28/01/10

Attacco alla Rete


Il Decreto Romani, con il quale l'Italia da attuazione alla direttiva europea AVMSD (Audiovisual Media Services Directive), interpreta in maniera tutta italiana il principio condivisibile della Commissione Europea, secondo il quale la trasmissione di materiale audiovisivo deve rispondere agli stessi criteri indipendentemente dal media sul quale transita.
Quello cui il governo si guarda bene dal dare attuazione è il considerando 16 della stessa direttiva europea, che chiarisce inequivocabilmente cosa deve rientrare in questa regolamentazione e cosa no.
«La definizione di servizio di media audiovisivo non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse.»
Romani avrebbe potuto ricopiare il testo tale e quale, ma non sarebbe stato Romani, cioè il paladino del protezionismo televisivo e del controllo dell'informazione. Così ridefinisce nel seguente modo la direttiva europea:
«Non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, fermo restando che rientrano nella predetta definizione i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale.»
Sparisce il riferimento ai siti internet privati, sparisce il riferimento agli utenti privati così come spariscono i riferimenti alle paroline magiche: condivisione, scambio, comunità di interesse. In cambio, con una tortuosità degna del miglior azzeccagarbugli, si dice che se pubblichi video per uno scopo non precipuamente economico, non rientri nella definizione (qui fingono di recepire le indicazioni), fermo restando che ci rientri (e qui si fanno i cazzi loro) perchè metti a disposizione immagini animate (ma che è... un manga?), sonore e non (infatti la rete è piena di clip muti) nelle quali il contenuto audiovisivo non ha ovviamente carattere incidentale.
Carattere incidentale? In quale video, sul tubo, il contenuto video potrebbe mai avere carattere incidentale? Sarebbe come aprire una concessionaria all'interno della quale la presenza di automobili avesse carattere incidentale, o come farsi una scopata nella quale l'attività sessuale abbia carattere puramente incidentale.

Io credo che l'unica cosa davvero a carattere incidentale è il cervello del legislatore italiano, o più precisamente la sua onestà.

Ieri sera tardi ho incontrato Guido Scorza alla stazione centrale di Milano. Guido è il Presidente dell'Istituto per le Politiche dell'Innovazione. E' avvocato, giornalista, membro di mille consigli, ma soprattutto è un uomo ragionevole e di buon senso. Se conosciamo con largo anticipo gran parte delle minacce che la banda bassotti IV perpetra costantemente ai danni della rete, lo dobbiamo anche e soprattutto a lui.

Perchè non posso avere uno Scorza come Ministro dei Beni e delle Attività Culturali? Anzi, lo voglio a capo di un nuovo ministero che subito istituirò, alla mia prima Presidenza del Consiglio: il Ministero della Rete.

IL DECRETO ROMANI E L'EQUO COMPENSO


Intervista a Guido Scorza

GUIDO: Con il nuovo anno il Governo ha presentato al Parlamento la bozza del cosiddetto Decreto Romani, attraverso la quale l'Italia dovrebbe recepire la direttiva europea cosiddetta AVMS, ovvero quella sulla TV senza frontiere. Il Parlamento nei prossimi giorni dovrà esprimere il proprio parere su questa bozza. È un decreto, un provvedimento di fondamentale importanza per il futuro della comunicazioni in rete.
Di cosa parla il decreto? Il decreto stabilisce un principio sul quale è difficile non trovarsi d'accordo e sul quale d'altra parte il Governo italiano non è chiamato a decidere se trovarsi d'accordo o meno, ma soltanto a darvi attuazione o meno, principio secondo il quale le emittenti televisive, che siano trasmesse attraverso il web, attraverso il satellite o attraverso una piattaforma analogica, devono scontare lo stesso regime giuridico.
Sin qui nulla di cui preoccuparsi né tantomeno sorprendersi. Sarà così domani in tutti i paesi europei. Ma c'è un ma come in tutte le storie italiane che si rispettano. Il Governo sembra infatti intenzionato a cogliere al balzo l'occasione e ricordare a tutti gli internauti e a tutti gli amanti della rete una volta in più che questo è il paese della televisione e che come ha già scritto Alessandro Giglioli su L'Espresso, invece, non è proprio il paese per internet.

Nella bozza di decreto in questi giorni, in esame in Parlamento, infatti il Governo ha per così dire gonfiato la definizione di fornitore di servizi media audiovisivi di modo che dentro la definizione contenuta nel decreto possano rientrarci un po' tutti quanti i videoblog, quello ad esempio di Claudio sul quale finirò di qui a poco, così come tutti gli aggregatori di contenuti audiovisivi, pensate semplicemente a Youtube, ma a qualsiasi altra piattaforma che non si sogni neppure di fare televisione ma che abbia piuttosto intenzione di aggregare video prodotti da soggetti terzi.

Cosa significa questo? Significa che stiamo per diventare un po' tutti emittenti televisive e soprattutto significa che un po' su tutti noi di qui a qualche settimana si corre il rischio che cada la scure della responsabilità editoriale. Da quel momento in poi ,che io sia un blogger o che piuttosto io sia quello che nell'Unione Europea e in tutti gli altri paesi si chiama ancora intermediario della comunicazione, il risultato non cambia. Un giudice domani potrebbe chiamarmi a rispondere dei contenuti immessi in rete anche da soggetti terzi attraverso la mia piattaforma, esattamente come se io fossi un canale televisivo.

Potrebbe essere già abbastanza per dire che l'anno è iniziato non nel segno migliore per il digitale e per la rete, ma non è così. Dall'altra parte di Palazzo Chigi infatti ci ha pensato il Ministro Bondi a dare una brutta notizia a tutti gli amanti delle nuove tecnologie. Il 30 dicembre il Ministero Bondi, rimasto al Ministero mentre gli italiani iniziavano a prepararsi a stappare le bottiglie di champagne, decideva di firmare il cosiddetto Decreto sull'Equo Compenso.
Cos'è l'equo compenso? Cominciamo col dire che è un compenso, probabilmente tutto fuorché equo. È uno di quei casi in cui il nome trae in inganno. Vorrei dire che siamo di fronte ad un palese esempio di pubblicità ingannevole di stampo istituzionale. Altro che pubblicità progresso. L'equo compenso muove dal presupposto che chiunque utilizzi un dispositivo o un supporto idoneo, in astratto, ad ospitare contenuti audiovisivi debba utilizzare effettivamente questo supporto o quel dispositivo per effettuare la cosiddetta copia privata di un film o di una canzone o comunque di un'opera protetta da diritto d'autore e sia pertanto giusto, o se preferite equo, che riconosca nel momento in cui acquista quel supporto o quel dispositivo una certa percentuale ai titolari dei diritti.
Sin qui nulla di cui stupirsi, l'equo compenso esiste in molti altri paesi europei, anche se per la verità non tantissimi. Ciò che davvero sorprende è il novero dei dispositivi o dei supporti sui quali è previsto che da domani ogni italiano debba versare questo balzello. Si va dai telefoni cellulari per i quali è previsto un equo compenso di 0,90 centesimi di euro per ogni pezzo, ai computer con o senza masterizzatori per i quali si arriva sino a 2,40 euro per ogni pezzo, per proseguire poi con tutti i supporti di memorizzazione che la fantasia umana, più che la tecnologia, riesce a concepire e quindi le pen drive, gli hard disk esterni, il set-top box delle tv satellitari e digitali terrestri attraverso le quali si ricevono appunto i contenuti audiovisivi trasmessi dalle emittenti televisive.
Il concetto è piuttosto semplice, per sovvenzionare l'industria audiovisiva si finisce con il penalizzare due categorie di soggetti: l'industria tecnologica italiana, che infatti non ha mancato già di far sentire forte la sua voce, e naturalmente i consumatori su cui l'industria audiovisiva, l'industria tecnologica italiana finirà con il riaddebitare il costo dell'equo compenso.

Per chiudere, soltanto un paio di numeri che valgono a farci rendere conto di quanto rilevante sia il regalo di natale che il Ministro Bondi ha appena fatto all'industria audiovisiva. Nel 2008 la SIAE ha incassato a titolo di equo compenso 61 milioni di euro, nel 2010 allo stesso titolo la SIAE incasserà circa 300 milioni di euro. Un altro numero che forse dà il segno di ciò di cui stiamo parlando: sempre nel 2008 la SIAE ha incassato diritti d'autore complessivamente per 600 milioni di euro - euro più, euro meno. Con il Decreto Bondi naturalmente nel 2010 SIAE incasserà un importo che andrà tra i 900 milioni di euro e il miliardo di euro.
Sostanzialmente stiamo dicendo che c'è un modello di business alternativo al quale l'industria audiovisiva potrà guardare con favore nel 2010: resto ferma, non produco assolutamente nulla eppure porto a casa 300 milioni di euro l'anno. Per un momento di crisi diciamo che c'è almeno un comparto industriale in Italia che può davvero dire che il 2010 è l'ultimo anno di crisi e dopodiché si uscirà fuori. Ringraziamo il Ministro ma lo facciamo naturalmente solo a nome dell'industria audiovisiva. I consumatori e l'industria tecnologica italiana viceversa troverà evidentemente altri paesi e probabilmente un ministro che a natale preferisca andare a sciare.

CLAUDIO: Proprio per questa ragione noi ci incontreremo davanti all'Ambasciata americana a Roma, in una giornata meglio da definire, verso la fine di febbraio. Io, Enzo Di Frenna, tutti quelli che vorranno partecipare e invito anche te ufficialmente, Guido. Saremo davanti all'Ambasciata con un enorme striscione in mano, con scritto “Mister President help internet in Italy”, perché vogliamo che passi il messaggio che la rete internet in Italia è trattata in una maniera che non ha eguali nel mondo occidentale cosiddetto civilizzato. Lo faremo senza le scarpe, a piedi nudi per terra, con dei bracciali, uniti da una lunga catena così come incatenati erano gli schiavi che non avevano diritti, non potevano andare a scuola, non potevano informarsi, talvolta non potevano neppure parlare o rivolgersi al padrone. Il padrone in questo caso sono le grosse reti televisive mentre gli schiavi ovviamente sono tutti coloro che fanno dell'informazione da sé, in maniera autonoma, sfruttando il meccanismo più democratico che è mai esistito da quando l'uomo ha inventato la ruota. Mi auguro, Guido, che vorrai essere dei nostri.

GUIDO: Grazie mille dell'invito. È una iniziativa alla quale penso dovrebbero aderire tutti quelli che hanno a cuore le sorti della libertà di informazione in Italia e non solo. Internet è una straordinaria occasione, oltre che per liberare davvero il pensiero di tanti cittadini, anche per incrementare e sviluppare finalmente l'impresa italiana così tanto in crisi. Non si tratta di difendere la pirateria, non si tratta di avercela con i signori del mercato audiovisivo e neppure con i vecchi signori della televisione. Si tratta semplicemente di non voler vedere andar sprecata una grande occasione come quella che ci viene offerta ogni giorno, se solo vogliamo e possiamo coglierla, attraverso le nuove tecnologie.

Ci vediamo all'Ambasciata americana con lo striscione in mano, e mandiamo tutti insieme una email a Mister Obama.
trascrizione a cura di MariaLaura Borruso

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