23/07/11

No, non è il Novantadue


A leggere i giornali, sembra che il tempo non passi mai. Quando - a maggio scorso - le non proprio invincibili armate berlusconiane hanno perso le elezioni a Napoli e Milano, l’editorialista di Repubblica, Michele Serra e il vicedirettore de La Stampa, Massimo Gramellini hanno commentato pressoché all’unisono: sono finalmente finiti gli anni Ottanta, quelli della Milano da bere e del Berlusconi sempre vincente. “E’ stato il decennio più lungo della nostra storia”, scrissero in coro. E vabbé. E ora? E ora, a quanto pare, avremmo fatto un piccolo passetto in avanti. I giudici, infatti, hanno ripreso a scoperchiare pentoloni e a indagare politici - a Monza, come a Napoli e come a Parma - a ritmo industriale. E - eureka! - è finalmente diventato chiaro a tutti che il nostro debito pubblico - che ha raggiunto il 120% del Pil - è sul punto di esplodere. E quindi che anno è? Ovvio: è come nel 1992, hanno scritto frotte di editorialisti questa settimana.

Ma, nella realtà il tempo passa eccome. E no, non è il Novantadue e non è neppure come nel Novantadue. E’ - nel bene e soprattutto nel male - il 2011. E la differenza c’è e si vede.

I Novanta sono stati gli anni della fine della guerra fredda e degli Stati Uniti unica superpotenza. Nel secondo decennio di questo Ventunesimo secolo, è un Paese ex comunista come la Cina a trainare l’economia mondiale, mentre il baricentro del mondo sembra spostarsi dall’Atlantico al Pacifico. In mezzo ci sono stati vent’anni di guerre (Balcani, Iraq, Afghanistan); un boom economico che in Occidente sembrava non avesse mai fine; e poi una crisi - quella cosiddetta dei mutui subprime - che sembra aver completamente scaravoltato gli equilibri del mondo. E’ cambiato il contesto in cui ci muoviamo: non siamo e non saremo più un bastione contro l’avanzata del comunismo, come e durante la caduta del muro; non abbiamo e non avremo più quella importanza geopolitica che avevamo negli anni Ottanta. Che con buona pace di tutti - Berlusconi e gli opinionisti di destra e sinistra - sono finiti da un pezzo.

Ma è cambiata anche l’Italia. Le coppie di fatto, brutto giro di parole per dire che tante persone preferiscono non sposarsi più né davanti al prete, né altrove. L’avvento di internet. La grande serrata dei piccoli negozi e il moltiplicarsi dei centri commerciali. E ancora. Da una parte: le ondate migratorie che - nel giro di pochi anni - hanno portato qui milioni di stranieri e hanno fatto diventare la nostra società multietnica. Dall’altra: le tante aziende che hanno fatto le valigie e trasferito la loro produzione in Paesi dove la manodopera costa meno - come, da ultimo, la Fiat in Serbia.

In breve: un mondo nuovo. Con problemi e opportunità nuove. E che andrebbe affrontato con idee e chiavi di lettura completamente nuove.

E allora? E allora: troviamo il coraggio di dircelo. Non è che è “come il Novantadue”. E’ che su alcuni fronti - come la corruzione (stimata dalla Corte dei conti in qualcosa come 60 miliardi di euro) e il debito - non siamo stati capaci di fare veri passi avanti. Anzi, ne abbiamo fatto pure qualcuno indietro. E così abbiamo perso vent’anni. E li abbiamo persi anche - non solo, ma anche - perché abbiamo guardato troppo al passato e troppo poco al futuro. Cosa che, purtroppo, continuiamo a fare.

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