11/12/11

Tweet di regime.


La censura online dei regimi continua a cercare di rispondere, colpo su colpo, alle strategie dei dissidenti. Da questo punto di vista, il caso delle contestatissime elezioni russe (di cui ho già scritto qui e qui) non smette di fornire spunti di riflessione.
Come scrive Alexis Madrigal su The Atlantic, riprendendo un post di Brian Krebs,
L’infrastruttura di Internet rende un po’ più difficile fermare la libera espressione. Le persone possono postare in modo anonimo (anche se, come scrive Repubblica, proprio in Russia il tentativo in atto è di eliminare tale possibilità, ndr); possono postare (o sembrare di postare) da tutto il mondo; ci sono meno nodi centralizzati su cui esercitare autorità. Ma i regimi autoritari non stanno con le mani in mano, lasciando risuonare il libero pensiero. Al contrario, stanno ingegnandosi con nuovi modi per impedire che i messaggi dei loro oppositori circolino. 
Nel caso russo, scrive Krebs, agli arresti dei manifestanti nelle piazze (per esempio quello del blogger e leader dell’opposizione Alexei Navalny) hanno corrisposto azioni altrettanto repressive in rete. E così, per contrastare i tweet in supporto dei dissidenti (identificati soprattutto dall’hashtag #триумфальная, Triumfalnaya), migliaia di bot attivati per l’occasione hanno inondato Twitter di ‘cinguettii’ di regime contrassegnati dagli stessi hashtag usati dagli attivisti digitali, ma con contenuti pro-Cremlino.
Maxim Goncharov, ricercatore senior nell’azienda di protezione dai virus informatici e sicurezza dei contenuti informatici Trend Micro, ha notato che «se si osserva attualmente questo hashtag su Twitter (#триумфальная, ndr) si può vedere un’inondazione di 5-7 tweet identici da account che sono stati inattivi per un mese e che avevano prodotto 10-20 tweet prima di oggi. A questo punto questi account hackerati hanno già postato 10-20 tweet in più in solo un’ora.
Che questi attacchi siano ufficialmente supportati (dal regime, ndr) non è rilevante, ma possiamo osservare già ora come i social media siano diventati il terreno di battaglia di una nuova guerra per la libertà di espressione», ha scritto Goncharov.
L’obiettivo, in altre parole, è lasciar parlare gli attivisti, ma rendere incomprensibili o inutili le loro conversazioni riempiendo di disinformazione e spazzatura gli hashtag attraverso cui i loro messaggi diventano un flusso comunicativo aperto a ulteriori potenziali dissidenti e a qualunque osservatore interessato. Gli account utilizzati dai bot sarebbero circa 2 mila, e sarebbero follower gli uni degli altri.
Un po’ presto, dunque, per parlare di una «primavera slava». In ogni caso per Twitter, che ha recentemente espresso una netta posizione in favore della difesa della libera espressione sulla sua piattaforma, si pone il problema di se e come intervenire in modo efficace per impedire che queste strategie repressive abbiano successo.

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