14/11/10

La forza di non cedere alle sirene berlusconiane.

Il mafioso eroe. I magistrati cancro della democrazia. I giudici della Corte Costituzionale di sinistra. La Costituzione bolscevica. Il presidente della Repubblica che sappiamo da che parte sta. E poi i motti (meglio le belle donne che gay), l’autostima (sono il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni), le promesse (sconfiggeremo il cancro in tre anni), le battute (orcodio). Infine, l’invito: non leggete i giornali, dicono solo bugie. Come i sondaggi che gli sono sfavorevoli (falsi, il 60% degli italiani è con me), chi va in piazza contro di lui (quattro gatti, e tutti potenziali Tartaglia) o lo contesta (mai visti, non c’era nessuna contestazione). Tutte menzogne dettate dall’invidia e dall’odio (ma che per fortuna sono sconfitte dall’amore). Tutti tentativi di ribaltare l’unica vera democrazia possibile: la sua.

A leggere Berlusconi d’un fiato, se ne capisce perfettamente la strategia: sparala più grossa che puoi, così sarai in prima pagina. Insulta più che puoi, così il tuo nome sarà al centro di tutte le discussioni, nei bar come su Facebook, nei talk show come nei programmi di approfondimento culturale. Urta i nervi, sii politicamente scorretto, sdogana le puttane, le barzellette fuori luogo, le corna, le discriminazioni, le esagerazioni, gli attacchi personali e alle istituzioni, le pure e semplici bugie. L’importante è destare scalpore, dare la scossa al telespettatore-elettore che altrimenti si addormenta tra una pubblicità e l’altra.

E’ l’equivalente delle esplosioni a catena in un film d’azione, dell’inseguimento in un thriller, della sparatoria in un western. Finzione, ma che gioca con la realtà. E che proprio per questo, ci fa incazzare. Ci divide. Ci mette l’uno contro l’altro. Ci fa pensare sempre e comunque a lui. Bene o male, purché se ne parli. In particolar modo ora che la sua parabola è in fase discendente, bisogna esasperare ancor più i toni, aumentare il numero, la frequenza e l’ampiezza delle sparate. Perché l’attenzione si sta affievolendo, già il canto di altre sirene (finiane, montezemoliane etc.) inizia a distrarre il pubblico pagante.

Difficile uscirne. Perché è una strategia che si trasmette da persona a persona, va oltre Berlusconi e il berlusconismo ed è diventato un carattere permanente del nostro confronto politico. Perché a spararla grossa si fa il titolo. A fare il titolo si finisce sui media. E finendo sui media ci si assicura notorietà e quindi voti. Se poi si dovesse fare il passo più lungo della gamba ci sono le smentite. Tanto i giornali pubblicano tutto. E possono fare gli editoriali disfattisti-moralisti che piacciono tanto a chi scrive e a chi legge. Una sorta di rito masturbatorio che riporta il livello della pressione al punto di partenza. E ci prepara al prossimo climax di polemiche sul nulla.

Ci siamo cascati tutti, io in primis: è inevitabile. Scatenare una reazione emozionale è proprio l’obiettivo di quelle provocazioni. E Berlusconi ne è un maestro, l’interprete più spregiudicato e visionario. Gli altri, i Bocchino, i Di Pietro, non sono che pallide imitazioni. E infatti i loro risultati non sono altrettanto buoni. Ma in generale il meccanismo funziona. E’ il prezzo della democrazia per telespettatori: se li annoi con le cose serie cambiano canale; se invece li tieni incollati al nulla, magari borbottano e si lamentano che qualcuno li tiene incollati al nulla, ma ci restano. E, soprattutto, possono continuare a borbottare e lamentarsi. E quello ci piace tanto, perché ci fa sentire migliori degli altri, impegnati e magari anche un po’ incompresi, che ha sempre fascino.

Io preferirei un sistema dei media che non faccia da megafono a qualunque idiozia passi per la mente del presidente del Consiglio. Ma è semplicemente fuori dallo stato delle cose possibili. Quindi dovremmo adoperarci tutti per farne un uso consapevole. Imparare a distinguere serietà e idiozia. E’ un compito ingrato, che dovrebbe spettare a noi giornalisti, ma che non possiamo fare. Perché se non hai una prima pagina sull’ultima sparata di Berlusconi, magari con tanto di editoriale, non esisti. Quindi tocca al lettore/telespettatore. A ogni cittadino. E’ un paradosso e una ulteriore fatica: leggere e trovare la forza di non commentare a caldo, di non reagire d’impulso. Non cedere al canto delle sirene. Non sprecare le proprie energie per una stupidaggine, per poi trovarsene privi quando servirebbero davvero: solo così si esce da un meccanismo che ha portato a sostituire la politica con la comunicazione politica. E la realtà con un racconto esasperato, surreale, di ciò che ne resta.

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