04/03/10

Le ombre nere di Gianfranco Fini dietro la vicenda Di Girolamo



Pochi istanti fa il Senato della Repubblica, percorrendo una strada obbligata a senso unico, ha chiuso una delle pagini più umilianti della sua storia più recente. Il "ballo della scopa", organizzato nelle aule di Palazzo Madama e di Montecitorio degli ultimi giorni con in mano la responsabilità politica della candidatura illegale e macchiata dall'ombra della 'ndrangheta dell'onorevole Nicola Di Girolamo, è terminato poco prima delle 13. La musica si è fermata. E il bastone è rimasto nelle mani del futuro ex Senatore del Popolo della Libertà, Nicola Paolo Di Girolamo.
La "mela marcia" è stata gettata via, per la somma gioia di altre "mele marce" che oggi, tra i tanti, tributavano un rispettoso applauso al collega dimissionario, comodamente sedute tra i banchi dell'aula.

Una delle peggiori truffe degli ultimi anni, il "sistema carosello", un articolato puzzle internazionale che collega compagnie telefoniche nazionali alla 'ndrangheta, passando per "alta politica" e antica manovalanza nazi-fascita, finalizzato all'incasso di un IVA al 20% non dichiarata, per un guadagno illecito complessivo di 2,2 miliardi di euro, oggi incontra la fine del primo atto.

E richiama alla mente il 29 gennaio dello scorso anno, quando la stessa aula che oggi tuona quasi all'unanimità contro il "corrotto" allora lo difendeva dall'incontrovertibile accusa di essersi candidato illegalmente.
Si trattava di un semplice capo d'accusa, lo stesso che oggi lo vede protagonista del maxi-scandalo. Allora le testimonianze-chiave di chi aveva più o meno consapevolmente aiutato l'avvocato Di Girolamo a commettere gli illeciti necessari per entrare nelle larghe braccia del potere istituzionale (Oronzo Cilli, stagista presso l'Europarlamento, Aldo Mattiussi, funzionario del Consolato italiano in Belgio, Dario Ferrante, coinquilino di Cilli) ponevano pochi dubbi sull'esito della vicenda. Così come oggi le intercettazioni raccolte non lasciano troppo spazio alle interpretazioni.
Allora fu la Giunta per le Elezioni e le Immunità del Senato, a grande maggioranza, a chiedere l'annullamento delle elezioni. Oggi è lui stesso a farlo.

Eppure, per qualche misteriosa circostanza, gli esiti di due casi tanto simili sono divenuti profondamente diversi.

Allora le motivazioni a difesa del senatore-imputato erano numerose.

Il senatore Sergio De Gregorio (PDL), allora, dichiarava: "Vorrei che quest'Aula desse il tempo anche al senatore Di Girolamo di dimostrare la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati [...] dobbiamo guardare al caso Di Girolamo passandoci la mano sulla coscienza e concedendo a tutti noi tempo adeguato per stabilire che esito avrà l'azione penale".

Maurizio Gasparri (PDL) aggiungeva: "Il nostro voto determinerebbe non solo una decisione sulla composizione dell'Assemblea, ma avrebbe conseguenze di altra natura (gli arresti domiciliari, ndr) che il Senato giudicò eccessive lo scorso 24 settembre".

Franco Orsi (PDL) era ancora più chiaro: "Nel nostro ordinamento non esiste la possibilità di revisione e noi potremmo correre il rischio che la magistratura ordinaria emetta un giudizio diverso da quello pronunciato dalla Giunta delle elezioni".

Andrea Pastore (PDL) si lanciava oltre lo steccato tirato su dai propri colleghi, dichiarando: "Guai se si aprisse per ogni questione di elettorato passivo o attivo una vicenda giudiziaria vertente sul fatto che l'elettore o il candidato risiedesse o meno in quel territorio, in quel Comune!".

Oggi, il "garantismo" ispirato all'attesa di una sentenza definitiva seppure scontata e lo scudo politico contro l'umiliazione degli arresti domiciliari e contro la manomissione del plenum del parlamento divengono improvvisamente concetti senza alcun valore.
L'aria quasi primaverile che si respira già oggi in attesa del 28 marzo 2010 rende la questione morale predominante nel confronto con la tutela degli interessi personali.

Nei giorni scorsi la stampa nazionale ha caricato di un profondo interesse la posizione di Stefano Andrini, nominato dal sindaco Gianni Alemanno amministratore delegato di Ama Servizi (l'azienda municipalizzata che si occupa della gestione dei rifiuti della capitale) nonostante il celebre passato di nazifascista, nel momento della scoperta di un suo ruolo importante nella candidatura di Di Girolamo. Eppure appena 12 mesi fa, il Senato era impegnato a leggere le carte della Procura di Roma [PDF], in cui il nome di Andrini già saltava fuori, chiamato in causa dai regolari inquilini dell'appartamento a Bruxelles in cui l'onorevole Di Girolamo fingeva di risiedere per garantirsi il ruolo di candidato di spicco nelle liste del PDL in Europa.

Oggi la stampa nazionale scopre il suo ruolo fondamentale per la prima volta.

Così come per la prima volta cominciano a fare scalpore le intercettazioni dei "tutori" di Nicola Di Girolamo in cui tirano in ballo il ruolo dell'attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini, nella sua candidatura, oltre a Gianni Alemanno, Claudio Scajola e il senatore Pdl Aldo Scarabosio.

"Non ricordo nemmeno di averlo conosciuto Di Girolamo. [...] Mi pare di poter escludere a priori di averlo "convocato". In conversazioni come queste c’è chi magari può arrivare a millantare" è stato il commento dell'ex leader di Alleanza Nazionale.

Non sono rari i casi di delinquenti (o presunti tali) impegnati a millantare amicizie, dialoghi e accordi con persone che nemmeno conoscono. Ma sono rari i casi di candidati senatore del PDL che, in campagna elettorale, si possano permettere di tirare in ballo un tale Gianfranco Fini senza il rischio di essere smentiti.

"Mi sono occupato dell'Italia nel mondo. Poi mi ha chiamato Gianfranco Fini e mi ha chiesto di occuparmi anche degli italiani nel mondo".
Nicola Paolo Di Girolamo, 11 marzo 2008. Charleroi, Belgio. Un mese prima delle elezioni.

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