26/02/10

Se la politica è corrotta e anche il libero mercato non si sente niente bene

Raramente mi capita di dare dei consigli di lettura. Ma in questo caso mi sento di fare un’eccezione. Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, oggi ha firmato un pezzo che è davvero tutto da leggere. Il suo giornale gli ha concesso lo spazio di una cartolina; e per di più lo ha “imboscato” a pagina 11, lontano dai titoloni cui si ferma la maggior parte dei lettori. Ed è un vero peccato. Perchè il suo editoriale ha il pregio - raro in questi tempi così caotici - di offrire una visione d’insieme del momento che stiamo vivendo. E ha anche il merito di infrangere uno degli schemini più abusati dai media italioti, quello dei politici corrotti, causa di tutti i mali.

Il vicedirettore del Corriere parte dagli scandali di questi giorni: i presunti appalti truccati della Protezione civile e “la truffa colossale” che vede coinvolte Telecom e Fastweb. E li mette a confronto con la Tangentopoli del secolo scorso, quella del pool Mani Pulite.

Siamo di fronte a una Tangentopoli 2? Forse. Ma, osserva Mucchetti, i tempi sono cambiati:

La rapida successione delle notizie associa un fenomeno antico come la corruzione, che affonda le sue radici nel familismo amorale di tanti italiani, al fenomeno contemporaneo della truffa internazionale per migliorare i bilanci di società che hanno elevato la performance e il potere a totem ideologico e stile di vita. E’ una sequenza che fa invecchiare di colpo analisi e soluzioni fino a ieri convincenti.

Perché? Perché:

Il rimedio degli Anni 90 alla corruzione dei politici e dei pubblici funzionari, quale scorciatoia per battere con poca spesa la concorrenza, è stato (…) la riduzione al minimo del ruolo dello Stato nell’economia. Più si privatizza e meglio è. (…) Meno regole si mettono e meno gli affari soffriranno. Insomma, il modello anglosassone. Va aggiunto che, nell’italia delle clientele e delle parentele (come la definì, negli Anni 60, Joseph La Palombara), il modello anglosassone rappresentava una rottura capace di esaltare il merito e la stessa democrazia.

Ma proprio gli ultimi scandali che investono la Telecom “finalmente” privatizzata stanno lì a dimostrare che il rimedio e l’approccio adottato dopo la prima Tangentopoli non ha funzionato. Di più. Il male che affligge un certo modo di intendere il libero mercato è ancora più profondo, per la semplice ragione che

questo modello ha poi mostrato limiti gravissimi nei suoi stessi Paesi d’origine

Tanto è vero che la crisi economica che stiamo vivendo è figlia non della corruzione dei soliti politici arraffoni. Ma degli errori clamorosi degli ex maghi della Finanza di Wall Street. Errori che sono costati ai contribuenti americani ancora più cari di tanti scandali in salsa tricolore:

Basti un solo confronto. Conti alla mano, il caso dell’Aig, l’American International Group che aveva venduto agli investitori protezione dal rischio di fallimento dei debitori in misura enormemente superiore alle sue effettive possibilità di copertura, appare infinitamente più grave dell’Opa di Unipol su Bnl, che pure mise a rumore l’italia per un’estate. L’Aig non è fallita solo perché salvata dal Tesoro (ovvero: dal ministero del Tesoro degli Stati Uniti, NdA). Unipol è stata fermata dalla Banca d’Italia, pur avendo mezzi propri reali in proporzione assai superiori non solo a quelli di Aig ma anche a quelli di altre banche europee, e i contribuenti non ci hanno rimesso nulla.

Insomma: in molti si erano illusi che adottando il modello anglosassone, avremmo risolto i nostri problemi di corruzione. Ma non è andata così. E ora oltre ai soliti problemi legati ai politici manolesta, ci ritroviamo ad affrontare anche le truffe dei novelli prestigiatori del capitalismo de’ noantri.

Che fare quindi?

ll malaffare incrociato delle vecchie tangenti e delle false performance evoca la necessità di una rivoluzione culturale che porti trasparenza e merito nella pubblica amministrazione e rompa le omertà del capitalismo di relazione. Ma una rivoluzione culturale non si può limitare alle regole, come abbiamo pensato fino a ieri. Anche perché Fastweb e Telecom Italia sono già società private che operano in un settore liberalizzato.

La svolta si realizza quando si rinnova la vita ordinaria delle imprese introducendo, accanto alla coscienza ambientale, il valore della sostenibilità sociale. Dove per sostenibilità sociale si intende non solo il rispetto dei diritti e doveri di cittadinanza, a cominciare dall’obbligo fiscale, ma anche quel senso dei limite e dell’equità che, per esempio, renderebbe socialmente censurabile elevare le paghe dei capi fino a qualche centinaio di volte il salario medio dei dipendenti o assegnare dividendi agli azionisti anche quando il bilancio di un’industria è in rosso o il patrimonio di una banca modesto.

La rivoluzione culturale invocata da Mucchetti, francamente, non è nemmanco all’orizzonte. Ma cominciare almeno a discuterne - come avevamo provato a dire anche noi un paio di giorni fa - non sarebbe male.

P.S. La versione integrale dell’editoriale firmato dal vicedirettore del Corriere della Sera, la trovate qui.

Fonte articolo

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