09/01/11

Ok per le uova. Ma vogliamo pensare ai mangimi?

Tutti a tranquillizzare sulla sicurezza delle uova. Siamo alle solite: "scegliete uova italiane (quelle con la stampigliatura IT) e potete mangiare sereni", come se i prodotti italiani fossero sempre immacolati e per default migliori dei prodotti esteri. Come se ormai tutta la filiera agroalimentare non fosse un sistema interconnesso tra Paesi e persino tra continenti, come se esistessero grandi muraglie invalicabili che impediscono, ad esempio, ad un allevatore italiano di dare mangimi tedeschi ai propri polli (a loro volta magari provenienti dall'Olanda, e che saranno poi impacchettati in Ungheria e venduti in Spagna).

Appunto: se le uova nostrane sono tanto "sicure", vogliamo però parlare dei mangimi? Eppure, non è la prima volta che si scoprono mangimi alla diossina in giro per il continente. E Ticino Online, dalla Svizzera, rivela qualche retroscena: "Circa l'80% di tutta l'esposizione della popolazione alla diossina, che secondo l'Organizzazione mondiale della sanità si colloca sui limiti superiori dei livelli ancora accettabili, avviene attraverso i mangimi". Non sarei tanto convinta che l'Italia rappresenti una fulgida eccezione. Secondo Foodwatch poi, il governo tedesco chiude volentieri un occhio sulle attività più o meno disinvolte dei produttori di mangimi, per non appesantire con troppi controlli l'export delle carni. Inoltre, l'azienda produttrice dei mangimi non è un sottoscala di malavitosi, ma un colosso, Harles und Jentzsche, che ha rilevato gli impianti dalla Henkel e che ragionevolmente non si limita a vendere i propri prodotti ai contadini del circondario.

Le misteriose vie dei mangimi non sono di facile percorrenza, e difficilmente scopriremo se e quanto i mangimi alla diossina siano arrivati nel nostro Paese (anche in altre occasioni e da altri produttori). Intanto, però, eviterei di credere all'ameno quadretto delle galline italiche alimentate col pane secco della nonna. Il pollaio dei nostri sogni non esiste più da un pezzo...

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