01/03/10

Tra ecologia e etica una indagine globale sugli sprechi di cibo


Nelle cosiddette nazioni «civili», caratterizzate da un consumismo pervasivo, gli sprechi di prodotti alimentari sono all’ordine del giorno. Negli Stati Uniti, per esempio, metà degli alimenti finisce nella spazzatura; in Gran Bretagna un terzo dei prodotti viene buttato via senza mai essere stato toccato, mentre in Giappone si sprecano ogni anno cibi per oltre cento miliardi di dollari. Questi e molti altri dati (che mostrano come la situazione sia simile in tutto il «mondo sviluppato», Italia compresa) sono stati raccolti dal giornalista britannico Tristram Stuart in un saggio-inchiesta, Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare, uscito da poco per Bruno Mondadori.

Quante volte ci capita di lasciare nel piatto ciò che prepariamo o che ci viene servito? O compriamo cibi destinati a restare nel frigorifero per giorni, prima di finire, intonsi, nel cassonetto? Decisamente troppe. Responsabilità maggiori ha però la grande distribuzione: le catene di supermercati, afferma Stuart, buttano via migliaia di tonnellate di cibo ogni anno: alimenti che magari non hanno una forma o un colore «adeguati» alla vendita, come nel caso di frutta e ortaggi, o che presentano una confezione rovinata. Il problema, ricorda l’autore nell’introduzione del libro, è che «in tutto il mondo sviluppato le risorse alimentari sono trattate come un bene disponibile, che non ha nulla a che fare con l’impatto sociale e ambientale della sua produzione». Osserva Stuart: «Se le nazioni ricche smettessero di buttare via così tanto cibo, diminuirebbe la pressione esercitata su ciò che resta degli ecosistemi naturali del pianeta e sul clima». E in effetti lo spreco di cibo non è solo un problema etico, ma anche ambientale, che ha a che fare con i meccanismi di produzione, trasporto e smaltimento dei prodotti alimentari.

Tutte cose che Stuart sa per esperienza diretta, visto che un bel giorno, quando era ancora studente, ha deciso per protesta di nutrirsi solo degli «scarti» dei supermercati della sua città, per intraprendere poi, in giro per il mondo, un’attenta ricerca su un sistema intossicato dal mito della crescita continua. Lo spreco dei paesi ricchi è infatti collegato alla povertà del resto del mondo e l’autore lo dimostra nel suo libro smascherando le distorsioni e le menzogne dell’industria alimentare. L’analisi di Stuart entra nel dettaglio nella seconda parte del libro, dove lo studioso descrive tra l’altro le contraddizioni del settore ittico (l’Unione Europea ha calcolato che tra il 40 ed il 60% di tutto il pescato viene ributtato in mare), o della produzione di carne (circa il 40% dei cereali prodotti nel mondo vengono usati per nutrire gli animali d’allevamento, senza considerare la deforestazione necessaria a creare spazi sempre più grandi), analizzando poi le oscillazioni dei prezzi nei mercati con i relativi effetti sulle popolazioni e sugli ecosistemi e le tensioni globali legate allo sfruttamento delle risorse.

Sprechi è dunque un libro pieno di informazioni che tutti dovremmo conoscere, se non altro per farci un’opinione, e di consigli dati più o meno direttamente, da mettere in pratica se ci sta a cuore la possibilità di avere un futuro - perché c’è un limite a ciò che la natura ci può dare, così come c’è un limite alla crescita, in ogni sua forma e in ogni contesto. La riduzione degli sprechi alimentari dovrebbe diventare insomma una priorità nell’agenda politica e ambientale, in un mondo ancora ipnotizzato dal mito di un’inarrestabile crescita economica e nel quale la popolazione mondiale è secondo le previsioni destinata a salire a nove miliardi di individui entro il 2050.

di Andrea Bertaglio

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