15/05/11

L’orrido pasto.

Ha ragione Michele Serra (Amaca di oggi, su Repubblica): un Paese in cui si discute se una falsa accusa porti o sottragga voti a chi la scaglia è un Paese che con il voto si gioca il suo rapporto con la realtà. E da quando Letizia Moratti, giovedì scorso, ha condannato per furto il suo sfidante, Giuliano Pisapia, al contrario amnistiato prima (ma sarebbe stato comunque assolto per mancanza di prove) e assolto nel merito poi (per il gesto, sconosciuto a una certa politica che Moratti difende in modo indefesso da decenni, di aver rinunciato egli stesso all’amnistia), troppi media si sono lasciati colpevolmente guidare dalla sua strategia (ma sarebbe meglio chiamarla contromossa) comunicativa.

Che, in sostanza, ha risposto all’imperativo di minimizzare, distorcendola, la falsa accusa pronunciata (come ha fatto il Giornale); tacerla (come ha fatto il Tg1, che nella edizione delle 20 di giovedì ha dedicato all’episodio, di chiara rilevanza nazionale, una decina di secondi e nemmeno un servizio); o ancora, di inserirla in uno «scambio di veleni» tra candidati a fine campagna elettorale (e qui gli esempi si sprecano). Peccato che da una parte ci fosse un candidato sindaco che cita o dimentica pezzi di sentenze passate in giudicato a suo piacimento a scopi elettorali (se anche diffamatori lo stabilirà la giustizia), e dall’altra un candidato sindaco costretto a subire la falsità senza nemmeno avere il diritto di replica. Non proprio uno «scambio di veleni».

Parato in qualche modo il colpo, anche grazie all’aiuto dei soliti giornalisti indulgenti, Moratti ha subito sfruttato l’attenzione mediatica catalizzata per trasformare il dibattito. E farlo diventare una sorta di referendum sull’opportunità o meno che Milano sia governata da chi «frequentava terroristi». Di nuovo i giornali amici hanno potuto consumare l’orrido pasto. Con picchi su Libero che è bene riportare, a futura memoria:

Libero del 13 maggio.

Libero del 14 maggio.


Nel mezzo ci si è messo pure Michele Santoro, che ha deciso di dedicare un’intera puntata di Annozero allo scontro. Dando così modo a Daniela Santanchè di ribadire il concetto una ventina di volte in prima serata, e insomma finendo per legittimare anche agli occhi del suo pubblico (certamente non filo-morattiano), l’idea che in effetti sul passato di Pisapia ci fosse da discutere, che fosse un argomento utile ai cittadini in procinto di recarsi alle urne. Altro che programmi elettorali. Altro che raffronto tra promesse e cose fatte (e racconto delle cose fatte).

A questo modo, il discorso è definitivamente slittato da quello, fondamentale, che cercava di ribadire la differenza tra verità e menzogna nelle parole della Moratti a quello, a lei congeniale, sul passato dello sfidante. Con l’ulteriore effetto paradossale di rendere la posizione della Lega («parliamo del futuro di Milano, non del passato di Pisapia», ha detto in sostanza Matteo Salvini) quella di accorti statisti. Loro, «i veri moderati», si è letto.

Insomma, Berlusconi ha vinto (mediaticamente) di nuovo: è riuscito a imporre l’idea che il voto amministrativo a Milano sia in realtà un voto politico; a sdoganare il paragone tra magistrati e brigatisti, prima, e tra Pisapia e il terrorismo, poi; a trasformare, in sostanza, il tutto nell’ennesimo sguaiato referendum su se stesso. Territorio dove, la storia lo insegna, ha ottime possibilità di vincere. Il tutto con la complicità di un sistema dell’informazione che in troppi casi insegue la polemica a ogni costo (e il relativo audience) piuttosto dell’interesse dei lettori. Che a questo punto si spera siano in grado di giudicare i fatti nonostante certa stampa. Solo in quel caso, infatti, ciò che in qualunque paese normale sarebbe un colpo mortale alla credibilità di un candidato diverrebbe, anche in Italia, un colpo mortale alla credibilità del candidato Letizia Moratti.

Niente di nuovo, tutto sommato. Ed è questo a essere veramente grave.

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