28/06/10

Il ministro senza ministero Aldo Brancher, l'uomo a Pontida di Silvio Berlusconi


Un ministro senza ministero, un ministero senza un nome e senza competenze, un imputato che sembra non scambiare neanche mezza parola con i propri legali, un politico incaricato di un ruolo di prestigio che non ha idea di come esercitare.
E' questo l'attuale "status istituzionale" di Aldo Brancher, neo-ministro per il governo Berlusconi IV (il ventiquattresimo, appena una tacca dietro il celebre maxi-sofà dell'esecutivo Prodi II).

Eppure la figura del protagonista politico del momento non è quella di una seconda o terza linea all'interno dell'apparato politico berlusconiano. Aldo Brancher è quello che si potrebbe definire, seguendo un azzardo del tutto ipotetico per quanto difficilmente smentibile, un vero deus ex machina della linea politica del premier Silvio Berlusconi.

Collaboratore Fininvest sin dal 1982, in stretti rapporti da sempre con Felice Confalonieri e Marcello Dell'Utri, ufficialmente in politica solo dal 1999, è uno degli uomini più importanti e uno dei collaboratori più fidati di Silvio Berlusconi.
E' forse l'uomo che più ha lavorato nel 2000 per ricucire la frattura tra quel Bossi "con cui Berlusconi non avrebbe più condiviso un tavolo" e quel Berlusconi "fascista, mafioso e piduista" per l'ex alleato leghista. E' a lui che Berlusconi e Bossi devono forse, oggi, il successo della loro macchina politica.

Ed è sempre lui l'artefice involontario del recente attrito tra i due leader del centrodestra a causa della sua nomina a ministro per l'attuazione del federalismo, che costringerà lo stesso premier a modificare il nome del nuovo e misterioso dicastero in un più digeribile "sussidiarietà e decentramento".
Tre ministri, Bossi, Calderoli ed ora Brancher, leghisti i primi due, forzista filo-leghista il terzo, con un unico obiettivo, il "federalismo", ed una triplicazione di incarichi e stipendi.
Quasi a voler suggellare affermativamente i dubbi dei tanti che vedevano e vedono nel federalismo un'ulteriore occasione di sperpero di denaro pubblico.

E' una delle tante metafore viventi di quella profonda differenza esistente tra la prima tangentopoli (quella del "furto per il partito") e la seconda, attualissima (quella del "furto per sé stessi"): condannato nei primi due gradi per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti ai tempi di Fininvest 1992 (poi archiviato in Cassazione per depenalizzazione del reato e decorrenza dei termini), indagato per riciclaggio e appropriazione indebita nel processo sul filone Antonveneta all'interno del maxi-scandalo Bancopoli.

La tempistica con cui si sono susseguiti la sua nomina a ministro (18 giugno), la sfuriata di Bossi sulla delega al federalismo (20 giugno), la successiva modifica al nome del dicastero (21 giugno) ed, infine, l'utilizzo del "legittimo impedimento" per evitare l'udienza di fine giugno al processo BPI-Antonveneta (24 giugno) ha fatto gridare allo scandalo l'intero mondo politico, in una inedita indignazione bipartisan.

Persino il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, notoriamente restio a cavalcare questioni politico-giudiziarie e sempre pronto a rimarcare la marginalità delle sue competenze, si è inserito a forza nel dibattito sull'immunità, alzando la voce contro l'uso così spregiudicato della recente norma salva-ministri e criticandone l'applicazione nel particolare caso Brancher.
Un atto che travalica le proprie competenze, ma che, a quanto pare, di tanto in tanto e a proprio gusto, è possibile fare.

Gli alleati "finiani", il manipolo di sabotatori del governo sempre pronti però a serrare i ranghi quando serve, scoprono con oltre 3 mesi di ritardo il reale scopo applicativo della legge sul "legittimo impedimento".
Mentre il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, riesce a scaricare ogni responsabilità sul suo amico-alleato Brancher, evitando accuratamente di criticare il gesto ai limiti della concussione politica e morale (lo smaccato utilizzo del ruolo pubblico per i propri tornaconti personali), ma imputandogli scarsa furbizia per non aver aspettato alcuni giorni al fine di non destare tutti questi sospetti.

A reagire, alla fine, è lo stesso Brancher, visibilmente irritato, nella giornata di ieri, in cui respinge ai vari mittenti la pioggia di critiche precipitatagli addosso.
In sintesi, l'ennesimo scontro interno alla maggioranza in grado di solleticare i palati dei giornali "critici" e di lanciare la scelta delle barricate per quelli "allineati".

E che occulterà, ancora una volta, i dati di fatto.

Primo: i legali di Brancher hanno presentato formale richiesta di "legittimo impedimento" non sulla base dell'organizzazione del ministero (secondo quanto dichiarato da Brancher), ma in virtù del varo di alcune leggi impellenti. Sull'ammissibilità il giudice Annamaria Gatto deciderà il prossimo 5 luglio e, in conseguenza del quale, deciderà se ricorrere per incostituzionalità della norma presso la Consulta, stralciando in ogni caso la posizione di Brancher dal processo che vede la moglie co-imputata e, ritardando, in ogni caso l'avvio del dibattimento.

Secondo: il processo doveva avviarsi prima delle ferie di agosto, tra il 20 e il 31 luglio, mentre ora, stando a quanto riferisce il pm Eugenio Fusco, sarà destinato a procrastinarsi quasi inevitabilmente.

Terzo: in commissione Affari Costituzionali del Senato è già in discussione il Lodo Gasparri-Quagliariello, che garantisce immunità totale a tutti i ministri del governo.
Solo tre articoli per una doppia lettura Camera-Senato molto rapida.
Una volta approvato, con tanto di firma presidenziale, la legge sul "legittimo impedimento" diventerà carta straccia, un ricordo del passato. E a quel punto, non ci saranno capi di Stato, leader leghisti o "finiani" che tengano.

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