10/11/09

Il chiodo fisso dei nostri dipendenti: Immunità

corruzione-e-tangenti

Il Lodo Alfano è stato bocciato da poco più di un mese ma già nelle camere del Governo si torna a parlare di immunità. Come sempre, fra tutti i problemi che soffocano questo paese, il Governo del fare (danni) ha una sola priorità: la salvaguardia del boss.

Per far capire quanto sia seria la questione, ieri è sceso in campo il solito invertebrato Minzolini, che ancora una volta ha trasformato il primo telegiornale del servizio pubblico in uno spazio di propaganda berlusconiana.

Il viscido si schiera in favore dell’immunità dicendo che abolirla fu un errore perché in questo modo si regalò il paese in mano alla Magistratura (???). Ovviamente il direttore del TG1 dimentica di ricordare alla massa le motivazione che portarono alla modifica dell’articolo 68 della Costituzione italiana.

Correva l’anno 1993 e l’inchiesta Mani Pulite era al suo apice. In Italia venne fuori un sistema politico corrotto ad un punto tale da far tremare le gambe alla più becera dittatura sudamericana. I nostri governanti, abusando dell’immunità parlamentare (che non fu redatta per tali scopi), si sentivano i padroni del paese, invincibili tangentari.

Su quest’onda di crisi politico-istituzionale, il parlamento modificò alla versione attuale l’articolo 68 della Costituzione. La modifica avvenne con una maggioranza schiacciante: alla Camera furono 525 i si, contro 5 no ed 1 astenuto; al Senato i favorevoli furono 224, contro 7 astenuti enessun contrario.

In questa massa di cavalcatori del popolo vi erano molti che adesso, stranamente, riscoprono la passione per l’immunità anche se al tempo vollero e ottennero la sua abolizione: Alleanza Nazionale (allora MSI) e Lega.

La Lega fece capire bene la sua posizione in un comunicato: «la Lega Nord si augura che ai pm sia consentita anche la possibilità di sostanziare le proprie indagini attraverso quei riscontri ottenibili solamente mediante perquisizioni domiciliari e intercettazioni telefoniche. Auspichiamo una maggiore decisione nell’ abolizione di privilegi che non trovano oggigiorno altra giustificazione se non un corporativo interesse di casta».

Ginfranco Fini tuonava: «E’ ora che si sospendano gli stipendi anche ai parlamentari inquisiti, se non altro a quelli per i quali è stata chiesta l’ autorizzazione all’ arresto che solo in virtù di un privilegio medioevale come l’ immunità non hanno ancora fatto la fine del giudice Curtò».

Umberto Bossi gridava: «I democristiani sono tutti dei porci. Sono anni che ci battiamo per l’ abolizione della immunità». Accompagnato da Maroni: «Noi siamo per l’ abolizione totale dell’ immunità».

Senza contare le urla di stima nei confronti dei Magistrati di allora, non ultimo Antonio Di Pietro.

Maurizio Gasparri: «Per noi Di Pietro (all’ epoca sostituto pm – nda) è un mito: è mejo de Mussolini».

Ed infine anche lui, il pluriprescritto Silvio Berlusconi. Una volta anche lui elogiava e stimava i Magistrati e la questione morale: «La sua discesa in campo (Di Pietro – nda) potrebbe essere una buona cosa. La sua ansia moralizzatrice è patrimonio di tutti e potrebbe essere utile al Paese. I miei giornali, le mie tv, il mio gruppo sono sempre stati in prima fila nel sostenere Mani Pulite».

Ma il tempo passa. Il popolo dimentica e con i ricordi svanisce anche l’indignazione e la voglia di cambiamento. I nostri dipendenti conoscono bene la corta memoria delle masse alimentata da TV e giornali corrotti. Sanno che se allora dovevano, per beccare la poltrona, cavalcare l’onda moralizzatrice sbracciandosi contro l’immunità. Adesso, invece, per mantenere la stessa poltrona devono sfruttare il disinteresse generale per ridare vita a quello strumento che permise lo schifo di Tangentopoli.

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