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24/10/09

Dov'è finita la social card?


Doveva essere la misura di sostegno alle fasce più bisognose della popolazione. Una tessera da 40 euro al mese, ricaricata dallo Stato, per sostenere i consumi di pensionati e coppie con bambini al di sotto dei tre anni. Ma dopo quasi dodici mesi dal suo lancio, che fine ha fatto la social card? I dati che permettano di ricostruirne l'evoluzione sono confusi, approssimativi e non sempre aggiornatissimi. Il ministero dell'Economia dispone di documentazione datata giugno e, alla richiesta di ulteriori chiarimenti, ci ha indirizzato all'Inps. Alla previdenza va anche peggio: i dati sono fermi ad aprile. E ci viene consigliato di rivolgerci a Poste italiane, dove registriamo un lieve miglioramento: disponibili statistiche aggiornate a maggio. La palla, a questo punto, è passata al ministero del Welfare che ha nel cassetto dati di giugno e ci ha rispedito all'Inps per eventuali approfondimenti, come in un paradossale gioco dell'oca dove ogni casella fa passare a quella successiva. Nonostante questo dedalo burocratico, L'espresso ha provato comunque a tracciare un andamento sulla diffusione della carta.

Stando ai dati del ministero dell'Economia, al 30 giugno sono state respinte 198 mila richieste. Alcune delle quali piuttosto sorprendenti. A Caltanissetta, ad esempio, un anziano, nonostante 5 mila euro di pensione, ha inoltrato la richiesta per il contributo di 40 euro al mese. Pensionati-nababbi con 66 mila euro di reddito annuo che, per uno strano caso di empatia, provano a incassare gli spiccioli destinati a quelli che di euro ne prendono, ogni mese, meno di 500. Fenomenologia della povertà percepita. Dove i soldi non bastano mai, anche se ci sono. Di casi simili l'Inps ne ha registrati un migliaio anche se la maggior parte delle domande respinte proviene dagli strati meno abbienti della popolazione, esclusi perchè fuori dai rigidi parametri d'accesso. Insomma, non bastava una generica povertà. Era necessaria una disperata condizione di bisogno.

I fortunati che sono riusciti a superare la selezione hanno dovuto dimostrare di: avere un indicatore della situazione socio-economia equivalente (Isee) inferiore ai 6 mila euro; avere il reddito personale inferiore a 6 mila euro, o a 8 mila, se si aveva più di 70 anni; non avere intestata più di un'utenza del gas e dell'elettricità; non essere titolare di un deposito di risparmi superiore a 15 mila euro; non essere proprietari di un'auto o di una quota di almeno 25 per cento di un altro appartamento; non detenere una quota di almeno il 10 per cento di un immobile non a uso abitativo, come il garage o la cantina. Secondo i dati Inps, da ottobre a aprile, le ricaricate effettuate sono diminuite. Questo perchè i controlli sui requisiti, nella maggior parte dei casi, sono stati condotti dopo il rilascio delle carte.

La documentazione relativa a molte di queste, infatti, presentava irregolarità e la previdenza, una volta accertati gli errori, le ha sospese. Ma anche gli anziani in regola con le procedure hanno subito ritardi nelle ricariche. Trovandosi così nella situazione imbarazzante, ripetutasi in tanti supermercati, di non poter saldare il conto della spesa perchè la tessera era senza credito. Una mortificazione figlia di disfunzioni organizzative che hanno portato a raggiungere, nel gennaio scorso, la soglia record di una card scarica su tre. Nell'ultimo trimestre del 2008 le carte su cui sono stati versati soldi erano 560.145. Nel periodo gennaio-febbraio, dopo una prima tornata di controlli, l'Inps ne ha sospese 23.143, fermandosi a 537.002 ricariche. Nel secondo bimestre di quest'anno, altri accertamenti e ulteriore scrematura: dal flusso di cassa Inps ne sono state rimosse altre 33.889. Per cui al 30 aprile 2009 la previdenza ha provveduto a rimpinguare 503.113 social card, delle quali 292 mila per anziani e 210 mila a favore di coppie con bambini al di sotto dei tre anni. La fetta più consistente delle tessere, ben 306 mila, è andata al sud. Di queste 215 mila solo in Sicilia e Campania, i più consistenti bacini di povertà e di disagio sociale.

Alla luce di questi dati, perciò, si potrebbe sostenere che le carte attive sfiorano di poco il mezzo milione. Se non fosse per il fatto che le cifre dell'Inps vengono ritoccate al rialzo, e in modo consistente, dai dati in possesso di Poste italiane secondo cui quelle caricate sarebbero 575 mila. Questa cifra è aggiornata al 24 maggio e cioè poco più di tre settimane dopo le rilevazioni Inps. Ma appare difficile che in così poco tempo siano state attivate, caricate e censite 73 mila tessere in più, considerando che la mannaia bimestrale dei controlli della previdenza ha stroncato grappoli di richieste. Per il ministero dell'Economia, i cui dati sono aggiornati al 30 giugno e "approssimati al migliaio", le carte cariche e funzionanti sarebbero 600 mila, rispetto alle 798 mila domande, ricevute al ritmo di duemila a settimana.

Per il dicastero del Welfare guidato da Maurizio Sacconi, le card accolte alla fine di giugno si fermerebbero a quota 593 mila. Facendo rapidamente i conti, secondo i due ministeri, in 60 giorni sarebbe arrivato l'ok a quasi 100 mila richieste, quasi il doppio cioè di quelle sforbiciate dall'Inps da gennaio ad aprile. Una salomonica quanto orientativa media dei quattro dati a disposizione, ci porta al tetto indicativo di 567 mila carte acquisti. In questo ginepraio di informazioni, l'unica certezza è che siamo a meno della metà di quel milione e 300 mila 'bisognosi' che il ministro Tremonti annunciò come potenziale bacino di riferimento.

Quali sono i costi di gestione della social card? Stando ai dati del ministero dell'Economia, al 30 giugno, le spese logistiche ammonterebbero a 1,6 milioni di euro. Nulla in confronto alla spesa-monstre calcolata da Report in un'inchiesta dello scorso aprile. Sommando infatti i costi per la produzione della carta, per spedire le lettere inviate dal Governo, Poste e Inps, per la compilazione dei moduli da parte dei Caf, l'allestimento dei call-center, la comunicazione sul prodotto, la pubblicità e la formazione del personale, la trasmissione della Gabanelli arrivava a fissare l'esborso complessivo a 21 milioni di euro.

Quanto è stato speso, invece, per le ricariche? A novembre, al momento del lancio, il ministro Tremonti sostenne che, una volta a regime, l'iniziativa sarebbe costata 450 milioni di euro. Con un fondo complessivo a disposizione di un miliardo di euro: 170 milioni stanziati con il decreto legge 112/2008, 250 milioni donati da Eni ed Enel, altri 450 milioni provenienti dai fondi dormienti e 200 dal Ddl sviluppo. In realtà la 'carta acquisti' è costata molto meno, dato che il numero degli aventi diritto s'è rivelato di gran lunga inferiore rispetto alle previsioni. Secondo il ministero dell'Economia l'importo complessivo caricato è di 265 milioni di euro. Che sommati ai costi 'operativi' dichiarati porta il conto a poco più di 266 milioni. Le cose vanno anche meglio se si dà un'occhiata al resoconto del ministero del Welfare, secondo cui le risorse già utilizzate ammontano a 190 milioni di euro. E se si confronta questa cifra con la donazione ricevuta da Enel e Eni (250 milioni), è facile osservare come, di fatto, la social card sia stata sostenuta e finanziata grazie ai soldi delle due partecipate. Per lo Stato, insomma, un'operazione quasi a costo zero. Potrebbe partire a breve la fase-2 della 'carta acquisti'.

I ministri dell'Economia Giulio Tremonti e del Lavoro Maurizio Sacconi stanno valutando l'ipotesi di ampliare il bacino dei beneficiari, allargando le maglie dei requisiti. Proprio mentre una ricerca del Banco Alimentare e della Fondazione per la Sussidiarietà rivela che, in Italia, tre milioni di persone sono sotto la soglia di povertà alimentare, cioè vivono con una spesa mensile media in cibi e bevande inferiore a 222,29 euro. Non è ancora stato chiarito come verrà utilizzato e se verrà rimpolpato il fondo di finanziamento dato che, già a ferragosto, quando fu approvata la legge sullo Sviluppo, 30 milioni di euro, provenienti dalle sanzioni dell'Antitrust, sono stati stornati dalle casse per la card e destinati al Fondo per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio. E c'è da capire inoltre se Enel e Eni bisseranno la donazione. Unica certezza conquistata finora è la necessità di rilanciare la convenzione con le associazioni di terzo settore per snellire le farraginose procedure di distribuzione. Perché gli anziani ancora oggi protestano: «Ma non era meglio accreditare i soldi direttamente sulla pensione?».

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Stop al consumo di territorio
Porta la sporta

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27/01/09

Senza pudore: i preti ci fottono pure i (pochissimi) soldi delle social card!

Senza parole...


25/01/2009 Comunicato stampa Codacons

SOCIAL CARD: NE HANNO DIRITTO ANCHE SUORE E FRATI!

ALLORA I PENSIONATI ITALIANI CHIEDANO UN SUSSIDIO AL VATICANO

Numerose le segnalazioni dei cittadini i quali, in fila alla Posta per ritirare la social card, hanno notato come in coda per ottenere il rilascio della carta voluta dal Governo, vi fossero anche suore e frati.

Anche i religiosi infatti – spiega il Codacons – se risultano nullatenenti, possono chiedere ed ottenere la social card.

''A questo punto ci chiediamo: se suore e frati hanno diritto alla social card, perché i pensionati italiani non possono ottenere un sussidio dallo Stato Vaticano, considerando che la Chiesa incamera parecchi soldi con l'8 per mille e con le offerte ai parroci? – si domanda ironicamente il Presidente Codacons, Carlo Rienzi – Sarebbe più giusto un trattamento equo e bilaterale, così da accontentare tutti e non commettere ingiuste discriminazioni. Chiediamo quindi al Vaticano di elargire 40 euro mensili a ciascun pensionato italiano con reddito minimo''.

Ma come? La legge di dio, come diceva il monsignor Poletto, non veniva prima di quella degli uomini? E che legge è quella di togliere risorse per i cittadini bisognosi per darla a chi riceve già dallo Stato milioni di euro ogni anno?
Signori del Vaticano, volete anche una fettina di culo per gradire?

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22/01/09

Social card: il caos delle tessere vuote

La social card sembra essere partita con il piede sbagliato. Fin dalla sua presentazione avevamo espresso non poche perplessità su questo strumento pensato dal Governo a sostegno dei meno abbienti: una tesserina magnetica prepagata che può essere utilizzata per pagare le bollette di luce e gas e per effettuare i propri acquisti in tutti i negozi alimentari abilitati al circuito Mastercard. I negozi che espongono il logo della Carta Acquisti, inoltre, danno sconti aggiuntivi alle normali promozioni.

Peccato che molti dei cittadini che ne hanno fatto richiesta si siano ritrovati con in mano una card vuota, senza la somma prevista. All'origine di questo caos, i controlli che l'Amministrazione fa a posteriori sulle dichiarazioni rilasciate da chi fa richiesta. Procedura che non fa che aumentare la confusione, il disagio e lo smarrimento dei cittadini. I controlli sull'esistenza dei requisiti per il rilascio della carta andrebbero fatti prima di consegnarla al richiedente.

Su questo strumento avevamo peraltro manifestato fin da subito le nostre critiche, soprattutto perché sono poche le persone che ne possono beneficiare e per il costo per lo Stato, che va ben al di là di quel che finisce nelle tasche dei cittadini. Vediamo di capirne di più.

Pensionati: solo redditi inferiori ai 6.000 euro all'anno

Intanto partiamo da chi ne beneficerà: gli over 65 enni e le famiglie con bambini con meno di 3 anni.

Per i primi il provvedimento vale per chi singolarmente guadagna al massimo 6.000 euro (8.000 per gli over 70), considerando tra questi tutti i redditi, anche quelli assistenziali che generalmente non sono considerati ai fini fiscali.

Ma attenzione, l'Isee (il documento che certifica la situazione reddituale della famiglia) prodotto dalla famiglia di cui si fa parte deve essere di 6.000 euro. Di conseguenza parliamo, ad esempio, di famiglie in cui due pensionati guadagnano complessivamente al massimo 723 euro netti al mese, che diventano ben 923 euro se hanno un figlio a loro carico. Ma c'è sempre un "ma" per lo Stato: oltre ai vincoli delle utenze che possiamo capire, la persona deve possedere al massimo una casa, che per non modificare l'Isee deve essere entro i 51.000 euro di valore catastale, un conto corrente con al massimo 15.000 euro di risparmi e un'auto. Ma attenzione, se la famiglia possiede un box, perde il diritto alla social card.

Ammesso e non concesso che con la categoria catastale C7 (tettoie), il Ministero intendesse la C6, quella tipica dei box, comunque non capiamo la precisazione, visto che si tratta sempre di immobili a uso non abitativo.

Famiglie con bambini: fino a poco più di 1.100 euro di reddito se si è in quattro

Le famiglie con un bambini con meno di 3 anni, che possono beneficiare di una ricarica della social card per ogni figlio, non se la passano comunque meglio. Non c'è più il limite di reddito personale di 6.000 euro, ma per ottenere la social card (famiglia di quattro persone) non bisogna guadagnare più di1.131 euro netti al mese totali. Ovviamente se si ha ancora un mutuo da pagare o si è in affitto i redditi netti riescono a essere un po' più alti grazie al valore Isee che si abbassa.

Il costo per lo Stato: non tutto va ai cittadini

Il Ministero ha detto che allo Stato la social card costerà 450 milioni di euro annui a regime e che ne beneficeranno 1,3 milioni di italiani. Quindi, poiché entro dicembre daranno la prima tranche di 120 euro, i conti sono presto fatti: il costo entro dicembre è di 156 milioni di euro. In pratica, entro dicembre 2009 il Governo stima di spendere 606 milioni di euro per la social card. Che sono coperti da stanziamenti dello Stato ancora in fase di discussione per 650 milioni e da 200 milioni già donati da Eni e dai 50 milioni donati da Enel. Questi ultimi due soggetti in realtà daranno la possibilità allo Stato di recuperare parte degli investimenti grazie a quello che i consumatori spenderanno con la social card per pagare le bollette di luce e gas, sulle quali come ben sappiamo l'incidenza dell'Iva e delle accise è decisamente elevata.

Ma la social card non è a costo zero per lo Stato, infatti, oltre a quello che finisce nelle tasche dei pochi italiani che rientrano tra i meritevoli di aiuto, ci sono i costi relativi allo strumento stesso.

Parliamo dei costi di produzione della tessera, di circuito, di pagamento e di ricarica. La produzione fisica della tessera costa circa 50 centesimi a pezzo (costo fornito dagli emittenti), quindi già 650 mila euro sono stati utilizzati. Il circuito di pagamento chiede una percentuale all'esercente, che in media è circa del 2% del pagamento stesso. Quindi, auspicando a una compartecipazione dell'esercente alla spesa, sono, a essere ottimisti, altri 6 milioni di spesa statale. Per quanto riguarda la ricarica, le commissioni normalmente applicate dalle Poste non sono certo esigue perché ammontano a 1 euro a ricarica. Quindi per ogni carta sono 6 euro annui che lo Stato dovrebbe pagare: in ogni caso, applicando ad esempio un costo di 10 centesimi a ricarica, lo Stato comunque versa a Poste italiane circa 800 mila euro in un anno.

Tirando le somme, senza considerare i costi delle lettere inviate agli italiani (ancora una volte le Poste ringraziano), circa 7,5 milioni di euro si perdono lungo il tragitto che porta i 40 euro al mese nelle tasche delle famiglie. Sarebbe stato meglio un trasferimento diretto, tramite pensione o busta paga.

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28/11/08

Social card: chi ci guadagna davvero?

Il ministero dell'Economia ha presentato la social card, tesserina magnetica prepagata che era già stata annunciata la scorsa estate e che dovrebbe avere funzione di supporto per i meno abbienti. I soldi contenuti nella social card possono infatti essere spesi per pagare le bollette di luce e gas, e per comprare generi alimentari presso i negozi convenzionati che espongono l'apposito cartello. Ma ben pochi ne beneficeranno, e il costo per lo Stato va ben al di là di quel che finisce nelle tasche dei cittadini.

Pensionati: solo redditi inferiori ai 6.000 euro all'anno
Intanto partiamo da chi ne beneficerà: gli over 65 enni e le famiglie con bambini con meno di 3 anni.

Per i primi il provvedimento vale per chi singolarmente guadagna al massimo 6.000 euro (8.000 per gli over 70), considerando tra questi tutti i redditi, anche quelli assistenziali che generalmente non sono considerati ai fini fiscali. Ma attenzione, l'Isee (il documento che certifica la situazione reddituale della famiglia) prodotto dalla famiglia di cui si fa parte deve essere di 6.000 euro. Di conseguenza parliamo, ad esempio, di famiglie in cui due pensionati guadagnano complessivamente al massimo 723 euro netti al mese, che diventano ben 923 euro se hanno un figlio a loro carico. Ma c'è sempre un "ma" per lo Stato: oltre ai vincoli delle utenze che possiamo capire, la persona deve possedere al massimo una casa, che per non modificare l'Isee deve essere entro i 51.000 euro di valore catastale, un conto corrente con al massimo 15.000 euro di risparmi e un'auto. Ma attenzione, se la famiglia possiede un box, perde il diritto alla social card.

Ammesso e non concesso che con la categoria catastale C7 (tettoie), il Ministero intendesse la C6, quella tipica dei box, comunque non capiamo la precisazione, visto che si tratta sempre di immobili a uso non abitativo.

Famiglie con bambini: fino a poco più di 1.100 euro di reddito se si è in quattro
Le famiglie con bambini con meno di 3 anni, che possono beneficiare di una ricarica della social card per ogni figlio, non se la passano comunque meglio. Non c'è più il limite di reddito personale di 6.000 euro, ma per ottenere la social card (famiglia di quattro persone) non bisogna guadagnare più di1.131 euro netti al mese totali.

Ovviamente se si ha ancora un mutuo da pagare o si è in affitto i redditi netti riescono a essere un po' più alti grazie al valore Isee che si abbassa.

Solo in pochi negozi (e non nella grande distribuzione, meno cara)
La social card è utilizzabile per pagare le bollette di luce e gas e per comprare prodotti alimentari nei negozi convenzionati.

Il vero problema è che, come ha riconosciuto anche il Governo, solo il 5% dei commercianti ha aderito all'iniziativa, forse perché la paura dei tempi biblici (in media 200 giorni) di rimborso dello Stato ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione.

Inoltre, le categorie merceologiche individuate dal Ministero sono limitate a panifici, latterie, macellerie, spacci, drogherie e supermercati (quindi piccole catene), dove i prezzi medi non sono certo quelli delle grandi catene di distribuzione. Questo vincolo di categoria limita di molto la possibilità di utilizzo, soprattutto per i pensionati, che hanno poche possibilità di spostamento: di conseguenza il reale utilizzo viene limitato al pagamento delle bollette, che garantisce (è un caso?) il maggior ritorno in termini di Iva e accise allo Stato.La scelta della tessera di plastica, poi, è stata giustificata dal Ministero per riconoscere agli utilizzatori sconti sulla merce, tuttavia, essendo i prezzi medi degli esercizi convenzionati mediamente più alti, gli sconti di fatto produrrebbero nel migliore dei casi solo un livellamento dei prezzi a quello già normalmente praticato dalle grandi catene.

Il costo per lo Stato: non tutto va ai cittadini
Il Ministero ha detto che allo Stato la social card costerà 450 milioni di euro annui a regime e che ne beneficeranno 1,3 milioni di italiani. Quindi, poiché entro dicembre daranno la prima tranche di 120 euro, i conti sono presto fatti: il costo entro dicembre è di 156 milioni di euro. In pratica, entro dicembre 2009 il Governo stima di spendere 606 milioni di euro per la social card. Che sono coperti da stanziamenti dello Stato ancora in fase di discussione per 650 milioni e da 200 milioni già donati da Eni e dai 50 milioni donati da Enel. Questi ultimi due soggetti in realtà daranno la possibilità allo Stato di recuperare parte degli investimenti grazie a quello che i consumatori spenderanno con la social card per pagare le bollette di luce e gas, sulle quali come ben sappiamo l'incidenza dell'Iva e delle accise è decisamente elevata. Ma la social card non è a costo zero per lo Stato, infatti, oltre a quello che finisce nelle tasche dei pochi italiani che rientrano tra i meritevoli di aiuto, ci sono i costi relativi allo strumento stesso.

Parliamo dei costi di produzione della tessera, di circuito, di pagamento e di ricarica. La produzione fisica della tessera costa circa 50 centesimi a pezzo (costo fornito dagli emittenti), quindi già 650 mila euro sono stati utilizzati. Il circuito di pagamento chiede una percentuale all'esercente, che in media è circa del 2% del pagamento stesso. Quindi, auspicando a una compartecipazione dell'esercente alla spesa, sono, a essere ottimisti, altri 6 milioni di spesa statale. Per quanto riguarda la ricarica, le commissioni normalmente applicate dalle Poste non sono certo esigue perché ammontano a 1 euro a ricarica. Quindi per ogni carta sono 6 euro annui che lo Stato dovrebbe pagare: in ogni caso, applicando ad esempio un costo di 10 centesimi a ricarica, lo Stato comunque versa a Poste italiane circa 800 mila euro in un anno.

Tirando le somme, senza considerare i costi delle lettere inviate agli italiani (ancora una volte le Poste ringraziano), circa 7,5 milioni di euro si perdono lungo il tragitto che porta i 40 euro al mese nelle tasche delle famiglie. Sarebbe stato meglio un trasferimento diretto, tramite pensione o busta paga.

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Social Card

La distanza fra la politica ed i cittadini continua a farsi sempre più siderale, probabilmente dipende dal fatto che gli uomini politici una volta assurti agli sfarzi delle logge del potere hanno in tutta fretta dimenticato come vivono le persone normali o più semplicemente è da imputare al fatto che la politica ha ormai raggiunto un tale livello di autoreferenzialità da avere perso ogni residuo contatto con il mondo reale.
Sul finire di questo freddo novembre, mentre già le festività natalizie s’intravedono all’orizzonte ed i governi occidentali continuano a regalare miliardi alle banche (da sempre le aziende con più alta redditività al mondo) mentre si propongono di fare altrettanto con la disastrata industria automobilistica, seguendo le orme di quel vero simbolo del mercato liberista che sono gli Stati Uniti, anche in Italia il governo è in piena attività. Si è appena provveduto a donare Alitalia alla cordata d’imprenditori di rapina capeggiata da Colaninno, ma il vero obiettivo è costituito dal fronteggiare la crisi finanziaria e rinfocolare i consumi di Natale che sembrano in procinto di essere fagocitati dalla recessione.

Dopo il disastro della scuola di Rivoli, il cui soffitto è crollato in testa agli studenti, uccidendo un ragazzo di 17 anni e ferendone altri 20, Guido Bertolaso ha reso noto il drammatico stato in cui versano gli edifici scolastici italiani, affermando che occorrerebbe un investimento di 13 miliardi di euro per metterli in sicurezza. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che della tragedia di Rivoli non si è curato minimamente, ha annunciato con il sorriso sulle labbra di avere stanziato 16 miliardi di euro, non per evitare che le scuole crollino ammazzando gli studenti, bensì per costruire grandi opere, nella fattispecie (come da lui affermato) trafori alpini attraverso i quali convogliare il traffico merci che nei prossimi anni a causa della recessione aumenterà sicuramente a dismisura.

Il ministro Tremonti ha invece occhi solo per le famiglie e proprio ieri ha presentato alla stampa la “Social Card”, una sorta di carta di credito prepagata destinata a 1.300.000 italiani e contenente 120 euro da spendere negli esercizi commerciali convenzionati. La carta verrà ricaricata mensilmente di 40 euro dalla generosità dello Stato e potranno fruirne i cittadini ultra sessantacinquenni e le famiglie con figli piccoli (fino a 3 anni) che abbiamo un reddito fino a 6000 euro, non più di una casa e non più di un'auto. Senza entrare nel merito dell’entità dell’aiuto di Stato che sembra piuttosto misera per rivelarsi propedeutica all’incremento dei consumi e al mezzo con cui si è ritenuto di veicolarlo, non si può evitare di mettere in evidenza come il metro usato per aiutare i “poveri” non risulti assolutamente equilibrato, dal momento che tutti i disoccupati a reddito zero, senza figli o con figli grandi non usufruiranno neppure di questa elemosina.
Peggio di Tremonti sarebbero comunque riusciti a fare il PD e la CGIL che preferirebbero aiutare le famiglie più povere detassando le tredicesime, dimenticando che in Italia i più poveri, disoccupati e precari, la tredicesima non sanno neppure cosa sia.

Affrontare il profondo malessere economico che attanaglia le famiglie italiane, con carte di credito, una tantum e offerte promozionali è un po’ come prendere il mare in una giornata tempestosa a bordo di un materassino, con la speranza che la prima onda ci ributti a riva sul bagnasciuga anziché affogarci. Gli italiani che sono in sofferenza economica (tutti gli italiani che sono in sofferenza economica) non hanno bisogno di qualche elemosina formato “mastercard”, bensì di un reddito continuativo che consenta loro di vivere con dignità, di progettare un futuro, di non sentirsi al margine della società.
In un’Italia dove l’emorragia occupazionale sta crescendo a dismisura non servono a nulla le carte di credito modello Tremonti e meno ancora l’elemosina mirata a coloro che percepiscono la tredicesima, come gradirebbero la sinistra ed i sindacati.Occorre creare nuove opportunità di lavoro, magari indirizzando i 16 miliardi stanziati a favore delle grandi opere della mafia del cemento e del tondino (il settore che in assoluto genera il minore ritorno in termini di occupazione) per ristrutturare gli edifici scolastici e liberarli dall’amianto, magari procedendo a ristrutturare, nell’ottica di accrescere la loro efficienza energetica, il patrimonio immobiliare, magari riconvertendo quell’anacronistico dinosauro che è l’industria automobilistica alla costruzione di microcogeneratori per l’autoproduzione energetica, magari procedendo alla bonifica delle aree inquinate dai rifiuti tossici di provenienza industriale. Le occasioni certo non mancherebbero, quello che manca è purtroppo una classe politica che possieda una minima consapevolezza della realtà che la circonda e sappia affrancarsi, almeno un poco, dal suo ruolo di “cameriere” dei grandi poteri che ne gestiscono l’operato.

di Marco Cedolin

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