01/12/09

Vendesi auto, cercansi rottami: ma la domanda c’è?


Nel dibattito che sembra un tiro alla fune sulla pelle dei lavoratori Fiat di Termini Imerese - stabilimento fuori mercato e fuori di ogni logica economica per la sua terribile sproporzione tra numero di lavoratori e numero di auto prodotte - si tende sempre a nascondere una dato che, a scanso di equivoci, l’ad di Fiat Sergio Marchionne non perde occasione di inserire, probabilmente a tutela del futuro, quando un giorno qualcuno gli verrà a chiedere il conto e lui potrà dire che lui aveva avvisato.

«In un mercato che ha una sovracapacità produttiva del 30%, può parlare di follia solo chi non capisce i dati». Il riferimento è al ministro Scajola, con cui è previsto un incontro domani, e che aveva bollato come folle l’ipotesi di una chiusura di Termini Imerese.

Marchionne parla di sovracapacità produttiva come se niente fosse, a rafforzare il concetto che per essere competitivi su un mercato (occidentale) la cui domanda è un terzo della capacità di offerta, è bene ridurre al minimo le inefficienze, che in questo caso sono i lavoratori siciliani, rispetto ai ben più sostenibili (socialmente) lavoratori polacchi, per esempio.

E dall’altra parte della fune si riavvia il solito ritornello che minaccia la cancellazione degli (eco)incentivi (che secondo lo stesso Marchionne possono venire stimati in un calo di immatricolazioni dai 2,1 milioni del 2008 fino a quota 1,7milioni).

Anche i sindacati rigirano sullo stesso vulnus ignorando invece il cuore del problema: per il segretario della Fiom Gianni Rinaldini per esempio «ci sarebbe la necessità di costruire una politica industriale sulla mobilità sostenibile - dice al Corriere economia - sul futuro dell’auto che dovrà essere sempre di più un prodotto ecocompatibile e che richiederà una ridefinizione delle infrastrutture», ma salta a piè pari la logica quantitativa: se io invece di costruire 10 auto che impattano 5 ciascuno ne costruisco 100 che impattano 1, alla fine il bilancio ecologico sarà comunque negativo. Ed ha senso, come prevede il piano Fiat, di produrre più auto nonostante il mercato offra un surplus produttivo difficilmente colmabile?

Si può tirare in ballo l’ottimismo, certo: la Fiat può rosicchiare quote di mercato ai concorrenti e tutti i numeri torneranno al loro posto… o no? Non è vero infatti che se si va a guardare i piani industriali di ciascun gruppo automobilistico europeo troveremo sempre il segno + davanti alle unità che si prevede di costruire?

Del resto questo è frutto di una cultura economia imperniata sulla crescita, sempre e comunque, basta vedere come a causa di questa tendenza a crescere all’infinito ignorando i limiti del pianeta, oggi sia in piena crisi anche il mercato del riciclo: «Molte persone aspettano un miglioramento del panorama economico e nel frattempo rinviano i consumi e la sostituzione dell’auto o degli elettrodomestici. Un risparmio - nota sul Sole 24 ore di sabato Graham Da­vy, chief executive della divisione inglese di Sims Metal Management, uno dei più importanti riciclato­ri di metalli del mondo - che ha inferto un fiero col­po al riciclo».

Non è insomma possibile programmare di ridurre qualcosa, altrimenti si perdono consensi anche a costo di rendersi ridicoli di fronte all’essenza stessa del libero mercato: «l’Italia è il Paese che produce meno auto fra quelli industrializzati - dice Rinaldini - vogliamo ridimensionare ancora di più l’auto in Italia?».

E allora va bene così, testa bassa e sguardo a terra, un centimetro più avanti del proprio naso e del proprio presente potrebbe esserci l’abisso, ma poco importa. E se invece si cominciasse, lentamente, caso per caso, lavorando a fianco dei sindacati e delle istituzioni, a pensare a riconvertire una parte di quelle produzioni oggi fuori mercato (l’auto è una di questa, volenti o nolenti, almeno in Occidente) verso produzioni che garantiscano un futuro, senza ogni volta dover prendere il fiato dagli (eco?)incentivi di turno?

di Diego Barsotti

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