31/05/10

La manovra che cancella la favola berlusconiana

Ieri è stata la volta di Famiglia Cristiana che nel suo ultimo numero ha attaccato duramente il “modus operandi” del Governo in merito all’imminente manovra fiscale. L’articolo «Tremonti, che strizzata!» del vicedirettore del periodico paolino, Fulvio Scaglione, parla di una operazione che vede «la crisi sbarcare ufficialmente anche in Italia» pagata «dipendenti pubblici e gli enti locali». Il settimanale ha anche ricordato che «tutti i Governi di Silvio Berlusconi hanno prodotto l’aumento del debito pubblico, non la sua riduzione. E poi chiedersi chi farà davvero i sacrifici da (quasi) tutti considerati inevitabili. Berlusconi ha come sempre ribadito che non sono state aumentate le tasse. Bisogna vedere se il cittadino medio ci ha guadagnato. Difficile che siano contenti i 3,5 milioni di dipendenti del pubblico impiego i cui salari sono congelati fino al 2013. Possibile invece che applaudano i proprietari di case irregolari o mai denunciate, per le quali si prospetta un condono. Difficile che piaccia alle famiglie il congelamento dei ranghi degli insegnanti di sostegno o che siano felici i figli dei dipendenti degli enti e degli istituti di ricerca che la manovra abolisce» aggiungendo in conclusione che «in ogni caso la manovra spazza in un sol colpo le favolette sull’eccezionalità italiana con cui ci siamo consolati in questi due anni, ascoltando perplessi il racconto delle difficoltà altrui al telegiornale della sera. E per essere piu’ chiari: alla crisi della Grecia abbiamo dedicato 5 miliardi, gli altri 19 sono debiti nostri».

Il premier Silvio Berlusconi nel suo discorso di ieri invece ha accusato della situazione attuale i governi del passato e cioè «quelli consociativi della Prima Repubblica» e «quello di sinistra che dieci anni fa approvò la riforma del titolo V della Costituzione dando alle Regioni un potere di spesa sganciato dalla realtà». Due accuse che vedono però come bersagli non dichiarati prima i governi guidati da Bettino Craxi, ritenuti da tutti come l’esempio massimo di sperpero pubblico in quegli anni e poi, in merito alle modifiche al V titolo della Costituzione, il governo dell’Ulivo guidato da Massimo D’Alema che portò questa legge al referendum confermativo del 7 ottobre 2001:

«Questa riforma, realizzata dall’Ulivo sulla base di un testo approvato da maggioranza e opposizione nella Commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta dall’onorevole D’Alema, non è stata appoggiata dal quorum dei 2/3 del Parlamento: ciò ha permesso l’indizione di un referendum per chiederne all’elettorato l’approvazione o la bocciatura. Attraverso il voto popolare del referendum, svoltosi il 7 ottobre 2001, il 64,20% dei votanti (34,10% di affluenza) ha espresso la volontà di confermare la riforma, entrata poi in vigore l’8 novembre 2001 (Wikipedia)».

Alla luce di tutto questo le colpe attuali ricaderebbero ancora una volta sui cittadini che con il loro voto approvarono questa legge. Cittadini non sicuramente aiutati dai loro rappresentanti che nel 2001 e proprio nei giorni precedenti al voto, mostravano in merito idee molto contrastanti anche all’interno dello stessa coalizione:

«Il centrodestra, invece, presenta un panorama molto variegato. Se Bossi se ne starà a casa, Gianfranco Fini e Francesco Storace andranno alle urne per votare NO. “Andrò a votare e voterò no. Questo è un referendum superato, perché qualunque sia l’esito, presenteremo la nostra riforma”, spiega il vicepresidente del Consiglio. Ma, per esempio, Raffaele Fitto, forzista presidente della Puglia, voterà e voterà SI. “Voto SI non per fermare Bossi e non per gli slogan politici di questi giorni“, dice Fitto. Secondo il “governatore” pugliese “è evidente che io voto “sì” perché questo referendum lo hanno proposto le Regioni e perché sicuramente rappresenta un passo in avanti“. La stessa posizione è stata assunta anche da Gianfranco Miccichè: “E’ il primo passo per far entrare il federalismo nel sistema. Ma poi cambieremo la legge. Si tratta di un referendum senza quorum, quindi non è un atteggiamento costruttivo quello di chi dice “non votate perché fallisce”, spiega Miccichè.»

Passati 9 anni diventa facile scaricare le proprie responsabilità, servendosi anche della poca memoria degli italiani. Miccichè, allora viceministro dell’Economia parlò appunto di modifiche ad una legge indigesta alla maggior parte della sua coalizione. Una legge che una parte politica al governo nei successivi 5 anni (più 3 attuali) non modificò per niente. Una situazione che ricorda quella dell’indulto: una legge vergognosa approvata grazie ai voti di Forza Italia ma che nei mesi successivi distrusse mediaticamente ( e non solo) solamente la parte politica che l’ha propose. Il centrosinistra avrà imparato la lezione?



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