03/11/09

Gasparri, ministro senza... Borsellino


Lo stato di diritto è finito. In maniera strisciante, silenziosa, i nostri diritti se ne vanno. Uno ad uno. Solo che non ce ne accorgiamo, storditi dai fuochi artificiali degli spettacoli televisivi, distratti dal chiacchiericcio delle comari che pubblicano gossip politico e autoreferenziale sulle prime pagine dei giornali.

Mentre alcuni talk-show politici somigliano più a una puntata di Zelig - dove tutti ridono fragorosamente rilanciandosi battute e dileggi - che a un dibattito sull’arte del buon governo, le strade si svuotano e vengono confiscate dallo stato di polizia. Ciò che era pubblico diviene inesorabilmente privato, comprato da chi spende e intende il consenso elettorale come se ogni voto conseguito fosse moneta sonante, come se ogni scheda o preferenza acquisita fosse l’equivalente di un pacchetto azionario, una stock-option sulla società italiana, che era una società civile, mentre oggi è una società per azioni: l’Italia S.p.A.

Gli italiani sono diventati dipendenti. Dai e dei media, che poi coincidono con i loro padroni. I sindacati sono stati aboliti. Se ti lamenti, perdi i tuoi diritti di cittadinanza e vieni spento, silenziato, annullato come se non fossi mai esistito. Se ti va male finisci in galera e non ne esci più. Quantomeno non vivo. I pochi nostalgici che provano ad esercitare un diritto, quello della libera manifestazione del dissenso, della critica, vengono immediatamente avviluppati, inattivati, resi inerti.

Si moltiplicano ormai in lungo e in largo gli episodi di contestazione a questa nuova morale del tornaconto personale. Chi serba ancora, gelosamente custodito tra i suoi ricordi più intimi, memoria del tempo nel quale il cittadino aveva diritto di parola e la dialettica era vista come un arricchimento del tessuto democratico, non come un fastidio da reprimere con disprezzo, lo tiene per sé. Sa bene che se commettesse l’errore di provare a trasferire il principio astratto della sovranità popolare nell’ologramma multimediale cui è ridotta la nostre Repubblica, verrebbe isolato, trattato come un’interferenza nel segnale, azzittito dai suoi stessi concittadini, come accade al cinema quando un vicino molesto fa un rumore che risveglia dall’incanto ipnotico una moltitudine di individui estremamente vicini ma disperatamente soli.

I cittadini che escono dalle loro case per essere partecipi della vita reale, quella che – paradossalmente - fluisce al di fuori dei reality-show, rischiano grosso. Rischiano l’incolumità fisica, fronteggiati da eserciti in tenuta antisommossa che invece di essere impiegati per debellare le mafie, la camorra e la criminalità organizzata, sono addestrati e stipendiati per impedire ai padri di famiglia, alle madri e ai loro ragazzi di esprimere ogni pensiero che non sia omologato e conforme alle opinioni ufficiali, quelle che ogni sera i telegiornali pubblicano come un gazzettino, un decalogo delle idee lecite e consentite. Rischiano l’incolumità psicologica, sottoposti ad un linciaggio morale e mediatico ottenuto grazie alla mistificazione più sleale e scorretta, in un gioco di continui ribaltamenti tra il vero e il falso, tra il giusto e l’ingiusto che non si fa scrupolo di commettere scempio della verità e dei fatti. Rischiano la libertà e la stessa vita, annotati in elenchi di sorvegliati speciali, seguiti per le strade e nei locali pubblici, intimiditi dalle forze dell’ordine, identificati, perquisiti, talvolta perfino prelevati a casa come terroristi, nemici non della patria ma dei padrini, conseguenza di un difetto nel software di tele-inoculazione, fisiologica percentuale di individui autoimmuni da eliminare con i cari vecchi metodi tradizionali dell’era pre-televisiva: la rimozione fisica.

Ieri mattina a Pescara, davanti al Palazzo della Provincia, si è consumata l’ennesima farsa, l’ennesima mortificazione dei valori millenari che la nostra civiltà ha sintetizzato nel tentativo di edificare una costruzione che si trovasse in equilibrio e in armonia con i diritti e i doveri di ogni essere umano, perché i forti non fossero tali solo con i deboli e perché i deboli avessero, mediante l’esercizio della bilancia istituzionale, il mezzo per diventare forti ed alimentare il moto perpetuo della dialettica democratica.

Un gruppo di cittadini, armati della sola agenda rossa di Paolo Borsellino – simbolo di quella parte corrotta delle istituzioni che ha ordinato quella che viene definita non una strage di mafia, bensì una vera e propria strage di stato -, si è dato appuntamento ad un convegno organizzato in occasione del XIV Premio Borsellino, con l’intento di attendervi ed esprimere il proprio dissenso rispetto alla partecipazione di Maurizio Gasparri in qualità di ospite. Giusto o sbagliato che fosse, nell’esercizio dei loro diritti costituzionali, questi cittadini della Repubblica Italiana hanno ritenuto che il portavoce al Senato dell’onorevole Marcello Dell’Utri, condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, non fosse in alcun modo titolato per onorare, commemorare e celebrare la memoria di Paolo Borsellino, saltato in aria con la sua scorta il 19 luglio 1992, in via D’Amelio.

Nonostante il convegno fosse aperto al pubblico e nonostante l’unica voce che si levasse dalle loro fila fosse quella di un libricino rosso tenuto stretto in in una mano tesa verso il cielo, è stato loro vietato l’ingresso all’aula. Nell’era del decadimento dello stato di diritto, non c’è bisogno di alcuna motivazione per negare la rappresentanza ad un gruppo di cittadini: si mente, tutt’al più si tace. Alle ripetute richieste di una spiegazione ufficiale è lecito non dare alcuna risposta, e perfino darne una falsa. Un faraone non deve nulla ai suoi schiavi, e neppure un padrone ai suoi operai. Non una banda di incalliti delinquenti, non un manipolo di facinorosi teppistelli, ma ragazzi e ragazze di buona famiglia, colti, educati. Tra di loro perfino alcuni consiglieri comunali e circoscrizionali. Ecco chi è stato allontanato come un gruppetto di giovincelli ubriachi tenuti alla larga dal buttafuori di una discoteca. Questo è uno stato di buttafuori, senza nessuna dignità né alcun rispetto per la persona. Camorristicamente parlando: “La gente sono vermi e devono rimanere vermi”.

Quando la Consigliera Circoscrizionale Lea Del Greco, in virtù del suo ruolo istituzionale, è riuscita a superare le fitte maglie dei bravi posti ad invalicabile baluardo tra i cittadini e i loro diritti, si è trovata di fronte a un’aula semivuota – non strapiena, dunque, come aveva sostenuto il vice-questore nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile divieto di accesso – e ad uno scenario irreale e fiabesco, fatto di madamigelle scollacciate e politici locali ossequiosi, preoccupati di non sfigurare, in un andirivieni di servi e lacchè disperatamente intenti a compiacere il loro ospite potente, possibile viatico per una opportunità di carriera o di commercio da non lasciarsi sfilare di mano per colpa di una stupida questione di articoli costituzionali e diritti di cittadinanza. Fuori dal palazzo, che il popolino continuasse pure ad agitare quelle insulse rubrichette rosse! A chi in seguito avrebbe sostenuto di avere avuto l’accesso negato, sarebbe stato semplice rispondere: “lei non ha mica chiesto di entrare”, cosa che in effetti è stato davvero risposto ad una incredula ed alquanto basita Lea Del Greco, a fronte dell’ennesima rimostranza con richiesta di citazione degli articoli giuridici che giustificavano questa disparità di trattamento. Richiesta, com’è ovvio, rimasta totalmente inevasa.

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare. La democrazia, ovvero il potere del popolo, è talmente ormai un’espressione vuota e priva di ogni reale significato, che anche solo avvicinare colui che il popolo demanda ad amministrare i suoi interessi è impresa non solo ardua, ma addirittura pericolosa. Perfino se a farsi portavoce presso un Ministro di Sua Maestà è una giovane donna avvenente, raffinata, colta e gentile, che tenta di porgere con tatto ed educazione quella che a tutti gli effetti sarebbe potuta sembrare a Gasparri una lettera d’amore, ben infiorettata e minuziosamente ripiegata, se un indelicato, rozzo e bavoso cane da guardia di pavloviana memoria non avesse afferrato il polso della giovane come un soldato israeliano afferrerebbe la mano di un attentatore suicida palestinese che sta per innescare il detonatore, con l’intento non meglio decifrabile di accartocciare un’arma letaleil foglio di carta che Lea avrebbe potuto impugnare di taglio per squarciare la gola di Gasparri all’altezza della giugulare – o forse di invitarla per un improbabile giro di walzer, avendola improvvidamente scambiata per una di quelle veline che negli ambienti regali è possibile reperire a buon mercato.

Nonostante il destino avverso, la lettera contenente le dieci domande del popolo delle agende rosse perviene alfine tra le mani del portavoce di Dell’Utriessendo Gasparri capogruppo PDL al Senato, ed essendo Marcello stato premiato in seguito alla condanna con la carica di senatore –, quel Dell’Utri per il quale Mangano non strozzava i bambini ma era al contrario un eroe.

Che Maurizio Gasparri - Ministro di un governo che querela chi fa le domande, anziché rispondere - non avrebbe minimamente preso in considerazione l’eventualità di soffermarsi a disquisire punto a punto sul contenuto della lettera, credo che fosse un fatto largamente assodato per tutti. Che invece, dopo essersi appropriato della memoria di un uomo che ha combattuto strenuamente la mafia ed ogni compromesso morale, volesse appropriarsi anche dei legami familiari di Paolo Borsellino, esautorando il fratello Salvatore che sarebbe stato nientedimeno addirittura “disistimato” dallo stesso Paolo, questo era francamente meno prevedibile.

Grazie alla videocamera del popolo delle agende rosse di Pescara, il blog ha ricevuto le immagini di quanto accaduto ed ha così potuto fare ascoltare le dichiarazioni di Maurizio Gasparri a Salvatore Borsellino, raccogliendo le sue prime reazioni a caldo. Guardate il video accluso a questo articolo: Gasparri, Ministro senza… Borsellino!

Dopo la conclusione del convegno, il presidente ed il vice-presidente di Espressione Libre, Antonio Mancini ed Emanuele Mancinelli, che erano presenti alla contestazione delle agende rosse, sono stati pedinati dalla Polizia fino a quando non sono entrati in un fast-food. Lì, mentre stavano mangiando, sono stati raggiunti ed è stato richiesto loro di esibire i documenti, senza che nessun giustificato motivo venisse loro addotto. Gli agenti di polizia si sono dunque allontanati, per tornare poi con una piccola agenda in mano – si spera non rossa – sulla quale hanno scrupolosamente annotato i nomi sui citofoni delle due abitazioni dei ragazzi.

Anche questa è l’Italia S.p.A.: si va a contestare il potere mafioso, e si riceve una visita della polizia a casa.

Fonte articolo

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