24/10/09

Dov'è finita la social card?


Doveva essere la misura di sostegno alle fasce più bisognose della popolazione. Una tessera da 40 euro al mese, ricaricata dallo Stato, per sostenere i consumi di pensionati e coppie con bambini al di sotto dei tre anni. Ma dopo quasi dodici mesi dal suo lancio, che fine ha fatto la social card? I dati che permettano di ricostruirne l'evoluzione sono confusi, approssimativi e non sempre aggiornatissimi. Il ministero dell'Economia dispone di documentazione datata giugno e, alla richiesta di ulteriori chiarimenti, ci ha indirizzato all'Inps. Alla previdenza va anche peggio: i dati sono fermi ad aprile. E ci viene consigliato di rivolgerci a Poste italiane, dove registriamo un lieve miglioramento: disponibili statistiche aggiornate a maggio. La palla, a questo punto, è passata al ministero del Welfare che ha nel cassetto dati di giugno e ci ha rispedito all'Inps per eventuali approfondimenti, come in un paradossale gioco dell'oca dove ogni casella fa passare a quella successiva. Nonostante questo dedalo burocratico, L'espresso ha provato comunque a tracciare un andamento sulla diffusione della carta.

Stando ai dati del ministero dell'Economia, al 30 giugno sono state respinte 198 mila richieste. Alcune delle quali piuttosto sorprendenti. A Caltanissetta, ad esempio, un anziano, nonostante 5 mila euro di pensione, ha inoltrato la richiesta per il contributo di 40 euro al mese. Pensionati-nababbi con 66 mila euro di reddito annuo che, per uno strano caso di empatia, provano a incassare gli spiccioli destinati a quelli che di euro ne prendono, ogni mese, meno di 500. Fenomenologia della povertà percepita. Dove i soldi non bastano mai, anche se ci sono. Di casi simili l'Inps ne ha registrati un migliaio anche se la maggior parte delle domande respinte proviene dagli strati meno abbienti della popolazione, esclusi perchè fuori dai rigidi parametri d'accesso. Insomma, non bastava una generica povertà. Era necessaria una disperata condizione di bisogno.

I fortunati che sono riusciti a superare la selezione hanno dovuto dimostrare di: avere un indicatore della situazione socio-economia equivalente (Isee) inferiore ai 6 mila euro; avere il reddito personale inferiore a 6 mila euro, o a 8 mila, se si aveva più di 70 anni; non avere intestata più di un'utenza del gas e dell'elettricità; non essere titolare di un deposito di risparmi superiore a 15 mila euro; non essere proprietari di un'auto o di una quota di almeno 25 per cento di un altro appartamento; non detenere una quota di almeno il 10 per cento di un immobile non a uso abitativo, come il garage o la cantina. Secondo i dati Inps, da ottobre a aprile, le ricaricate effettuate sono diminuite. Questo perchè i controlli sui requisiti, nella maggior parte dei casi, sono stati condotti dopo il rilascio delle carte.

La documentazione relativa a molte di queste, infatti, presentava irregolarità e la previdenza, una volta accertati gli errori, le ha sospese. Ma anche gli anziani in regola con le procedure hanno subito ritardi nelle ricariche. Trovandosi così nella situazione imbarazzante, ripetutasi in tanti supermercati, di non poter saldare il conto della spesa perchè la tessera era senza credito. Una mortificazione figlia di disfunzioni organizzative che hanno portato a raggiungere, nel gennaio scorso, la soglia record di una card scarica su tre. Nell'ultimo trimestre del 2008 le carte su cui sono stati versati soldi erano 560.145. Nel periodo gennaio-febbraio, dopo una prima tornata di controlli, l'Inps ne ha sospese 23.143, fermandosi a 537.002 ricariche. Nel secondo bimestre di quest'anno, altri accertamenti e ulteriore scrematura: dal flusso di cassa Inps ne sono state rimosse altre 33.889. Per cui al 30 aprile 2009 la previdenza ha provveduto a rimpinguare 503.113 social card, delle quali 292 mila per anziani e 210 mila a favore di coppie con bambini al di sotto dei tre anni. La fetta più consistente delle tessere, ben 306 mila, è andata al sud. Di queste 215 mila solo in Sicilia e Campania, i più consistenti bacini di povertà e di disagio sociale.

Alla luce di questi dati, perciò, si potrebbe sostenere che le carte attive sfiorano di poco il mezzo milione. Se non fosse per il fatto che le cifre dell'Inps vengono ritoccate al rialzo, e in modo consistente, dai dati in possesso di Poste italiane secondo cui quelle caricate sarebbero 575 mila. Questa cifra è aggiornata al 24 maggio e cioè poco più di tre settimane dopo le rilevazioni Inps. Ma appare difficile che in così poco tempo siano state attivate, caricate e censite 73 mila tessere in più, considerando che la mannaia bimestrale dei controlli della previdenza ha stroncato grappoli di richieste. Per il ministero dell'Economia, i cui dati sono aggiornati al 30 giugno e "approssimati al migliaio", le carte cariche e funzionanti sarebbero 600 mila, rispetto alle 798 mila domande, ricevute al ritmo di duemila a settimana.

Per il dicastero del Welfare guidato da Maurizio Sacconi, le card accolte alla fine di giugno si fermerebbero a quota 593 mila. Facendo rapidamente i conti, secondo i due ministeri, in 60 giorni sarebbe arrivato l'ok a quasi 100 mila richieste, quasi il doppio cioè di quelle sforbiciate dall'Inps da gennaio ad aprile. Una salomonica quanto orientativa media dei quattro dati a disposizione, ci porta al tetto indicativo di 567 mila carte acquisti. In questo ginepraio di informazioni, l'unica certezza è che siamo a meno della metà di quel milione e 300 mila 'bisognosi' che il ministro Tremonti annunciò come potenziale bacino di riferimento.

Quali sono i costi di gestione della social card? Stando ai dati del ministero dell'Economia, al 30 giugno, le spese logistiche ammonterebbero a 1,6 milioni di euro. Nulla in confronto alla spesa-monstre calcolata da Report in un'inchiesta dello scorso aprile. Sommando infatti i costi per la produzione della carta, per spedire le lettere inviate dal Governo, Poste e Inps, per la compilazione dei moduli da parte dei Caf, l'allestimento dei call-center, la comunicazione sul prodotto, la pubblicità e la formazione del personale, la trasmissione della Gabanelli arrivava a fissare l'esborso complessivo a 21 milioni di euro.

Quanto è stato speso, invece, per le ricariche? A novembre, al momento del lancio, il ministro Tremonti sostenne che, una volta a regime, l'iniziativa sarebbe costata 450 milioni di euro. Con un fondo complessivo a disposizione di un miliardo di euro: 170 milioni stanziati con il decreto legge 112/2008, 250 milioni donati da Eni ed Enel, altri 450 milioni provenienti dai fondi dormienti e 200 dal Ddl sviluppo. In realtà la 'carta acquisti' è costata molto meno, dato che il numero degli aventi diritto s'è rivelato di gran lunga inferiore rispetto alle previsioni. Secondo il ministero dell'Economia l'importo complessivo caricato è di 265 milioni di euro. Che sommati ai costi 'operativi' dichiarati porta il conto a poco più di 266 milioni. Le cose vanno anche meglio se si dà un'occhiata al resoconto del ministero del Welfare, secondo cui le risorse già utilizzate ammontano a 190 milioni di euro. E se si confronta questa cifra con la donazione ricevuta da Enel e Eni (250 milioni), è facile osservare come, di fatto, la social card sia stata sostenuta e finanziata grazie ai soldi delle due partecipate. Per lo Stato, insomma, un'operazione quasi a costo zero. Potrebbe partire a breve la fase-2 della 'carta acquisti'.

I ministri dell'Economia Giulio Tremonti e del Lavoro Maurizio Sacconi stanno valutando l'ipotesi di ampliare il bacino dei beneficiari, allargando le maglie dei requisiti. Proprio mentre una ricerca del Banco Alimentare e della Fondazione per la Sussidiarietà rivela che, in Italia, tre milioni di persone sono sotto la soglia di povertà alimentare, cioè vivono con una spesa mensile media in cibi e bevande inferiore a 222,29 euro. Non è ancora stato chiarito come verrà utilizzato e se verrà rimpolpato il fondo di finanziamento dato che, già a ferragosto, quando fu approvata la legge sullo Sviluppo, 30 milioni di euro, provenienti dalle sanzioni dell'Antitrust, sono stati stornati dalle casse per la card e destinati al Fondo per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio. E c'è da capire inoltre se Enel e Eni bisseranno la donazione. Unica certezza conquistata finora è la necessità di rilanciare la convenzione con le associazioni di terzo settore per snellire le farraginose procedure di distribuzione. Perché gli anziani ancora oggi protestano: «Ma non era meglio accreditare i soldi direttamente sulla pensione?».

Fonte articolo

Stop al consumo di territorio
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