15/09/11

LA SEVERITA’ DEI LADRI NON CONVINCE I MERCATI


Nonostante i continui aumenti di tassi e tagli, lo spread btp-Bund tende costantemente a salire e divora i risparmi ottenuti con le manovre. I mercati non danno fiducia all’Italia. Come non la dà la Germania, sia a livello politico, che a livello popolare, che a livello tecnico – vedi le recenti dimissioni di Jürgen Stark dalla BCE. Già si parla di ulteriori “manovre”.

Questa sfiducia ha fondamenti obiettivi. Vediamoli.

1) I governi italiani stanno facendo manovre per contenere il debito pubblico sin dagli anni ’80, e il risultato è una costante crescita del debito pubblico e, ultimamente, del tasso che esso paga;

2) La spesa pubblica cresce costantemente, e cresce nella parte improduttiva, non in quella per ricerca, istruzione, innovazione, infrastrutture;

3) La classe dirigente italiana ha regolarmente trascurato le opportunità di risanamento finanziario e di ammodernamento strutturale che si sono offerte; non ha mai compiuto efficaci riforme, nemmeno quando le favorevoli condizioni finanziarie e politiche lo consentivano;

4) Da circa 20 anni la struttura produttiva e la competitività internazionale sono in calo;

5) Il compito di risanare le finanze pubbliche rimane nelle mani della medesima partitocrazia che ha prodotto il dissesto delle finanze pubbliche sia per incompetenza che, e soprattutto, per corruzione, clientelismo, interessi privati perseguiti a spesa del bene pubblico;

6) La detta partitocrazia è ferma e compatta nel rifiutare ogni taglio dei propri costosi e ipertrofici privilegi, che gravano sulla nazione colpita dai tagli e dalle tasse; in questo, si impone anche alla volontà del governo di ridurre i suoi privilegi per ragioni di decenza;

7) La detta partitocrazia taglia le voci di spesa produttiva ma non quelle improduttive e parassitarie utili al suo affarismo, al mantenimento dei serbatoi elettorali e del supporto dei grandi elettori fruenti di posizioni economiche monopolistiche e di speciali rapporti con le pubbliche commesse;

8) La nazione continua ad accettare e votare quella partitocrazia, nonostante veda che essa la sta portando alla rovina; dimostra di non avere alcuna capacità di reazione e di correzione del sistema, e di essere quindi diretta a un declino senza ritorno; questo probabilmente perché gli Italiani in grande maggioranza vedono il politico di riferimento come un complice da sostenere per ottenere, in cambio del sostegno, favori privati a scapito della cosa pubblica (le preferenze elettorali hanno sempre seguito questa legge);

9) Le manovre si basano molto sull’aumento della pressione fiscale e pochissimo sulla riduzione delle uscite, mentre non contengono misure di rilancio; avendo quindi un effetto recessivo che si aggiunge alla recessione già in atto da parecchi mesi (industria, consumi), diminuirà il pil, quindi diminuiranno le entrate fiscali e peggiorerà il rapporto pil/deficit, quindi farà sì che si dovranno presto fare ulteriori manovre per compensare tale peggioramento; tali manovre però a loro volta aggraveranno la recessione, in una spirale autodistruttiva; non si vedono fattori correttivi che possano arrestare tale processo;

10) La scuola superiore e l’università italiana hanno praticamente perso la capacità scientifica e formativa; buona parte della migliore imprenditoria, degli scienziati, dei ricercatori, dei tecnici, sta emigrando all’estero; i capitali stranieri non investono in Italia, se non a fini speculativi o di conquista di mercato; sempre più famiglie mandano i figli a studiare all’estero per dare loro una formazione adeguata e per inserirli in paesi con migliori prospettive;

11) Il paese è sempre più bipolare, con un Sud che rimane sempre più arretrato, bisognoso di sussidii e dominato dalle mafie;

12) E’ entropicamente del tutto improbabile che un sistema con un basso livello di ordine, di organizzazione, di osservanza delle regole innalzi questo livello; mentre è assai probabile che lo abbassi, soprattutto in tempi di crisi e di cattive prospettive: nelle situazioni di emergenza le persone si concentrano su obiettivi ristretti e immediati, sulla salvezza personale anche a spese della collettività, e non si impegnano in progetti collettivi e di lungo termine.

La partitocrazia nasconde queste semplici evidenze con alcune mistificazioni propagandistiche.

La prima è che esista una parte “sana” nel panorama partitico italiano, che, se andasse al potere scacciando la parte cattiva, risanerebbe il sistema paese. Tutti i principali partiti hanno avuto a lungo il potere, tutti hanno promesso di risanare e rilanciare il paese, tutti hanno avuto mandato elettorale a farlo, nessuno lo ha fatto e tutti hanno attuato politiche di pessima gestione della cosa pubblica e disinibito perseguimento dell’interesse privato, proprio e dei loro grandi elettori; i partiti sono una casta unitaria che mangia da una greppia comune, alimentata coi soldi dei contribuenti; le politiche più nocive in campo economico-finanziario, principali cause del dissesto dei conti pubblici, sono state, di gran lunga, quelle delle sinistre, dal “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, allo SME, alla “difesa” del cambio della Lira nel ’92 (danno di 70.000 miliardi a beneficio degli speculatori), alle condizioni per l’ingresso nell’Euro, alla privatizzazione delle banche strategiche del Tesoro, alla totale privatizzazione della Banca d’Italia con annessa modificazione statutaria nel 2006 (cessione a privati/stranieri della sovranità monetaria). Ieri alla radio ho udito Massimo D’Alema dire, in sostanza “è qualunquista e paralizzante sostenere che tutta la politica sia casta: la sinistra non lo è, mentre lo è il centro-destra; se andiamo noi al potere, lo dimostreremo”. Ma non c’è bisogno di aspettare questo: la dimostrazione la hanno data fatti come l’inchiesta su Penati, e quella – sinora tacitata dai mass media – sulla Regione Umbria. Ricordate le quote di spartizione della c.d. Prima Repubblica? 40% DC, 40% PCI, 20% PSI. Perché i politici non istituiscono, oltre alla pubblicazione on-line dei redditi dichiarati, anche l’anagrafe reddituale e patrimoniale dei politici, degli amministratori (comprese Asl e public utilities), degli uomini della Guardia di Finanza, della Polizia, dei Carabinieri, dei magistrati (soprattutto dei giudici dei fallimenti e delle esecuzioni) e dei loro coniugi e figli? Perché non rendono noto quanti debiti questi soggetti hanno contratto con banche e finanziarie, quanto sono rappresentati in crif, e quanto pagano di interessi rispetto ai loro redditi ufficiali? Forse perché temono che crollerebbe ogni credibilità dello stato italiano?

La seconda è che il giro d’affari della corruzione sia di 60 miliardi e che questa somma sarebbe il danno della corruzione. Il danno è enormemente maggiore, ma non è quei 60 miliardi. Se un sindaco prende una tangente di 10 milioni per assegnare un appalto a una certa impresa, e ne tiene 1 per sé usandolo per farsi una villa, mentre ne dà 9 al partito, che li usa per pagare sedi, servizi, personale, pubblicazioni – se succede questo, quei 10 milioni rimangono in circolo e stimolano l’economia: l’impresa edile che fa la villa, i fornitori di servizi del partito, le tipografie. Quei 10 milioni di tangente comporteranno un maggior costo dell’opera appaltata, a carico dell’ente pubblico, quindi dei contribuenti, uno spostamento di reddito da questi al sindaco e al partito e ai loro fornitori – ma non una perdita di reddito per il paese, complessivamente – a meno che finiscano all’estero. E l’indotto dell’appalto farà recuperare in parte ai contribuenti il costo fiscale della tangente. Il danno che il sistema delle tangenti, che, nell’Italia reale, è alla base dei pubblici concorsi, appalti, permessi, della stessa legislazione, etc., è diverso dalla tangente in sé, ed è assai più grave dell’importo della tangente. Esso consiste nel fatto che, per prendere le mazzette, si assegnano appalti di opere inutili, oppure utili ma fatte in modo tale che costino il triplo del dovuto e/o che sono progettate o eseguite in modo tale, che sarà necessario rifarle presto o fare ad esse una manutenzione dal costo decuplo del normale, e in ogni caso funzioneranno male. Consiste anche nel fatto che favorisce l’inefficienza delle imprese, impedendone la competitività. E che blocca l’adozione di nuove tecnologie. E che spinge i cervelli ad emigrare. E che aumenta inefficienza sistemica, costi della p.a., pressione fiscale, inducendo ad evadere o emigrare le imprese sane E che alimenta e istituzionalizza il sistema e la mentalità mafiosi. Mentalità mafiosa e parassitaria che ora agisce trasversalmente in tutta la classe politica e burocratica. Che fa blocco, consociazione. Se l’ammontare annuo delle mazzette in Italia è 60 miliardi, l’ammontare del connesso danno da distorsione e cattivo impiego delle risorse sarà di 300. Ma ancora maggiore è il danno che questa pratica ha prodotto, istituzionalizzando il metodo mafioso di gestione del potere pubblico, e mettendo il paese e la spesa pubblica in mano a una partitocrazia mafiosa, che sa gestire e trattenere il potere, sa spennare stato e contribuente, ma non sa sostenere l’economia e ancor meno progettare per il futuro, come stiamo vedendo con le convulse e contraddittorie manovre di salvataggio finanziario imposte alla partitocrazia italiana da un potere superiore ad essa, esterno al paese che essa domina. La partitocrazia si sforza di far quadrare i conti al mero fine di poter continuare a godere i propri privilegi e a sfruttare il paese. Ma non può risanarlo, non può salvarlo dal declino, perché per farlo dovrebbe eliminare se stessa.

La terza è che i guai sarebbero causati dai 240 miliardi di evasione fiscale che, se si recuperassero, sanerebbe i conti pubblici e consentirebbero di rilanciare l’economia. Niente di più falso. Il fatto che quei 240 miliardi siano presi o trattenuti, da chi li ha prodotti, in violazione delle norme fiscali, non implica che essi siano sottratti all’economia nazionale, che siano ricchezza reale annientata. Fa semplicemente sì che quei soldi, anziché spenderli lo stato ( i partiti), li spenda chi li ha guadagnati. Sottratto alla ricchezza nazionale è per contro il denaro che gli immigrati spediscono all’estero, o che questi, una volta ritornati al loro paese, ricevono come pensione dall’Italia. Se un imprenditore evade 10 milioni tra tributi e contributi, cioè li trattiene, e non li nasconde all’estero ma li usa per investimenti produttivi e/o per pagare il personale e/o per pagare i fornitori onde non fallire e/o per ridurre i costi onde non finire fuori mercato e chiudere, e/o per costruire una villa o uno yacht in Italia, allora il denaro in parola resta in circolo e stimola l’economia, e l’impresa sopravvive o si espande: niente viene sottratto al paese.

Quindi si tratta di comparare i benefici per il paese dei due possibili impieghi di quei 10 milioni, ossia di stabilire se quei soldi, al sistema paese, rendano di più se li tiene in mano l’imprenditore che li ha prodotti, e li spende lui, oppure se l’imprenditore li dà al fisco e all’Inps e li spende lo stato, ossia i politici

Inoltre bisognerebbe accertare quante imprese fallirebbero, chiuderebbero o emigrerebbero se non potessero più risparmiare tasse e contributi grazie all’evasione (tasse e contributi sono un costo della produzione).

Analogo discorso va fatto per i lavoratori dipendenti con un secondo lavoro in nero, e per i pensionati che continuano a lavorare in nero, che quindi non pagano imposte sui redditi né contributi. Essi in buona parte perderebbero lavoro e reddito se dovessero essere regolarizzati – perché, se autonomi, subirebbero oneri tali da non starci dentro, e se dipendenti costerebbero circa il doppio e l’impresa non potrebbe sostenere il costo aggiuntivo. Oppure potrebbe, ma scaricandolo sui prezzi, quindi sul pubblico.

Per fare tutti questi accertamenti occorrerebbe un’indagine comparativa, quantitativa e scientifica, che non mi risulta fatta o perlomeno disponibile al pubblico.

Mistificatorio è anche dire che, se tutti quei 300 miliardi sinora evasi venissero invece dati allo stato, lo stato – la partitocrazia – potrebbe abbassare la pressione fiscale: la storia mostra che la partitocrazia italiana tende a prendere e controllare quanto più può del reddito prodotto dalla nazione, al fine di aumentare i propri profitti e il proprio potere di controllo sulla società. Se avesse 240 miliardi in più da spendere, semplicemente creerebbe 240 miliardi in più di spese, perlopiù improduttive o addirittura inutili, per farci le sue creste e le sue clientele. Come ha sempre fatto: pensiamo a tutte le opere pubbliche costruite senza utilità, agli aumenti di stipendio che i parlamentari continuano a votarsi all’unanimità anche in questi empi, pensiamo alle continue assunzioni di personale parassitario in certe regioni meridionali, pensiamo al continuo aumento dei costi sanitari paralleli al peggioramento delle prestazioni erogate e all’aumento del personale non medico, etc.

La quarta è dire che si stia facendo una lotta all’evasione fiscale. In particolare, la c.d. lotta all’evasione è sempre stata e tuttora appare aliena dall’interessarsi alla vera evasione, ai grandi evasori (soggetti perlopiù corporate, che sono anche grandi elettori, quindi protetti dalla politica); essa consiste essenzialmente nell’aumentare le presunzioni di reddito indipendentemente dall’accertamento reale della sua consistenza, e nel mettere Equitalia in grado di prendere subito tutto, senza facoltà per il contribuente di opporsi e di avere un vaglio preventivo del giudice (per quel che conta il giudice speciale tributario, pagato dal fisco e ospitato nei suoi uffici): questo tipo di esazione esasperata e incontrollata è già adesso praticata in forma di saccheggio, di arraffare a più non posso, senza riguardo per alcuna ragione sollevata dal contribuente, e senza curarsi delle conseguenze distruttive per le imprese, perché tali sono le direttive che gli uffici delle entrate ricevano dall’alto: la partitocrazia ordina di portarle tutto il denaro possibile, forse perché si deve creare le sue riserve all’estero, in previsione del tracollo del paese. Alcuni funzionari del fisco raccontano che, nella loro azione, sono costretti, anche contro la loro coscienza e volontà, a distruggere le aziende, a metterle in condizioni di chiudere e licenziare. Se tali prassi si aggraverà, come la partitocrazia la sta aggravando, avremo presto un’ulteriore accelerazione della recessione e del flusso migratorio delle imprese, con conseguente peggioramento del rapporto pil/deficit già nel breve termine.

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