17/08/11

La crisi dell’euro/5


Tanta attesa, nessuna novità. Ieri il presidente francese, Nicolas Sarkozy e la premier tedesca Angela Mekel si sono incontrati a Parigi. Argomento del faccia a faccia: la crisi dell’euro, ovvero i problemi economici che affliggono ben 6 Paesi che hanno adottato la moneta unica (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro, Spagna, e, purtroppo, pure l’Italia). Carne al fuoco, insomma, ce n’era. Ma i risultati non sono andati al di là di qualche buon auspicio. Merkel e Sarkozy, infatti, si sono limitati a proporre la nascita di un’unica cabina di regia per l’economia dell’intera zona euro. E hanno spiegato urbi et orbi che - fosse per loro - tutti i 17 Paesi che usano la moneta unica dovrebbero avere il pareggio di bilancio in costituzione (cioè, e parlar piatto piatto, tutti gli Stati dovrebbero impegnarsi a non fare più nuovo debito).

Auspici e proposte che - per carità - possono anche avere senso e che magari aiuteranno, in futuro, a far crescere l’Europa più forte e più sana. Ma che non servono a risolvere i problemi di oggi. E, per di più, mandano, tra le righe, un messaggio dal sapore piuttosto sgradevole.

Il linguaggio usato da Merkel e Sarkozy è stato, al solito, diplomatico e felpato. Ma sta di fatto che anche ieri - come in molte altre occasioni in questi mesi - a discutere del futuro dell’eurozona c’erano solo loro: il presidente francese e il cancelliere tedesco. Gli altri capi di Stato sono rimasti fuori dalla porta. Come a dire - per citare il marchese del Grillo, uno che non era molto diplomatico, ma in compenso era molto chiaro - “noi siamo noi e voi non siete un…”. Un comportamento che - osservato dal punto di vista di chi non ha avuto il bene di nascere sul suolo francese o tedesco - suona come un clamoroso autogol. Le istituzioni europee - guidate da una commissione che non è eletta da nessuno - non sono certo apprezzate per il loro grado di democraticità. E il fatto che ora Francia e Germania - che sono le economie più forti dell’eurozona, ma non rappresentano l’intera eurozona - si riuniscano a porte chiuse per decidere il daffarsi, certo non aiuta a rendere l’intero progetto europeo più convincente o a farlo sentire più vicino ai cittadini. Anzi.

E poi, sì, c’è un dettaglio che non è un dettaglio: le misure proposte dai due premier, compresa la tassa sulle rendite finanziarie (la cosiddetta Tobin tax), non aiuteranno nessuno dei Paesi in difficoltà a rimettersi in carreggiata. Spagna e Italia, in particolare, oggi faticano a trovare chi sia disposto a finanziare il loro debito pubblico (ossia a comprare i loro titoli di Stato). Soluzioni? Per Merkel e Sarkozy, la questione è semplice: Roma e Madrid devono andare avanti sulla strade dei tagli, delle privatizzazioni, e delle riforme. Se la devono, quindi, cavare da soli. Punto e a capo. Peccato che Roma e Madrid non possano fare tutto da soli, per la semplice ragione che non possono “svalutare” la loro moneta per far ripartire l’export e, quindi, l’economia. Perché quella moneta, l’euro, ce l’hanno in comune con Francia, Germania e altri 13 Stati. E peccato pure che non ci sia al momento nessun piano “B”: ovvero che accadrà se Spagna e Italia finiranno sempre più inguaiate? Non è dato sapere. Non per il momento, almeno.

Il futuro, dunque, rimane incerto. Anzi, proprio il futuro - o meglio il modo in cui viene dipinto - è, al momento, il problema più grosso per l’Unione europea. Anni fa - con un progetto chiamato Europa 2020 - l’Europa sognava di diventare, grazie alla ricerca e al mescolarsi di culture diverse, l’economia più dinamica del mondo. Un sogno molto materialista, ma pur sempre un sogno. La crisi economica iniziata 3 anni fa l’ha mandato completamente in frantumi. Ora l’unico obiettivo pare essere quello di fare sacrifici su sacrifici per raggiungere l’agognato pareggio di bilancio. Sotto l’egida, s’intende di Francia e Germania. Il che più che un sogno, pare un mezzo incubo.

Per fare cosa, poi, non si capisce. Nel 1996, quando gli italiani dovettero pagare l’eurotassa, cioè un’altra una tantum per partecipare subito all’euro, l’obiettivo era chiaro: un solo continente; una sola moneta; libertà di muoversi e lavorare ovunque; una nuova identità da cittadini di un’Europa che avrebbe dovuto fare faville. Suonava bene, ma non tutto è filato liscio. E mo’? E mo’ non si sa. Mancano, insomma, non solo soluzioni per il presente, ma anche e soprattutto un nuovo orizzonte che dia un senso al prezzo da pagare per restare in Europa, dopo aver fatto sacrifici per entrarci. Manca una nuova visione politica. E senza questi ingredienti, è lecito aspettarsi che altri nodi vengano presto al pettine.

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