02/03/10

Quel grande fiume Lambro chiamato Italia

Talvolta solo un filo sottilissimo separa la tragedia dalla comicità, il drammatico dal grottesco e in alcuni casi, come quello dell’Italia di oggi, può accadere che anche questo filo venga meno, facendo si che l’intreccio fra eventi drammatici ed atteggiamenti caricaturali arrivi a costituire un’unica melma emanante miasmi venefici. Una melma tanto urticante e pericolosa, quanto ridicola e per molti versi disarmante.

Oltre 600.000 litri di gasolio si sono riversati nel fiume Lambro, a Milano, provocando una catastrofe ecologica di enorme proporzioni (nonostante la politica e gli esperti compiacenti continuino a tentare di minimizzare l’accaduto) che coinvolge Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, interessando il fiume Po, del quale il Lambro è affluente, ed il mare Adriatico.
A determinare la catastrofe non un evento naturale, un terremoto, un uragano, un’alluvione. Non un cedimento strutturale, un errore umano o la scarsa efficienza dei sistemi di sicurezza. Bensì una o più mani che hanno deliberatamente aperto i rubinetti di 8 cisterne all’interno della ex raffineria Lombarda Petroli, chiusa dal 2005, dove il carburante da anni era stoccato. Mani criminali ispirate non dal terrorismo (al cui riguardo settimanalmente si sprecano gli allarmi) ma da torbidi interessi di speculazioni immobiliari e intrallazzi mafiosi dai contorni poco chiari, in merito ai quali come regolarmente avviene mai sarà fatta chiarezza.

A tentare di limitare i danni immediati della catastrofe (quelli più gravi si produrranno nel tempo e risulteranno assai difficili da contenere) prima gli enti locali che hanno operato nel caos più assoluto, poi Guido Bertolaso e la protezione civile, intervenuti solo 48 ore dopo, quando sono stati chiamati in causa dagli stessi come previsto dalla legge.
A corollario del tutto un marasma di notizie, dichiarazioni e considerazioni, spesso contraddittorie fra loro, provenienti dalle autorità, dalle ASL e dalle associazioni ambientaliste, in base alle quali l’entità della catastrofe si dilata e ridimensiona a seconda della fonte, quasi petrolio, acqua e terra non fossero elementi oggettivi, ma piuttosto strumenti alchemici soggetti a personale interpretazione.

Su tutti le parole “dell’eroe nazionale” Guido Bertolaso che considera ormai il disastro praticamente risolto, grazie all’aspirazione di buona parte del gasolio dalle acque, previa sostituzione con una dose equivalente di ottimismo che resusciterà la fauna uccisa o compromessa, ripulirà magicamente le falde inquinate, eviterà qualunque infiltrazione nei terreni e riporterà fiumi e mare alla trasparenza adamantina degli inizi del secolo scorso.

Al tempo stesso notizie di nuovi sversamenti di sostanze nocive nel fiume Lambro, da parte di altre mani criminali che hanno pensato bene di approfittare dell’occasione per smaltire a costo zero qualche tonnellata di rifiuti tossici in loro possesso e il rinvenimento nelle acque del PO, vicino a Porto Tolle di elevate dosi di 1.2 dicloretano, (sostanza estremamente tossica originata nella produzione delle materie plastiche) che ancora altre mani criminali hanno riversato nelle acque, approfittando del fatto che il gasolio già presente ne impediva l’immediata individuazione a vista nell’acqua nera e oleosa.

Come risultato finale oltre 10.000 persone che vivono nei comuni vicini alle foci del Po sono attualmente privi dell’acqua potabile. Il Lambro ha ormai terminato la propria metamorfosi destinata a trasformarlo in una fogna abiotica a cielo aperto. Il più grande fiume d’Italia ha subito la “spallata” forse decisiva volta ad estirpare dal suo corso le ultime reminescenze di vita. La pianura padana, oltre che con la nube bruna, si troverà a fare i conti con lo stato sempre più compromesso dei propri corsi d’acqua. Guido Bertolaso, avendo ben compreso che se in Italia è possibile negare ogni addebito in materia di tangenti e appalti truccati anche di fronte all’evidenza dei fatti, si può fare altrettanto anche riguardo alle catastrofi ecologiche, continuerà a rassicurare tutti senza neppure arrossire in volto.
Le aziende agricole e quelle dedite all’allevamento faranno finta che non sia successo nulla, contando sulla compiacenza delle ASL e delle ARPA sempre disposte a chiudere un occhio. E le mani criminali, mosse da torbidi interessi di speculazioni assortite, avendo ormai assodato l’assoluta inanità degli enti locali, incapaci di controllare alcunchè, si moltiplicheranno facendosi sempre più ardite.
In attesa di un prossimo futuro nel quale, all’interno dei fiumi ormai definitivamente (e finalmente?) compromessi, si potrà sversare legalmente di tutto, magari dietro pagamento di una tassa “ecologica” da devolvere ai comuni che sorgono lungo il tragitto del corso d’acqua. Sempre che si voglia ostinarsi ad usare la parola acqua, quale succedaneo di sostanze molto meno nobili, assai poco eleganti da pronunciare.

di Marco Cedolin

Fonte articolo

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