09/07/12

Passaparola 09/07/2012 - Delitto imperfetto - Salvatore Borsellino


"Giovanni Falcone morì tra le braccia di Paolo Borsellino all’ospedale civico di Palermo. Paolo disse: "Io di quella strage sono un testimone e aspetto di essere chiamato dall’autorità giudiziaria per dire quello che so e per dire quello che ho scoperto di quella strage”. Non fu mai chiamato dal Tribunale di Caltanissetta per testimoniare e ritengo che un altro dei motivi per cui sia stato ucciso così in fretta è stato proprio per impedirgli di portare quelle testimonianze. Di portare quelle cose che aveva scoperto e che sicuramente aveva scritto nell’Agenda Rossa." Salvatore Borsellino

Il Passaparola di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo e promotore del movimento delle Agende Rosse.

Una congiura durata 20 anni
Sono Salvatore Borsellino, il fratello minore del Magistrato Paolo Borsellino ucciso in Via D’Amelio il 19 luglio 1992, data di cui quest’anno ricorre il ventennale.
Quando mi resi conto come non si volesse, non si cercasse, di arrivare alla verità per la strage di via D’Amelio, ma si andava in direzione esattamente opposta con i depistaggi che furono messi in atto nel processo, cominciai a parlare nel 2007, soprattutto per rabbia. Dal 2007 ad ora, insieme con il mio Movimento delle Agende rosse, ho combatto una battaglia per la verità e per la giustizia. Una battaglia che ha il suo appuntamento principale il 19 luglio in via D’Amelio quando io e le mie Agende Rosse conveniamo da tutta Italia per impedire che delle ipocrite istituzioni vengano a portare delle corone. Le corone sono il simbolo di morte, per noi Paolo continua a essere vivo. Soprattutto vengono portate delle corone ipocrite. Noi le chiamiamo corone di Stato per una strage di Stato.
Sulla trattativa Stato – Mafia c’è stato un silenzio istituzionale, una vera e propria congiura del silenzio durata 20 anni. Proprio dal 2007, cominciai a sostenere che mio fratello Paolo sia stato ucciso proprio perché si è opposto alla trattativa, perché si è messo di traverso rispetto a questa scellerata trattativa tra pezzi dello Stato e mafia. Paolo di è messo di traverso, si è opposto a questa trattativa. Probabilmente nel momento in cui gli è stata rivelata, ha minacciato anche di rivelarla a sua volta all’opinione pubblica ed è per questo che è stato eliminato. È stato eliminato in fretta, molto più in fretta di quanto avrebbe fatto la mafia che sicuramente l’avrebbe eliminato, ma non così presto: dopo solo 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. Era evidente che lo Stato, come ha sempre fatto di fronte alle stragi, in qualche maniera dovesse reagire, ma Paolo ritengo non sia stato ucciso dalla mafia. Non solo è stato ucciso Paolo, ma tutto è stato congegnato in maniera tale da fare sparire quell’agenda rossa sulla quale Paolo - ed è per questo che noi abbiamo scelto l’Agenda Rossa simbolo del nostro movimento - in quei 57 giorni annotava tutte le cose che veniva a poco a poco scoprendo nelle sue indagini sulla strage di Capaci.
Paolo, nel suo ultimo discorso alla biblioteca comunale di Palermo disse: “Di quella strage sono un testimone”. Giovanni Falcone morì tra le sue braccia all’ospedale civico di Palermo. Disse: "Io aspetto di essere chiamato dall’autorità giudiziaria per dire quello che so e per dire quello che ho scoperto di quella strage”. Paolo non fu mai chiamato al Tribunale di Caltanissetta per testimoniare e ritengo che un altro dei motivi per cui sia stato ucciso così in fretta, è stato proprio per impedirgli di portare quelle testimonianze, di portare quelle cose che aveva scoperto e che sicuramente aveva scritto nell’Agenda Rossa. Da almeno quattro anni parlo di questa trattativa. Ne parlo in tutti gli incontri che faccio in ogni parte d’Italia e sono stato preso anche per pazzo, per una persona che farneticava. Dicevano che le mie erano fantasie di una persona sconvolta dal dolore quando parlavo di trattativa. Improvvisamente, grazie al fatto che un mafioso diventato oggi collaboratore di giustizia come Spatuzza e il figlio di un mafioso come Massimo Ciancimino, diventato anche oggi lui in qualche maniera se non collaboratore di giustizia, testimone della trattativa cui lui assistette in prima persona facendo da corriere al padre, oggi di questa trattativa tutti parlano.
Oggi finalmente personaggi istituzionali come Violante, come Liliana Ferraro, come Martelli, come Conso, cominciano a ammettere l’esistenza di questa trattativa e conseguentemente l’opinione pubblica comincia a conoscere qualcosa che finora era stato coperto dal silenzio, dall’omertà, anche se ancora oggi sulla stampa, sui mezzi di informazione non si parla mai di "trattativa", ma la maggior parte dei giornali, dei mezzi di comunicazione parlano di "presunta trattativa". Ancora non si riesce a chiamarla con il suo nome, un’infame trattativa, una scellerata trattativa tra mafia e Stato.
Ritengo che questa sia la causa principale della strage di via D’Amelio e dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta.
Quello che ci dovremmo aspettare è che lo Stato italiano nella sua totalità cerchi di arrivare alla verità e alla giustizia e favorisca chi, come i magistrati di Palermo, di Caltanissetta stanno cercando di arrivare alla verità giudiziaria su questa trattativa. Purtroppo succede esattamente il contrario. Abbiamo dovuto assistere alla pubblicazione di intercettazioni dove addirittura il consulente giuridico della Presidenza della Repubblica cerca in qualche maniera di fare delle azioni per fermare la verità.

Le istituzioni complici del silenzio
Mi sarei aspettato che, a fronte del fatto che finalmente ci sono magistrati come quelli della Procura di Palermo che stanno cercando di arrivare a una verità giudiziaria e stanno indagando su questa trattativa, dalla stessa Presidenza della Repubblica arrivasse un invito a cercare di arrivare alla verità, che si cercasse di favorire questi magistrati che stanno cercando di arrivare alla verità su questo che ritengo sia il peccato originale della seconda Repubblica, cioè trattativa tra mafia e Stato e le conseguenti stragi che ne sono derivate. Non solo la strage di via D’Amelio è derivata da quella trattativa, di quella trattativa sono figli anche la strage di via dei Georgofili a Firenze, la strage di via Palestro, gli attentati alla basilica del Vaticano, quell’attentato che avrebbe dovuto esserci allo stadio Olimpico di Roma e che invece poi non avvenne. Non avvenne secondo me perché intanto la trattativa si era conclusa.
Invece a fronte di una richiesta di aiuto di Mancino che era all’epoca Ministro dell’Interno - che ritengo sia la persona che abbia detto a Paolo di fermare la sua indagine, fermare il suo lavoro perché lo Stato stava trattando con la mafia - che è praticamente quasi una minaccia di chiamata di correo - questo ho letto dalle intercettazioni: “Perché devo pagare solo io?” - la Presidenza della Repubblica o almeno il consulente della Presidenza della Repubblica si è adoperato per cercare non di favorire le indagini, ma piuttosto di ostacolarle. A questo tendevano la richiesta, per esempio, nei confronti di Grasso di avocare le indagini alla Procura di Palermo, di accorpare le indagini tra la Procura di Caltanissetta. Dicono "coordinare", ma in effetti intendono "sfilare" dalle mani della Procura di Palermo le indagini ormai molto avanti sulla trattativa.
È stato chiesto al Procuratore Grasso di fare questo intervento per accorpare l’indagine o addirittura avocare l’indagine. Grasso per fortuna ha risposto che non è nei suoi poteri, cioè nel potere del Procuratore nazionale antimafia, avocare delle indagini di una Procura, e che non c’erano gli elementi per accorpare le indagini su una sola Procura delle tre procure che stanno indagando su qualcosa che in qualche maniera ha a che fare sulla trattativa, cioè le Procura di Caltanissetta, di Firenze e di Palermo.
Ritengo che a fronte del fatto che ci sono queste Procure che stanno finalmente cercando di arrivare alla verità che sono arrivate a "dischiudere - come dice Ingroia - la porta che conduce nell’anticamera della verità", mi sarei aspettato da parte di tutte le istituzioni e dalla Presidenza della Repubblica in particolare, un incoraggiamento a queste Procure. Invece succede esattamente il contrario. Forse il vero problema è che per andare avanti lo Stato dovrebbe processare sé stesso e questo è, come diceva Sciascia, una cosa che è difficile che succeda.
Spero che tutti gli italiani, tutto il popolo italiano richieda a gran voce di arrivare alla verità, che questi magistrati coraggiosi, che stanno lavorando a rischio della propria stessa vita per arrivare alla verità, vengano incoraggiati e sostenuti. Spero che le istituzioni non vogliano ulteriormente ostacolare dei magistrati che hanno intrapreso questa difficile strada della verità e passate parola!" Salvatore Borsellino

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