21/12/09

4 euro rimborsati per ognuno speso

Così tutti i partiti usano le elezioni per finanziarsi: per il voto 2008 investiti 136 milioni, ne riceveranno 503.

Come moltiplicare per undici il capitale, in soli cinque anni e senza il minimo rischio? Chiedere consigli dalle parti del Carroccio, dove sono riusciti senza sforzo nell'impresa. Non è uno scherzo: per la campagna elettorale delle politiche 2008 la Lega Nord ha speso 3 milioni 476 mila 704 euro e incasserà dallo Stato 41 milioni 384 mila euro. La differenza è di quasi 38 milioni, un rendimento che non si ricordava dai tempi dell'ubriacatura da net economy: 218% l'anno.

A dire il vero, nemmeno gli altri partiti che hanno partecipato a quelle elezioni si possono lamentare. Come dimostra il documentatissimo referto che la Corte dei conti ha appena pubblicato di nuovo sul proprio sito Internet, dopo anni in cui si era deciso di recapitare esclusivamente alle Camere quei rapporti, che restavano così, pubblici ma al riparo dalla pubblicità, avvolti in un consolante riserbo. Dal 2008 al 2012, dicono i magistrati contabili, i partiti intascheranno...

oltre 503 milioni a titolo di «rimborso» per le spese elettorali sostenute durante le ultime politiche.

Anche se questa è una definizione ipocrita, volendo essere teneri. Si può forse definire «rimborso» il pagamento di una somma pari al quadruplo quasi di quella effettivamente spesa? Per la campagna elettorale del 2008 tutti i partiti hanno investito 136 milioni, ma intascheranno 503 milioni, ossia 367 in più. Il guadagno è del 270% in un quinquennio.

Questo è possibile perché le norme approvate (da tutti i partiti, con qualche encomiabile eccezione radicale) dopo il referendum che nel 1993 avrebbe abolito il finanziamento pubblico della politica stabiliscono per chi partecipa alle elezioni un «rimborso» proporzionato ai voti raccolti. Ma non commisurato alle spese effettivamente sostenute, bensì forfettario. E qui sta il trucco.

I partiti hanno diritto a spartirsi ogni anno circa 200 milioni, sia pure con una riduzione del 10% introdotta con la Finanziaria 2008. Ovvero quattro euro l'anno per ogni elettore: un euro per la Camera, uno per il Senato, uno per le europee e uno per le regionali. In cinque anni, cioè in un ciclo elettorale completo, fa un miliardo di euro tondo, duemila miliardi delle vecchie lire. Sempre che non intervenga, come è accaduto nel 2008, la scadenza anticipata della legislatura. Perché con una leggina approvata poco prima delle elezioni del 2006 si è deciso che i rimborsi continuano a correre anche nel caso di elezioni anticipate. Ecco perciò che per tre anni, fino al 2010, ai partiti toccherà razione doppia di rimborsi per le elezioni politiche, dettaglio che porterà i loro incassi dai «normali» 200 milioni l'anno a quasi 300.

Un record europeo assoluto ottenuto grazie a una parolina magica che i politici continuano a usare a dispetto di ogni evidenza. Sull'ipocrisia del termine «rimborso» concorda la stessa Corte dei conti, ricordando nell'ultimo referto «che quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento». Un finanziamento frutto di un meccanismo diabolico, studiato per aggirare i risultati devastanti di quella consultazione popolare del 1993 promossa dai radicali che ebbe un consenso mai più raggiunto (l'85%) da un referendum. Governato da regole, se possibile, ancora più diaboliche.

Per esempio, quella secondo cui l'euro pro capite l'anno per ogni tornata elettorale si calcola non su quanti effettivamente si recano alle urne (circa 37 milioni e mezzo alle ultime politiche) ma sul numero degli iscritti alle liste elettorali della Camera: 50 milioni 66 mila 615. Così anche i rimborsi del Senato, dove gli elettori sono tre o quattro milioni di meno, si calcolano sempre su quel parametro. Altra regola diabolica: per accedere al Parlamento esiste una soglia di sbarramento del 4%, ma per ottenere i contributi è sufficiente raggiungere l'1%. Accade così che la Destra, formazione politica che aveva presentato Daniela Santanché come candidata premier, e con il 2% rimasta fuori dal Parlamento, ha avuto in dote rimborsi per 6,2 milioni di euro: 3,7 milioni più di quanto aveva speso per la campagna elettorale. E chi non arriva nemmeno al fatidico 1%? Non prende i soldi. Ma i denari non vanno certamente perduti, perché se li dividono gli altri. Dopo le elezioni del 2008 sono stati distribuiti in questo modo un paio di milioni. Ed è piovuto, ovviamente, sul bagnato.

Il Popolo della Libertà ha speso per la campagna elettorale 68 milioni e mezzo? Avrà rimborsi per 206 milioni e mezzo in cinque anni. Il guadagno è di oltre il 200%. Ancora meglio è andata al Partito democratico (l' unico ad avere il bilancio certificato) che avendo investito 18,4 milioni ne porterà a casa 180,2. Per non parlare dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: 4,4 milioni spesi, 21,6 incassati. Perfino l' Udc, che in occasione della campagna elettorale del 2008 ha prodotto uno sforzo finanziario immane, inferiore soltanto a quello del partito di Silvio Berlusconi, con un investimento di quasi 21 milioni, ha chiuso in attivo per 5 milioni. Ottima anche la performance del Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo, che potrà contare su rimborsi pari a quasi sei volte la somma spesa. Non è andata invece affatto bene alla Sinistra arcobaleno, che per la campagna elettorale aveva messo sul piatto qualcosa come 11 milioni di euro, senza tuttavia riuscire a superare la soglia di sbarramento. Perderà 1,9 milioni in cinque anni. Pazienza: ci sono sempre i generosi contributi elettorali della precedente legislatura, che continueranno a correre ancora per tre anni.

Nel 2006 il record che è oggi della Lega Nord apparteneva a Rifondazione comunista, che con un investimento di neanche 2,8 milioni aveva raggranellato contributi per una cifra astronomica. Cioè, 34 milioni e mezzo di euro. La semplificazione del panorama politico seguita alla nascita del Popolo della Libertà e del Partito democratico ha avuto, com' era logico, anche conseguenze finanziarie non trascurabili, come testimoniano le cifre racchiuse nel rapporto del collegio di magistrati contabili, presieduto da Rita Arrigoni, che ha passato al setaccio le spese elettorali del 2008. Conseguenze che hanno avvantaggiato notevolmente i partiti maggiori. Illuminante è il confronto con le elezioni politiche del 2006. Allora Alleanza nazionale e Forza Italia, che due anni più tardi hanno dato vita al Popolo della Libertà, avevano speso 80 milioni e mezzo, incassandone 191. L'Ulivo e la Margherita avevano invece ottenuto rimborsi per 108 milioni a fronte di 23,5 milioni di investimenti elettorali.

Cifre enormi, cresciute negli anni in modo abnorme. Soprattutto a partire dal 2001, quando, con un blitz fulmineo in Parlamento, la misura del contributo unitario a carico di ogni elettore venne portata da 800 lire a un euro l'anno per ogni votazione. Una valanga di denaro si è riversata da allora nelle casse dei partiti, con il risultato di far lievitare in modo incontrollato anche le spese elettorali. Per le elezioni politiche del 1996 tutti i partiti spesero l' equivalente di 19,8 milioni di euro. Cinque anni più tardi, 49,6 milioni. Nel 2006, 122,8 milioni. E l' anno scorso 136 milioni: sette volte più che nel 1996. Dai 35 centesimi per elettore delle politiche del 1996, si è saliti a un euro nel 2001, a 2 euro e 47 centesimi nel 2006 e a 2 euro e 71 centesimi soltanto un paio d'anni più tardi. Tutto questo mentre i contributi versati dallo Stato salivano inesorabilmente da 83 centesimi a 9 euro e 63 centesimi, fino a 10 euro per quinquennio per entrambi i rami del Parlamento. Impressionante.

Come impressionante è il volume di risorse che dalle elezioni politiche del 1994, le prime della cosiddetta Seconda Repubblica, è affluito verso la politica con il sistema dei rimborsi. Secondo la Corte dei conti si tratta di una cifra pari a 2 miliardi 253 milioni di euro. Una somma capace di generare un «utile netto» di un miliardo 674 milioni di euro rispetto ai 579 milioni di spese elettorali. Con una progressione geometrica. Se nel 1994 la differenza fra i contributi statali e le spese documentate per la campagna elettorale superava appena i 10 milioni di euro, nel 2008 è stata 36 volte maggiore. Un fatto che dimostra, se ce ne fosse stato il bisogno, che si è ormai passata la misura. E che decisioni come quella presa nella Finanziaria del 2008, con cui i contributi elettorali sono stati ridotti di 20 milioni l'anno, non rappresentano altro che palliativi. «Un segnale», lo definisce infatti la Corte dei conti, ribadendo «l'esigenza di correlare, almeno in parte, l'ammontare del contributo statale alle spese elettorali effettivamente sostenute dai partiti».

Anche perché, oltre al danno, c'è pure la beffa. Ricordano, i magistrati contabili, che nel caso in cui si vedano erogare in ritardo i rimborsi ai quali hanno diritto, i partiti hanno diritto a pretendere dallo Stato il pagamento degli interessi legali. E se «è indubbio» che questo «risponde ai comuni principi civilistici», c'è scritto nel rapporto della Corte dei conti, «è pur vero che, a fronte di rimborsi che superano di gran lunga le spese effettivamente sostenute dai partiti nelle campagne elettorali, l'introduzione di una norma che ne preveda l'erogazione senza interessi legali eliminerebbe l'effetto espansivo di impiego di risorse pubbliche, che appare già fortemente squilibrato a vantaggio dei partiti». Insomma, se proprio non si vuole usare l'accetta, che ci si metta una mano sulla coscienza. Almeno quella.

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