10/05/11

Lettera aperta ai conduttori di programmi di approfondimento politico.

Cari Bruno Vespa Gad Lerner Michele Santoro Giovanni Floris Ilaria D’Amico Gianluigi Paragone Lilli Gruber (e tutti gli altri conduttori di programmi di approfondimento politico),

rappresenterò una minoranza dei vostri telespettatori, ma mi sono stufato di guardare puntate generiche su Silvio Berlusconi. Sul suo essere o meno una minaccia per la democrazia, per esempio. Sul suo rapporto con la giustizia, il sesso o il buongusto. Sulle ragioni del suo successo o del suo sempre imminente tramonto.
Mi rendo conto che sia il presidente del Consiglio, e le sue mosse necessitino uno scrutinio costante e attento. Eppure non mi sembra, se posso avanzare un’immodesta critica, che farne l’eterna biografia o cavalcare qualunque sua (astuta) provocazione mediatica avanzi granché il giornalismo nella sua missione di controllo del potere. Forse sbaglio a caricare di così tanto significato il vostro lavoro. Ma non riesco a non prenderlo sul serio. Su questo, almeno, spero di non essere in minoranza.
Mi sono stufato anche degli intellettuali e dei giornalisti che chiamate di solito in studio per svolgere l’ingrato compito di dover ripetere da 17 anni gli stessi ragionamenti – solo in modo più confuso, autoreferenziale, soporifero – su Berlusconi. Del resto anche loro sono sempre gli stessi. E non sorprende che siano annoiati, ed annoino. Credo che vedere sullo schermo dei lineamenti sconosciuti potrebbe acuire la curiosità almeno per qualche minuto. E poi ci sarebbero parole nuove, idee nuove, forse quel briciolo d’imbarazzo di fronte alle telecamere che rende la finzione un po’ meno finta, gli automatismi un po’ meno automatici, gli ospiti un po’ più ospiti.
Cambiare interpreti, insomma, renderebbe lo spettacolo più vario. Ma mai quanto cambiare spettacolo. Perché se è vero che quello che sta andando in scena è importante, è altrettanto vero che, tra quelli ricoperti di polvere, il cui copione non recita nessuno, ce ne sono di altrettanto importanti.
Non voglio muovere una critica sterile o qualunquista, dicendo ci sarebbe altro di cui parlare senza dire di che cosa mi piacerebbe sentirvi parlare. E avanzo anzi una proposta: visto che sono in scadenza i cento giorni dell’appello di agendadigitale.org, perché almeno uno di voi non coglie l’occasione per imbastire una puntata sull’importanza dello sviluppo della rete in Italia? Uno studio della Boston Consulting Group, uscito di recente, mostra che la internet economy nel nostro Paese produce il 2% del Pil, come l’agricoltura. In cifre fanno 31,6 miliardi, ma in cinque anni saranno – nonostante la politica – il doppio.
Che dite, devo continuare ad annoiarmi e spegnere la televisione oppure c’è la speranza, almeno per il pubblico pagante, di vedere una puntata di Porta a Porta, Annozero o Ballarò dedicata a promuovere un dibattito pubblico su questo aspetto fondamentale – e oggi mediaticamente impalpabile – del nostro presente e, soprattutto, del nostro futuro?
Forse rappresento la minoranza, lo ribadisco, ma dopotutto siamo in democrazia, e per una volta potreste barattare lo share con un applauso a scena aperta.
E poi, tra gli altri, avreste un vantaggio: invece di attorcigliarvi intorno all’ennesima riformulazione del quesito generale e totale sull’anomalia berlusconiana, potreste darvi alle domande dirette. Come prendere il ministro Romani e chiedergli: ministro, perché il nostro è l’unico paese al mondo insieme a Libia e Somalia a non possedere un’agenda digitale? Certo, non ci sono oscure trame massoniche né lenzuola sfatte, non si può parlare di «clima d’odio» né tirare in ballo il proprio essere servi o uomini liberi. Ma forse almeno alcuni cittadini potrebbero voler sentire la risposta.

In fede,

Fabio Chiusi

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