04/02/10

Crac e Crack - Le pillole rosse del 4/2/2009


  1. “U.S. May Lose 824,000 Jobs as Employment Data Revised”, Bloomberg. Non tutte le ciambelle riescono col buco. E neppure le statistiche. Ogni anno, a febbraio, il dipartimento del lavoro degli Stati Uniti rivede le sue stime sulla disoccupazione. Le cifre ufficiali ancora non sono disponibili (dovrebbero arrivare domani). Le prime previsioni, invece, sì. Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, l’errorino non sarebbe di poco conto: i disoccupati sarebbero ben 1 milione in più (nel periodo aprile 2008-marzo 2009) di quanto stimato. Più che pioggia, un autentico diluvio sul bagnato. E infatti.I numeri ufficiali - già prima di essere rivisti - parlavano sufficientemente chiaro. Punto primo: da dicembre 2007 (data ufficiale dell’inizio della recessione negli Usa) a dicembre 2009, i posti di lavoro andati in fumo sono stati 7,6 milioni. Punto secondo: i disoccupati a stelle e strisce - sempre a dicembre 2009 - erano un esercito di 15,3 milioni di persone (ovvero: il 10% dell’intera forza lavoro). Punto terzo: e non è finita lì: i lavoratori a stelle e strisce costretti a lavorare part time (perchè non c’è abbastanza lavoro) erano 9,2 milioni; le persone che il lavoro non lo cercavano più (perchè lo hanno già cercato disperatamente e ora si dicono “scoraggiati”), 929mila. Risultato: tra chi non ha lavoro, chi non lavoro abbastanza e chi proprio ha smesso di cercarlo, siamo arrivati - a dicembre scorso, dopo 2 anni di crisi - a quota 25,5 milioni di persone (circa). Cui ora - se gli analisti di Bloomberg dovessero aver ragione - dovremmo aggiungere un altro miloncino di disoccupati. Perchè come ha più volte ripetuto il nostrano premier Berlusconi: la crisi non è poi così seria. E le statistiche, per l’appunto, nemmeno.
  2. “Spain’s official jobless total tops 4m”, Financial Times. Se gli Stati Uniti piangono, l’Europa non ha proprio nessuna ragione di sorridere. Spagna, in primis. Il Paese del premier (ex) delle meraviglie, José Luis Rodriguez Zapatero - giusto martedì scorso - ha aggiornato la conta ufficiale dei senza lavoro: i disoccupati sono balzati a 4 milioni; ovvero il 17 e rotto per cento della forza lavoro iberica; ovvero anche il dato più alto da quando queste statistiche vengono compilate con i metodi attuali (ossia dall’anno di grazia 1996). Un caso - quello spagnolo - drammatico, ma non isolato. Nella speciale e sfortunata “classifica” della disoccupazione europea, infatti, prima è la Lettonia(con un tasso di disoccupazione al 22,8%), seguita appunto da Spagna; Estonia (15,2%); Lituania (14,6%); Slovacchia (13,6%); Irlanda (13,3%); Ungheria (10,7%) e Portogallo (10,4%) e Grecia (9,7%). La media, nell’Europa a 27, è invece poco più bassa di quella degli Stati Uniti: 9,6%. L’unica consolazione - per chi abita nel Belpaese - è che l’Italia (senza calcolare i cassaintegrati) sarebbe messa meglio. Con un tasso di disoccupazione pari a solo l’8,5%.
  3. “Sostenere le banche? E’ costato 2.500 miliardi”, La Stampa (articolo non disponibile on line). Quindici milioni di disoccupati negli Stati Uniti e altrettanti nel Vecchio continente (in Europa, per la precisione, i senza lavoro sarebbero, secondo l’istituto europeo di statistiche Eurostat, 15,7 milioni). Questo il bilancio di una crisi che ufficialmente - sic dixerunt i primi ministri di mezzo mondo, nostrano Berlusconi compreso - dovrebbe essere finita. Anche se i punti interrogativi sul futuro rimangono tanti. E il prezzo pagato elevatissimo. Non solo in termini di lavoro. La crisi - nata dagli errorucci di valutazione di alcuni dei più bei nomi dell’Alta finanza internazionale ed esplosa con il caso dei mutui subprime - ha costretto i governi dell’intero orbe terracqueo a correre ai ripari, soccorrendo banche e banchieri vari. Con un fiume di danari - pescati dalle tasche dei contribuenti - che finalmente comincia ad avere una forma definita. Secondo i calcoli della banca d’affari italiana Mediobanca, gli Stati Uniti - tra garanzie e quattrini veri e propri - avrebbero impegnato qualcosa come 1.398 miliardi di euro (circa il 10% dell’intero Pil a stelle e strisce). Mentre la vecchia Europa avrebbe messo sul piatto solo - e “solo”, si fa per dire - 1.028 miliardi di euro. Soldi davvero spesi bene. Che però non hanno impedito alla disoccupazione di esplodere. E non hanno neppure impedito ai banchieri - anche nell’anno di disgrazia (economicamente parlando) 2009 - di distribuirsi la solita ricca messe dei loro (ormai) leggendari bonus. Amen.
  4. “Morgan, in campo Bersani: Merita un’altra possibilità”. Per finire, una nota positiva. Tempi così difficili hanno finalmente spinto la classe politica italiota a far di necessità virtù. E a sposare una maggior austerità, serietà e morigeratezza. Il ministro della Gioventù,la trentenne Giorgia Meloni - che sarà sicuramente in pena per i tanti coetanei precari e senza lavoro - ieri è intervenuta sulla radio del suo ministero (che sì, ne ha una, e si chiama, senza troppa fantasia, Radio Gioventù). E ha partecipato all’intervista del cantante Marco Castoldi, in arte Morgan. Argomenti: il crack (inteso nel senso della cocaina da fumare); il passato di sballi del suddetto Morgan; e l’esclusione da Sanremo sempre di Morgan (per gli sballi&il crack). Per fortuna oggi, il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani è intervenuto. Eha detto a gran voce la sua. Chiaramente sempre sul crack e su Morgan. A cui, testuali parole di Bersani, bisognerebbe dare una seconda possibilità. Certo: ancora si parla di crack e non di crac dell’economia mondiale. Ma - rispetto al fumoso dibattito politico dell’anno scorso - si tratta comunque di un passo in avanti. Ora manca solo una consonante. Ce la possiamo fare.
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