08/01/10

La bolla del debito gonfiata da Tremonti

Le previsioni di crescita del Pil per il 2010 saranno riviste al rialzo. Lo ha detto a inizio settimana Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico. La speranza del governo è che quest’anno l’economia italiana cresca dell’1,1-1,2 per cento, cioè di circa 20 miliardi di euro. Guarda caso, la spesa corrente è cresciuta della medesima cifra nel 2009 e si manterrà costante nel 2010. E dato che il Pil si calcola sommando la spesa per gli investimenti, la spesa per i consumi, la bilancia commerciale e, appunto, la spesa della Pubblica amministrazione, non era difficile arrivare a tale risultato.

Giulio il banchiere. Il fatto è che l’economia Italiana è ferma e il governo continua a indebitarsi per mantenere una parvenza di crescita. Ulteriore controprova è data da un mercato del lavoro che anche nel 2010 produrrà disoccupati. Alla fine tocca ammettere che Giulio Tremonti usa gli stessi metodi dei banchieri d’affari che tanto criticava: non produce ricchezza, ma aumenta soltanto il debito, riversandolo sulla spesa corrente.
Una partita di giro che fa comodo alla miriade di imprenditori, faccendieri-consulenti, proprietari di cliniche legati a doppio filo ai canali di spesa pubblica, ma che non produce alcun beneficio reale per le condizioni di vita dei cittadini. Una bolla creata con il debito della quale tutti, prima o poi, saremo chiamati a pagare le conseguenze.

Come le banche americane avevano venduto il sogno che tutti potevano possedere una casa – bastava indebitarsi, no? – così Silvio Berlusconi e i suoi ministri continuano a venderci la favola che tutto va bene e nessuno ci presenterà mai il conto.
Sotto Natale, il superministro dell’Economia aveva provato a far passare la riforma fiscale come uno strumento di equità ma, prudentemente, non aveva mai parlato di abbassamento delle tasse. Anzi. Di fronte alle contestazioni di Renato Brunetta e Mario Baldassarri, ha sempre risposto: "E’ già un miracolo se non le alzo".

Il giorno della Befana, però, ci ha pensato direttamente Berlusconi a promettere l’Eldorado dell’abbassamento delle aliquote nel 2010, proprio con la riforma fiscale di cui aveva parlato Tremonti. A quel punto gli investitori internazionali sul debito pubblico italiano hanno pensato a due ipotesi: o siamo di fronte a una balla preelettorale di dimensioni colossali oppure a un governo talmente acrobatico che, dopo due scudi fiscali, osa pensare seriamente di diminuire il gettito. Eppure nel Decreto di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2010-2013, di "riduzione delle entrate fiscali" non c’è traccia. Su questo Dpef hanno fatto, fanno e faranno affidamento le agenzie di rating e gli investitori internazionali anche in questo 2010, quando l’Italia collocherà sul mercato 240 miliardi di debito pubblico.

La bolla e la balla. Per tener fede agli impegni con i mercati e per diminuire le tasse a qualcuno, il premier dovrebbe quindi aumentarle a qualcun altro, forse in maniera più che proporzionale. La bolla di Tremonti si scontra, nella logica degli analisti finanziari, con la balla di Berlusconi. E qualcuno doveva dare una spiegazione. Ci ha pensato l’altroieri Paolo Bonaiuti (immaginiamo sollecitato da Tremonti), smentendo che il governo stia progettando un taglio delle tasse. Una smentita inedita, che la dice lunga sull'assenza assoluta di margini di manovra e sui rischi che stiamo correndo sul fronte della finanza pubblica. Il problema resta l'elevatissimo debito pubblico e chi opera sui mercati lo sa fin troppo bene.

Ma a Roma è iniziata la corsa a rinviare il problema, approfittando della relativa calma delle Borse. E come ieri raccontava benissimo MF, il Tesoro si accinge ad aumentare la scadenza media del debito con emissioni a 15 e 30 anni. Va ricordato che oggi la durata media del debito è di 7 anni, con una media di scadenze annuali pari a circa 250 milioni. Tremonti intende diminuire la dipendenza annuale dal mercato, allungando la durata del debito. Nei paesi latinoamericani, abituati a situazioni di debito molto critiche, si direbbe che il Professore sta "spingendo il problema con la pancia".

Ovvero, lo rinvia non solo senza affrontarlo, ma anche senza sfiorarlo. Un paese con i conti in ordine potrebbe approfittare dei bassi tassi d’interesse della curva a breve, per emettere titoli a reddito fisso con interessi compresi fra il 2,25 per cento e il 2,90 per cento. Invece qui si preferisce (o si è costretti) a emettere scadenze più lunghe con tassi compresi fra il 4,20 per cento ed il 4,80 per diminuire gli ammortamenti nei primi anni. Da quando i furbi banchieri d’affari hanno convinto il Tesoro che i Btp legati all’inflazione pagano solo il 2,35 per cento di cedola, mentre lo Stato pagherà l’inflazione accumulata sul capitale solo fra trent’anni, Tremonti adora questi titoli che potremmo definire “a responsabilità politica differita”. Se questa è la logica, forse qualche spericolato banchiere di Wall Street abita anche in Italia. Dalle parti di via XX Settembre.

Da Il Fatto Quotidiano dell'8 settembre

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