Sky di Murdoch, il diretto concorrente tv di Mediaset.

Non c’è che dire una vera misura "ad aziendam", com’è stata già da taluni ribattezzata...e per di più il regime che prospera sul conflitto d’interessi potrà spacciare tale sgambetto al magnate australiano come una misura "nell’interesse del pubblico".

- Equiparazione del web alla tv, volendo includere anche Internet nella disciplina riguardante tutti i mezzi "che trasmettono non occasionalmente immagini". Col nuovo decreto il regime aggiunge un altro concetto alla sua neolingua, quello di "servizio di media audiovisivo". Tale categoria per il governo comprende "i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o no, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente accidentale" (art.4, comma 1, lettera a). Ergo, qualsiasi videoblog sarà a rischio censura.

Siccome le aziende del capo del governo si stanno interessando all’Iptv (Tv Internet protocol), i suoi dipendenti nelle stanze dei bottoni cominciano a far fuori la concorrenza prima ancora che possa nascere, eliminando o quantomeno riducendo i materiali video circolanti in Rete che potrebbero rappresentare quella concorrenza che l’egoarca ama solo a parole e che nomina solo mentre mente, sorridendo, di fronte alle telecamere e ai falsi applausi.


- Controllo politico del Web, tramite le norme che fanno da corollario al Decreto Romani e che già fanno parte, in varia misura, della legislazione vigente. Ci riferiamo qui in particolare alle norme a difesa del copyright (Decreto Urbani del 2004), a quelle sull’obbligo di registrazione per siti web (Nuova Legge sull’Editoria n.62/01) e a quelle, vera aberrante novità, che introdurrebbero la responsabilità dei provider circa ciò che transita sulle loro piattaforme.

Con la normativa prossima ventura l’Italia rinnegherebbe un principio universalmente accettato, almeno in Occidente, quello della "neutralità "della Rete e dei suoi fornitori di servizi.

E si noti bene che nella Direttiva Europea, che il Decreto Romani vorrebbe recepire, la nozione di "responsabilità editoriale" cioè del provider non implica necessariamente una responsabilità giuridica sui contenuti. E ci mancherebbe. Come potrebbe, poniamo, Tiscali essere responsabile dell e-mail che vi transitano oppure You tube dei video che vi si caricano?

Solo una completa ignoranza del web, unita ad una volontà censoria strenuamente dissimulata possono condurre un regime a tali proposte di legge, più ridicole che liberticide. Si rinnega il principio dell’assenza di obbligo di sorveglianza degli intermediari della comunicazione, che, appunto, sono intermediari, non secondini dei netizen.

E lo si rinnega non in generale ma in particolare, coi commi.

All’art.6 del Decreto Romani, dove si parla di "diritto d’autore", il governo impone a tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di "astenersi dal trasmettere o ritrasmettere o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma, programmi oggetto di diritti di proprieta’ intellettuale di terzi o parte di tali programmi".

Nello stesso art.6 (comma 3) si nomina anche lo sceriffo della Rete: "l’Autorità (Agcom, ndr) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e dei divieti di cui al presente articolo".

Da notare che l’organo che dovrebbe controllare Internet (l’Agcom) è di stretta nomina politica quando non partitica; i suoi membri vengono eletti da Camera e Senato e il suo presidente direttamente dal presidente del consiglio. Ogni commento e’ superfluo...

- Autorizzazione ministeriale preventiva, per tutti coloro che volessero "diffondere immagini via internet". Una web tv, fatta magari con il telefonino o con la web cam in casa propria, i video messi sulle piattaforme come You Tube, saranno equiparati dal potere governativo al gruppo Mediaset e per la loro "divulgazione" in Rete sarà necessaria un’autorizzazione ministeriale.

Il nuovo "guardiano", governativo.
L’Italia sarà, sotto tale aspetto, molto più vicina alla Cina che all’Europa. Come non rimanere basiti da tale deriva totalitaria?

Illuminante a tale proposito il commento su tale tema di Marco Pancini, dirigente di Google italia. Intervistato dal sito Articolo 21 ha sostenuto che "in questo decreto (Romani) c’e’ un’equiparazione dei siti web alle tv che ha una conseguenza importante: disapplica di fatto le norme sul commercio elettronico per cui l’attivita’ dell’hosting service provider, cioe’ del sito che ospita contenuti generati da terzi, va distinta da quella di un canale tv, che sceglie cosa trasmettere. Significa distruggere il sistema internet".

Ecco. "Distruggere il sistema internet"...forse in queste quattro semplici parole c’è tutta la ratio (inconfessabile) del Decreto Romani nonché l’eterno desiderio del potere e di questo regime in particolare: il controllo assoluto sulla popolazione.

Quel controllo assoluto che consente la tv, col suo 96% di penetrazione nelle famiglie italiane.

Quel controllo assoluto, consentito dalla tv, che permette un lavaggio del cervello capillare e sistematico e che rende possibile, conseguentemente, l’elezione (sine die) di un plurinquisito, pluriprocessato, corruttore, evasore fiscale, amico e socio in affari di mafiosi di spicco.

Quel controllo assoluto della popolazione che vede in Internet una minaccia assoluta. Poiché la tv, medium verticale, addormenta lo spirito critico, massifica e omologa. Internet, al contrario, medium paritetico orizzontale, stimola la discussione, permette la ricerca, sviluppa la curiosità.

Ecco perché il regime regala i "decoder" e congela gli 800 milioni che lo stesso Romani aveva precedentemente dichiarato davanti alle telecamere di voler destinare alla banda larga italiana (il tanto strombazzato "piano Romani", rinviato "alla fine della crisi")


"Distruggere il sistema internet", fare in modo che la rete diventi un grande centro commerciale, rigorosamente a pagamento, perché il web, nelle intenzioni dei nostri legislatori, deve solo servire a far fare (a loro) un sacco di soldi.

All’informazione ci pensano già le tv di Papi....

Sarà meglio alzare la voce, prima che sia troppo tardi. Perché se saremo in molti ad alzare la voce, e solo in quel caso, allora i gerarchi al potere avranno paura di perdere consenso, di rovinarsi l’immagine e desisteranno dai loro propositi liberticidi.

Il regime cinese ha dimostrato che si può eliminare sia You tube che Google. Qualcuno crede forse che il nostro regime sia da meno?

Fonte articolo

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