28/02/10

Scommettiamo che


La faccenda è complicata. Vediamo di semplificare: usiamo un bel po’ di immaginazione e facciamo un esempio. Immaginate che qualcuno - chessò, un tal Giulio - dica a tutti di essersi messo a dieta. E immaginate che il suo macellaio di fiducia - un tal Pippo - decida di giocargli un brutto scherzo, e di farci su anche qualche soldino. Per esempio: immaginate - lo so, ci vuole una bella fantasia, ma fate uno sforzo - che Pippo convinca Giulio a comprare e mangiare di nascosto quintali di costolette di maiale. E poi che Pippo vada dagli altri amici e dica qualcosa tipo: scommettiamo che il nostro carissimo Giulio non ce la fa a dimagrire? Io faccio il banco e voi puntate…

Bene. Piantiamola di far correre la fantasia. E torniamo alla realtà. Perchè è realmente successo qualcosa di simile. Protagonisti: la Grecia sull’orlo del fallimento; e una banca d’affari americana, Goldman Sachs. A svelare l’inghippo è stato uno dei giornali più blasonati “made in Usa”, il New York Times. Che l’intera faccenda l’ha riassunta così: “Banks Bet Greece Defaults on Debt They Helped Hide”. Ossia: “Le banche scommettono che la Grecia faccia default sul debito che loro hanno aiutato a nascondere”.

Già, perchè questa settimana è successo anche questo. E’ successo che il New York Times ha scoperto che Goldman Sachs - una delle prime banche d’affari di Wall Street, e quindi del mondo - ha aiutato la Grecia a taroccare i suoi conti pubblici e a nascondere i suoi debiti (in cambio di quattrini, ovvio; e con complicati strumenti finanziari). Questo, prima (cioè in passato). Mentre quest’anno - a settembre - sempre Goldman Sachs ha aguzzato l’ingegno. E assieme a un gruppo di altre banche - tra cui un altro colosso della Finanza a stelle e strisce, ovvero JpMorgan Chase - ha dato vita a una società, con sede a Londra e a un lucroso sistema di “scommesse”.

La società si chiama Markit Group. Il sistema di scommesse è un indice, chiamato iTraxx SovX Western Europe Index. E sì, misura appunto il rischio fallimento per i 15 Paesi dell’Unione Europea con più problemini sulle spalle. Grecia, va da sè, compresa. Markit Group i soldi li sta facendo così: ha dato la possibilità ai trader di scommettere sull’andamento dell’indice e in cambio chiede una certa somma - fissa, per la cronaca - a tutti quelli che vogliono partecipare alla partita. E fin qui - si fa per dire - tutto bene. Se non fosse che questo iTraxx SovX e bla-bla-bla ha per giunta peggiorata le cose. Per la Grecia, s’intende.

“L’indice non ha creato il problema, ma lo ha esacerbato”, ha spiegato un analista economico al New York Times. Come? Beh, in cinque passi e secondo un curioso circolo vizioso. Primo passo: l’iTrax è diventato un punto di riferimento per banche e operatori finanziari; e quando sale, sale anche la preoccupazione per i Paesi con le casse pubbliche più sgangherate, Grecia in primis. Secondo passo: l’ansia si traduce in una crescita del valore dei Credit default swap - che altro non sono che assicurazioni contro il fallimento - sui titoli di Stato, e in particolare su quelli della solita Grecia. Terzo passo: l’ansia a questo punto cresce ancora e chi ha in mano titoli di Stato greci, se può cerca di liberarsene. Quarto passo: per la Grecia, vendere il suo debito diventa più difficile. E - quinto e ultimo passo - questo fa salire ancora di più l’iTraxx. Per la gioia di chi aveva scommesso su un rialzo dell’indice. E con un lauto guadagano per Goldman e soci. Che - sempre secondo il New York Times - hanno visto le “puntate” sull’indice aumentare da 52,9 miliardi di dollari di gennaio 2009 a 109,3 miliardi di dollari in Febbraio.

Insomma: prima Goldman Sachs ha aiutato la Grecia a inguaiarsi e ora ci sta lucrando su. Questo il succo e il ragionamento dell’inchiesta del New York Times. Inchiesta che mette in luce un comportamento moralmente non proprio ineccepibile. Inchiesta che, per altro, fa il paio con quella del settimanale “Der Spiegel” di un paio di settimane fa (di cui avevamo parlato anche noi, qui). Inchiesta che però non ha lasciato indifferente chi di dovere. La Fed - cioè la Banca centrale americana - ha annunciato che andrà a fondo alla faccenda. E anche la commissione europea - visto che la Grecia ora è a rischio crac e che i contribuenti europei sono i primi candidati a pagare il conto - ha deciso di vederci chiaro.

E la Grecia? Beh, la Grecia - dal canto suo - ha dimostrato di aver imparato la lezione. Certo: in passato Atene ha commesso errori pesanti. Perché Goldman Sachs avrà anche dato una mano, ma a decidere di taroccare i conti sono stati pur sempre loro, cioè i governi greci. Epperò ora la Grecia pare davvero decisa a voltare pagina. Otto giorni fa, Atene ha affidato a un ex banchiere la gestione del suo debito pubblico. Si chiama Petros Christodoulu. E ha un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato sette anni per JpMorgan. E due anni per Goldman Sachs.

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27/02/10

Chiedo ufficialmente le Dimissioni di Augusto Minzolini.


... Prima ho visto il servizio del Tg1: secondo loro David Mills sarebbe stato "Assolto" dall'accusa di Corruzione in Atti Giudiziari. Naturalmente sappiamo bene che non è andata così, e che è una clamorosa Menzogna funzionale agli interessi del Presidente del Consiglio.

... Poi mi sono andato a leggere il Codice Etico della Rai. I Giornalisti del Tg1 non solo sono tenuti al rispetto del Codice di Deontologia Professionale, ma in quanto dipendenti del Servizio Pubblico devono attenersi severamente anche al regolamento interno. Guardate un po' qui, cito testualmente:
  • RAI S.P.A. nella sua qualità di Concessionaria del Servizio Pubblico Radiotelevisivo, assume quali suoi compiti prioritari: Libertà, Pluralismo, Obiettività, Completezza, Imparzialità, Correttezza dell'Informazione.
  • L'informazione deve distinguersi per la qualità del Messaggio, oltrechè per la scelta dei contenuti.
  • Rai nel suo ruolo di operatore del Servizio Pubblico è consapevole della propria responsabilità nei confronti della collettività e si adopera per una vigile attenzione ed un rispetto autentico di quei valori di completezza, di imparzialità e di obiettività posti a fondamentale garanzia di un'ampia e corretta circolazione delle informazioni e delle idee.
  • Ciascun esponente Rai deve agire in modo da tutelare il prestigio e la reputazione della Società.
  • I Dipendenti devono agire con correttezza e lealtà al fine di rispettare gli obblighi sottoscritti nel contratto di lavoro e quelli previsti nel Codice Etico. La violazione di esso potrà costituire inadempimento delle obbligazioni primarie del rapporto di lavoro o illecito disciplinare.
  • Il Codice Etico è Vincolante per tutti gli Esponenti Aziendali Rai e Collaboratori, senza eccezione alcuna. In caso di Accertata Violazione, vi è la garanzia di adeguate misure sanzionatorie.
Stavolta non siamo difronte al classico Editoriale fazioso, o ad una delle tanti omissioni informative perpetuate in questi mesi (caso Escort, sciopero Sardegna, etc.), ma ad una vera e propria manomissione della realtà. Ad un Falso. Clamoroso. E ripetuto 2 volte. Assoluzione. Assoluzione. In perfetta sintonia con quanto scritto da Feltri e Belpietro stamattina. Ma loro possono pure farlo, al massimo riceveranno un richiamo dall'Ordine. Ma la Rai no, è Servizio Pubblico Radiotelevisivo: deve rispondere a Me, a Te che leggi, a tutti Noi. E' per questo che chiedo ai vertici del gruppo di prendere immediati provvedimenti nei confronti del Direttore del Telegiornale Augusto Minzolini e di tutti i giornalisti coinvolti nel servizio riguardante David Mills. Il Codice Etico parla chiaro. Non ci sono se, non ci sono ma. L'unica strada da percorrere è quella che passa dal binomio Scuse/Dimissioni, non necessariamente in quest'ordine. Se vi va, potete scriverglielo qui, compilando l'apposito modulo. So che l'abbiamo fatto in tantissimi. Perchè forse ce ne stiamo ricordando, in Rai comandiamo noi.
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P.s.: Arianna Ciccone butta giù una lettera da spedire all'Ordine dei Giornalisti.

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26/02/10

Banche nel tunnel



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E' uscita l'automobile ad aria compressa!

Ne dà l'annuncio la francese MDI (www.mdi.lu).
220 km di autonomia, 45/75 km/h, a seconda del modello.
Prezzo 6.000 euro. Costo per 100 km: mezzo euro.
200 kg di carico, serbatoio di aria compressa a 350 bar da 200 litri.
Recupero dell'energia prodotta dalla frenata e quando l'auto va in discesa.
Per ora solo a tre posti + un bambino. E 3 anche le ruote. Ricarica direttamente con aria compressa, 1 minuto e mezzo.
Ci sono voluti 10 anni di sforzi disumani perché i Négre, padre e figlio, riuscissero a ottenere l'omologazione che è alla fine giunta il 10 gennaio 2010. Una tecnologia fantastica bloccata per 10 anni!!!!!
Ma finalmente l'auto è in produzione da luglio ma non era abilitata per circolare sulle strade europee.
Qualcuno si ricorderà quando presentammo questa meraviglia 9 anni fa. Mi ricordo lo stupore, a Nizza, di fronte ai primi prototipi, il divertimento di andare con un mezzo scoreggiante aria fredda. Sembrava impossibile ma gli ingegneri che mobilitammo ci dissero che funzionava veramente.
Molti presero per il culo questa tecnologia... Circolava addirittura un documento, che pare provenisse dall'interno della Fiat, scritto per dimostrare che non poteva funzionare. Dinosauri. E adesso chiudono le fabbriche.
Poi la Tata Motors indiana ha comprato i diritti di produzione per l'India. E si è iniziato a sospettare che funzionasse veramente...
Adesso c'è, è sul mercato. i Négre annunciano che usciranno a breve anche i nuovi modelli visto che del primo a 3 ruote ne hanno già prenotate a centinaia via web.
Ci sarà una versione tipo auto a due posti, 4 ruote, con grande bagagliaio e una a 6 posti, monovolume, ibrida (gas o carburante/aria compressa, prodotta anche in versione camioncino, furgone eccetera. andrà a 130 km/h, 180 km di autonomia con la sola aria compressa, su percorsi urbani, 1.500 (!!!) combinando aria compressa e carburante. Costerà 13.000 euro. Poi faranno anche un pulmino.
Io intanto ho prenotato una 3 posti.

Nel video una dimostrazione, svoltasi ad amsterdam, del modello Airpod



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Se la politica è corrotta e anche il libero mercato non si sente niente bene

Raramente mi capita di dare dei consigli di lettura. Ma in questo caso mi sento di fare un’eccezione. Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, oggi ha firmato un pezzo che è davvero tutto da leggere. Il suo giornale gli ha concesso lo spazio di una cartolina; e per di più lo ha “imboscato” a pagina 11, lontano dai titoloni cui si ferma la maggior parte dei lettori. Ed è un vero peccato. Perchè il suo editoriale ha il pregio - raro in questi tempi così caotici - di offrire una visione d’insieme del momento che stiamo vivendo. E ha anche il merito di infrangere uno degli schemini più abusati dai media italioti, quello dei politici corrotti, causa di tutti i mali.

Il vicedirettore del Corriere parte dagli scandali di questi giorni: i presunti appalti truccati della Protezione civile e “la truffa colossale” che vede coinvolte Telecom e Fastweb. E li mette a confronto con la Tangentopoli del secolo scorso, quella del pool Mani Pulite.

Siamo di fronte a una Tangentopoli 2? Forse. Ma, osserva Mucchetti, i tempi sono cambiati:

La rapida successione delle notizie associa un fenomeno antico come la corruzione, che affonda le sue radici nel familismo amorale di tanti italiani, al fenomeno contemporaneo della truffa internazionale per migliorare i bilanci di società che hanno elevato la performance e il potere a totem ideologico e stile di vita. E’ una sequenza che fa invecchiare di colpo analisi e soluzioni fino a ieri convincenti.

Perché? Perché:

Il rimedio degli Anni 90 alla corruzione dei politici e dei pubblici funzionari, quale scorciatoia per battere con poca spesa la concorrenza, è stato (…) la riduzione al minimo del ruolo dello Stato nell’economia. Più si privatizza e meglio è. (…) Meno regole si mettono e meno gli affari soffriranno. Insomma, il modello anglosassone. Va aggiunto che, nell’italia delle clientele e delle parentele (come la definì, negli Anni 60, Joseph La Palombara), il modello anglosassone rappresentava una rottura capace di esaltare il merito e la stessa democrazia.

Ma proprio gli ultimi scandali che investono la Telecom “finalmente” privatizzata stanno lì a dimostrare che il rimedio e l’approccio adottato dopo la prima Tangentopoli non ha funzionato. Di più. Il male che affligge un certo modo di intendere il libero mercato è ancora più profondo, per la semplice ragione che

questo modello ha poi mostrato limiti gravissimi nei suoi stessi Paesi d’origine

Tanto è vero che la crisi economica che stiamo vivendo è figlia non della corruzione dei soliti politici arraffoni. Ma degli errori clamorosi degli ex maghi della Finanza di Wall Street. Errori che sono costati ai contribuenti americani ancora più cari di tanti scandali in salsa tricolore:

Basti un solo confronto. Conti alla mano, il caso dell’Aig, l’American International Group che aveva venduto agli investitori protezione dal rischio di fallimento dei debitori in misura enormemente superiore alle sue effettive possibilità di copertura, appare infinitamente più grave dell’Opa di Unipol su Bnl, che pure mise a rumore l’italia per un’estate. L’Aig non è fallita solo perché salvata dal Tesoro (ovvero: dal ministero del Tesoro degli Stati Uniti, NdA). Unipol è stata fermata dalla Banca d’Italia, pur avendo mezzi propri reali in proporzione assai superiori non solo a quelli di Aig ma anche a quelli di altre banche europee, e i contribuenti non ci hanno rimesso nulla.

Insomma: in molti si erano illusi che adottando il modello anglosassone, avremmo risolto i nostri problemi di corruzione. Ma non è andata così. E ora oltre ai soliti problemi legati ai politici manolesta, ci ritroviamo ad affrontare anche le truffe dei novelli prestigiatori del capitalismo de’ noantri.

Che fare quindi?

ll malaffare incrociato delle vecchie tangenti e delle false performance evoca la necessità di una rivoluzione culturale che porti trasparenza e merito nella pubblica amministrazione e rompa le omertà del capitalismo di relazione. Ma una rivoluzione culturale non si può limitare alle regole, come abbiamo pensato fino a ieri. Anche perché Fastweb e Telecom Italia sono già società private che operano in un settore liberalizzato.

La svolta si realizza quando si rinnova la vita ordinaria delle imprese introducendo, accanto alla coscienza ambientale, il valore della sostenibilità sociale. Dove per sostenibilità sociale si intende non solo il rispetto dei diritti e doveri di cittadinanza, a cominciare dall’obbligo fiscale, ma anche quel senso dei limite e dell’equità che, per esempio, renderebbe socialmente censurabile elevare le paghe dei capi fino a qualche centinaio di volte il salario medio dei dipendenti o assegnare dividendi agli azionisti anche quando il bilancio di un’industria è in rosso o il patrimonio di una banca modesto.

La rivoluzione culturale invocata da Mucchetti, francamente, non è nemmanco all’orizzonte. Ma cominciare almeno a discuterne - come avevamo provato a dire anche noi un paio di giorni fa - non sarebbe male.

P.S. La versione integrale dell’editoriale firmato dal vicedirettore del Corriere della Sera, la trovate qui.

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25/02/10

Too big to be prosecuted

Quando la dottrina italiana supera quella americana.

Il ministro Claudio Scajola ha oggi candidamente affermato:

«Ogni iniziativa giudiziaria che vuole riportare la legalità è ben accolta ma non c'è dubbio che ogni iniziativa giudiziaria ha dei contraccolpi. C'è bisogno di una moralità più forte ma anche di non destabilizzare il sistema»

Traduco, anche se non è necessario da quanto è chiaro:

Si, vabbé, ci sono le leggi, e ci sono pure un sacco di manigoldi che le violano ma sono tanto potenti nell'economia e nella politica del paese. Sarebbe bello se fossero onesti, ma non lo sono. E non potete mica perseguirli tutti, se no destabilizzate il sistema!

Per una volta siamo un passo oltre gli americani! Loro applicano la dottrina del "too big to fail" per salvare le grandi banche dal fallimento, noi applichiamo una nuova e ben più potente dottrina, "too big to be prosecuted", troppo grande per essere perseguito a termini di legge (figurarsi condannato!): le regole possono essere calpestate per salvare amministratori fraudolenti e politici corrotti e corruttori.

No, la "dottrina Scajola" non è più realista del re, è semplicemente e profondamente indecente, immorale, o più semplicemente stupida e rivelatrice del marciume e della illogicità nelle quali sguazza il Belpaese. In quale paese civile perseguire a termini di legge chi intasca in modo fraudolento denaro pubblico, chi corrompe, e chi si fa corrompere vuol dire destabilizzare? Eliminare amministratori che invece di competere e innovare congegnano frodi fa forse male alle imprese? Eliminare dal mercato aziende grandi o piccole che sono profittevoli solo se frodano fa forse male all'economia? Eliminare dalla scena politica personaggi che si fanno corrompere e che vanno a braccetto con mafiosi e camorristi fa forse male al funzionamento delle istituzioni?

Ma staranno mica sentendo arrivare qualcosa di grosso, di molto grosso e si sono messi in moto perché dopo il 1992 hanno imparato come fare e non si faranno certo fottere un'altra volta dalla legge che è uguale per tutti? Sarà una coincidenza che la procura della Cassazione proprio oggi ha chiesto che venga dichiarata la prescrizione del reato di corruzione per il quale è indagato David Mills?

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C'era una volta il Lambro

Il Lambro prima del versamento di petrolio


Il Lambro dopo il versamento di petrolio


Il fiume Lambro a nord di Milano ha sempre attraversato una triste storia di inquinamento, principalmente da quando fin dagli anni 50 ha visto sui suoi argini un tale proliferare di industrie insalubri (specialmente petrolchimici) da azzerare quasi completamente ogni forma di vita autoctona. Fino a poco tempo fa era infatti già classificato come "altamente inquinato", eufemismo per dire fiume morto. Sembra che oltre il 30% dell'inquinamento del PO sia causato proprio dal Lambro, in larga misura a causa dei mancati potenziamenti ai depuratori, il più grande dei quali inaugurato solamente nel 2004.

Nel suo percorso il Lambro raccoglie gli scarichi delle acque nere (reflui civili) di quasi tutti i comuni del suo corso superiore. Nel fiume vengono scaricati anche reflui tossici (reflui industriali da: industrie tessili, fibre sintetiche, metallurgiche, meccaniche stamperie, plastiche, colorifici, lavanderie industriali, oltre a minute attività artigianali) aggiungendo così altro inquinamento di tipo chimico a quello biologico e batterico prodotto dagli scarichi fognari.

Il fiume era già al limite del collasso ecologico; la vita microbiologica del fiume, cioè quel tipo di organismi che favoriscono il degradare della sostanza organica (provenienti dagli scarichi civili), è alterata al punto tale da non essere più in grado di assolvere a nessuna funzione autodepurativa. Tutto pesa sulle spalle dell'impianto di Monza S. Rocco, certamente insufficiente.

Di pochi giorni fa l'ennesima notizia di disastro ecologico con un versamento stimato (di matrce assai probabilmente dolosa) pari ad oltre 600.000 litri di gasolio ed oli pesanti.

Forse il numero non è sufficientemente chiaro: s-e-i-c-e-n-t-o-m-i-l-a litri di gasolio, una roba da ricordare la exxon valdez.

Una quantità abnorme assai difficilmente imputabile a qualche guasto dell'ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta (inutile cercare il loro sito web, l'hanno fatto sparire in fretta e furia).

E pensare che la ex raffineria colpevole del risastro, ora dismessa e relegata a deposito in attesa di bonifica, doveva essere trasformata in una splendida ecocity, non farebbe un po ridere se non fosse una cosa così tragica ?

Ce ne sarebbe abbastanza per proclamare uno stato di emergenza nazionale! Se fosse un paese normale, ma difficilmente vedremo Bertolaso e relativo codazzo passare fra le paratie mobili per tenere sott'occhio la situazione e prendere provvedimenti (magari qualche appalto regalato al cognato).

Ieri al TG1, un non meglio identificabile tecnico specialista, ha rassicurato affermando che per l'acqua non c'è pericolo, dato che il petrolio galleggia e quindi il problema è solo superficiale, la potabilità dell'acqua è garantita... Gle lo avrei tirato in faccia, un sottile strato di quel liquame, giusto per vederlo sostenere che in fondo è solo un problema superficiale e per la sua testa di .... non c'è pericolo! Criminale!

Ora il fiume è ridotto così. Il fatto che il suo percorso passi vicino ad Arcore è l'unica magra consolazione di questa triste vicenda.

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EMMA BONINO E SCIOPERO DELLA FAME

Elezioni regionali Lazio 2010, ultime notizie: la Rete dei Cittadini commenta lo sciopero della fame della candidata a Presidente della Regione Lazio, Emma Bonino

Mentre la signora Bonino è impegnata in uno sciopero della fame volto a stimolare la pietà delle istituzioni (Presidente Napolitano in primis) per il gravoso ed impegnativo problema della raccolta delle firme di convalida della lista, i cittadini aderenti alla Lista Civica “RETE DEI CITTADINI “ sono impegnati quotidianamente in un tour de force, in gruppo o in solitario, organizzando banchetti, eventi e visite porta a porta, alla ricerca della firme necessarie per partecipare alle elezioni regionali Lazio 2010.

Il fine è il medesimo, sia per la signora Bonino che per la RETE DEI CITTADINI, ma la differenza fondamentale è che tutti i componenti della RDC, per ottemperare a questo impegno, sono costretti a mangiare tutti i giorni per evitare di crollare esausti, stressati e logorati dalla stanchezza !

La realtà si può descrivere con una semplice equazione:

Bonino : sciopero della fame = Rete dei Cittadini : costretti a mangiare

Inoltre, raccogliere le migliaia di firme necessarie alla convalida della lista, è un’operazione onerosa oltre che per l’impegno fisico anche per quello economico: i convalidatori costano, costano gli spostamenti, le assenze dal lavoro, le fotocopie, la stampa dei moduli, volantini ecc.

La signora Bonino, con i soldi pubblici dei rimborsi elettorali, può usufruire di risorse economiche che fanno impallidire le misere finanze della RETE DEI CITTADINI, quindi il suo “sciopero della fame” è inopportuno e propagandistico; ma di che si lamenta ?..Corri Bonino corri… corri come corriamo noi cittadini !!

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Da Romani a Google: l'Italia verso la Cina?


Non è un paese per Internet. Questo s'era capito. Mettete insieme una classe politica interessata a mantenere i suoi privilegi, economici ed affaristici, e un corpus normativo obsoleto e palesemente inadeguato ad arbitrare un tessuto sociale avanti anni luce: questa è l'italia di oggi.

La sentenza di ieri, che condanna tre manager Google al carcere per via di un video caricato, da altri, su Youtube, fa il giro del mondo e anima la blogosfera e le diplomazie. L'ambasciatore americano si accorge finalmente di come siamo messi male e ci manda a dire che così non va. Google trasecola, credeva di avere questi problemi solo a Pechino, e ci manda a dire che così non va. Il New York Times ha perso ogni remora ad infilare sistematicamente le parole Italia e Cina nel corpo degli stessi articoli, perché è evidente che così non va.

Togliamo i fondi alla banda larga - unico, il nostro, tra i paesi europei - proprio mentre l'Europa la dichiara un diritto legale; facciamo causa a YouTube per centinaia di milioni di euro perché vi si possono trovare spezzoni di televisione spazzatura che sono già andati in onda, privi dunque di qualunque valore economico; cerchiamo di vessare l'informazione libera in ogni modo, grazie ai disegni di legge di fini legislatori quali la Carlucci, D'Alia, Barbareschi e tanti altri esperti di rete, guidati da un presidente che sa raccontare barzellette ma non sa fare una ricerca su Google - il che oggi, effettivamente, equivale ad una barzelletta; cerchiamo di equiparare i videoblogger e chi carica i filmini delle vacanze a un editore televisivo del calibro di Mediaset e Rai, con tutti gli obblighi e la burocrazie che ne conseguono. C'è di che sprofondare e nascondere la testa sotto al mausoleo di Arcore per i giorni a venire.

La vittima, il grande agnello sacrificale che non servirà tuttavia a redimere nessuno, si chiama Net Neutrality: il principio invalso nel legislatore europeo secondo il quale il patrimonio di connessioni e dispositivi che chiamiamo Rete è un mezzo, uno strumento che mette in collegamento le persone e non può essere piegato a interessi particolaristici, deve essere a disposizione di tutti in egual misura e, soprattutto, non può essere messo sotto accusa. Non serve una misura normativa per Internet, non più di quanto serva per la telefonia tradizionale, per una coppia di walkie-talkie, per il tam tam o per un sistema ingegnoso di segnali di fumo. La responsabilità di un mezzo è tutta in chi lo usa, viceversa colpevolizzare lo strumento significa impedirgli di essere utile ad altre persone che ne fanno un uso positivo.

I social network sono strumenti, non soggetti giuridici. Dobbiamo incentivare la cultura della rete, insegnare agli italiani ad essere cittadini digitali, pienamente consapevoli del mezzo, delle sue potenzialità e degli strumenti di controllo che offre, in maniera autonoma e indipendente. Non serve un sms di stato che avverta tua moglie quando visiti un sito a luci rosse: basta avviare un software incluso nelle più recenti versioni dei più noti sistemi operativi, e il pericolo educativo sarà in massima parte scongiurato. Casomai, saranno papà e mamma a vedersela con i loro ragazzacci, non Romani.

Il risultato di questa sentenza internetticida, se dovesse passare in giudicato, sarà che nel nostro paese l'offerta di servizi di condivisione video sarà a rischio. Su YouTube, in Italia, vengono caricate 20 ore di video ogni minuto. Avete idea di quali costi dovrebbe sostenere Google per visionare in tempo reale tutto il materiale prima di abilitarlo? E quand'anche fosse disposta a spendere cifre da capogiro per il personale necessario - cosa che incentiverebbe non di poco l'innovazione - quanto tempo ci vorrebbe? Il tempo sufficiente a far invecchiare una notizia o l'attualità di un contenuto video. In altre parole, un freno ulteriore e fattivo all'appetibilità dell'informazione libera che sfrutta la condivisione video. E poi: chi decide cosa è ammissibile e cosa no? Uno staff? Sulla base di quali criteri? Combattiamo la censura di stato per istituire de facto quella esercitata legalmente dagli intermediari della comunicazione?

La situazione sta rapidamente precipitando. Di questo e di altro parleremo a Firenze, l'11 marzo, presso il circolo Arci di via S. Bartolo a Cintoia, 95, dalle ore 20,45 in poi. Byoblu.Com, Qui Milano Libera, Popolo viola di Firenze, Grilli Firenze e Paolo Papillo promuovono il secondo convegno del ciclo "Libero Web in Libero Stato", dopo il successo del primo incontro di Milano.
Tra i relatori Guido Scorza, Claudio Messora, Luca Neri, il senatore Vincenzo Vita e molti altri, moderati da Piero Ricca.

Fate il possibile per non mancare.

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Mediaset censura Marco Travaglio

Mediaset censura Marco Travaglio


Oggi la puntata di Passaparola "I Bertoladri", di Marco Travaglio, è stata rimossa da YouTube a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di Mediaset: http://www.youtube.com/watch?v=GA3M0GgYsXM . Il video era parte dell'omonimo post sul blog di Grillo del 15 febbraio scorso.

Da quando Mediaset detiene i diritti anche delle riprese effettuate nello studio privato di Marco Travaglio? O si stanno portando avanti con il Decreto Romani?

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