16/03/10

COSA CI DICONO GLI INDICATORI ECONOMICI

Fino a che punto potrà peggiorare la crisi senza che questo faccia saltare la “invidiabile pace sociale” di cui tanto si vanta il ministro Tremonti ?

Stagnazione

Il collasso del settembre 2008 ha colto l’economia italiana mentre era in stagnazione già a partire dal 2002. Nel quadriennio 2002-2005 la crescita del Pil è stata di appena lo 0,6% medio annuo e per trovare un valore più basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). “Una performance così mediocre ha relegato il nostro paese nelle posizioni di coda nell'area dell'euro, cresciuta in media dell'1,3% nello stesso periodo; solo la Germania (+0,5%) non ha fatto meglio di poco dell'Italia”. Il divario di crescita con il resto di Eurolandia è rimasto ampio anche nel 2006-2007, superiore al punto percentuale.
Dopo non è andata meglio e l’Italia si conferma il paese alle prese con una discesa del Pil più alta della già bassa media europea. (Vedi il grafico n.1.) Si tenga conto che secondo altre autorevoli fonti il l’Italia ha perso in Pil ben il 6,5%.



Grafico 1

Il crollo della produzione industriale

La produzione industriale italiana è cresciuta a gennaio del +2,6% rispetto a dicembre). L’ISTAT non aveva fatto in tempo a diffondere questo dato che Berlusconi in persona non ha esitato a cantare vittoria e a proclamare che il paese si sta ormai lasciando alle spalle la “crisi”.

Quanto scarsa sia l’attendibilità di questa previsione lo si capisce facilmente se si tiene conto che viene compiuta da uno che la “crisi” l’ha negata fino all’ultimo, che ha sostenuto che il problema era soltanto “psicologico” (sic!), e che l’economia dei titoli e della carta non aveva nulla a che fare con quella reale. La situazione reale è che, fatto pari a 100 il valore del 2005 la produzione industriale italiana raggiunse il suo massimo pre-crisi nell’aprile 2008 con il valore di 108,9. Il collasso del settembre 2008 l’ha fatta precipitare, al punto che nel marzo 2009 si toccò il valore del 81,1, con una contrazione del 26% (grafico n.2). La “ripresa” tanto decantata consiste nel fatto che l’indice di gennaio sta al 87,9, ovvero il 19% in meno rispetto ai valori precisi. Gli analisti affermano che di questo passo la produzione industriale tornerà ai livelli pre.2008 solo nel 2013.



Grafico 2

L’aumento della disoccupazione

Abbiamo così che il tasso di disoccupazione continua a salire e a gennaio si posiziona all'8,6%, dall'8,5% di dicembre 2009. Lo comunica l'Istat, sottolineando che è il dato peggiore da gennaio 2004. (vedi grafico n.3)
A questo dato occorre aggiungere quello sulle ore di cassa Integrazione autorizzate: nel periodo gennaio-maggio 2008 le ore concesse dall’Inps, per la CIGO erano 37.391.912 al 30 maggio del 2009 sono state 211.666.310, con un aumento percentuale circa del 466,08 %. Se si sommano il tasso di disoccupazione (e quello reale è sempre più alto di quello formale) e quello della Cig (che spesso è solo l’anticamera del licenziamento) abbiamo un tasso effettivo di inoccupati che è probabilmente il più alto d’Europa, secondo solo a quello della Spagna, notoriamente il paese più colpito dalla crisi.
Se consideriamo il tasso di disoccupazione giovanile, l'Istat di dice che è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali rispetto a gennaio 2009.
L'occupazione a gennaio è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, mentre ha perso l'1,3% rispetto a gennaio 2009, pari a 307mila unità in meno. Per finire, il numero delle persone in cerca di occupazione a gennaio risulta pari a 2.144.000, in crescita dello 0,2% (+5mila) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334mila) rispetto a gennaio 2009. si tratta dell'ottavo incremento su base mensile consecutivo.


Grafico 3

I salari

Salta all’occhio che l’aumento della produzione industriale non solo non ha fatto scendere il numero dei disoccupati, anzi, lo ha accompagnato. Ciò mette in risalto una tendenza che molti analisti hanno segnalato: ovvero che anche in caso di ripresa non si tornerà ai livelli di occupazione ante crisi o, il che fa lo stesso, che il Capitale vorrà accrescere la produzione senza assumere nuova forza lavoro. Una prima conseguenza è che l’eventuale “ripresa” del ciclo non porterà ad una distribuzione della ricchezza verso il lavoro salariato, che andrà invece a vantaggio del Capitale, desideroso di ottenere più alti tassi di produttività per reggere l’aspra competizione globale. Si tenga conto che l’Italia, a parità di salario, conosce già uno dei più alti tassi di produttività del lavoro, cosa questa, da non confondere con il tasso di produttività globale, che tiene conto di altri fattori sistemici.
Per capire la condizione dei lavoratori italiani si guardi il grafico n.4, che ci da conto delle retribuzioni nette dei dipendenti, privati e pubblici. Come si può vedere siamo ai più bassi livelli d’Europa, dietro ai “maiali” come l’Irlanda e la Spagna. Dal punto di vista della “Povertà dei lavoratori” dipendenti, anche tenendo conto dei trasferimenti sociali, i lavoratori italiani sono in testa, con davanti solo la Grecia, la Polonia e il Portogallo.


Grafico 4

Una domanda

La situazione per i lavoratori salariati italiani, quelli privati anzitutto, è una delle più gravi d’Europa. Se la tanto agognata “ripresa” non sarà molto forte (e per forte non si può intendere qualche decimale di Pil il che equivale in realtà a dire stagnazione) essa è destinata a peggiorare. Fino a che punto potrà peggiorare senza che questo faccia saltare la “invidiabile pace sociale” di cui si vanta tanto il ministro Tremonti ?

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