03/03/10

Una lettera del “babbo” dell’inceneritore di Brescia

Il “babbo” dell’inceneritore di Brescia: «Il Piano provinciale dei rifiuti? Completamente sbagliato» L’ingegner Simone Larini demolisce punto per punto l’impostazione della politica di smaltimento dei rifiuti nell’Ato 6.

Caro Direttore,

mi chiamo Simone Larini e sono l’autore di una dozzina di importanti piani di smaltimento rifiuti, tra cui quello per la Provincia di Brescia (che dette il via al famoso “termovalorizzatore”) e quello per la Provincia di Treviso. Quest’ultimo piano ha creato le condizioni che hanno consentito al Consorzio Priula il più alto tasso di RD (78%) e la più bassa produzione procapite di rifiuti d’Italia (320 kg/anno per abitante). Sono quindi “inceneritorista”, ma anche esperto di raccolta differenziata, capace di progettare raccolte in cui la percentuale di scarti sia prossima allo zero (come nel mio progetto per Fiera Milano o in un progetto pilota che ha consentito di introdurre in Italia il riciclo degli imballaggi di Tetra Pak.)
Fino a qualche anno fa ero uno dei più stimati esperti italiani di rifiuti; ormai mi sono ritirato dall’attività, sebbene per “dovere civico” continui ad occuparmi della materia. Ad esempio, ho creato il sito www.inforifiuti.com di informazione indipendente sulla gestione dei rifiuti, in cui si può trovare una documentata smentita di dieci luoghi comuni sui rifiuti.
Mi vedo costretto ad intervenire – cercando di fornire migliori elementi di valutazione – per rettificare una serie di affermazioni inesatte che negli ultimi mesi ho letto in alcune interviste pubblicate in alcuni giornali locali dell’area fiorentina.
Premetto che di seguito userò il termine “inceneritore” in luogo di “termovalorizzatore”. Pur non avendo pregiudiziali contro l’uso energetico dei rifiuti (posso essere definito un “inceneritorista”), sono di formazione professionale di stampo anglosassone e quindi uso la parola equivalente a “incinerator”, piuttosto che un termine ipocrita come “termovalorizzatore”, che non ha equivalenti nel mondo.

1. Il mercato dei materiali di recupero
Nel momento in cui si evocano eventuali difficoltà di collocazione sul mercato del recupero dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata (RD), ci si deve ricordare che la RD non è stata inventata dagli ambientalisti, ma nasce allo scopo di recuperare materie seconde per l’industria, al fine di ottenere un risparmio economico rispetto al consumo di materie prime.
Problemi di ordine strutturale riguardano solo i rifiuti plastici, che sono però una frazione minore e scarsamente strategica. Le difficoltà di riciclo di questo materiale non devono eventualmente servire come scusa per affossare la RD di carta, cartone, vetro, lattine e legno, che possono incontrare difficoltà di collocazione sul mercato solo qualora vengano raccolti con sistemi di RD non ottimali, che determinino un’elevata incidenza di scarti.
Dovendo raggiungere l’obiettivo di legge per la RD, le frazioni di rifiuto strategiche sono: carta e cartone, sostanza organica, vetro. In genere, fare bene la RD di queste sole tre frazioni significa già recuperare il 65% dei rifiuti urbani (evitando quindi la soprattassa del 20%, dovuta per il mancato raggiungimento degli obiettivi di legge).
Dato che il 50% delle cartiere italiane è situato in Lucchesia, per i rifiuti cellulosici non esistono in Toscana problemi di collocazione.
Esiste invece un problema di qualità per i rifiuti organici raccolti nell’area fiorentina. La cospicua presenza di materiali indesiderati costringe gli impianti di compostaggio dell’area fiorentina a intense e ripetute procedure di raffinazione che rendono il prodotto finito una sostanza polverosa ben poco simile al classico compost. Ma il vero motivo per cui tale compost risulta poco appetibile per eventuali utilizzatori non sta nel “mercato”, bensì sta a monte: dipende dal fatto che vengono usati sistemi di RD non ottimali, basati sull’impiego di cassonetti stradali che consentono il conferimento anonimo e incontrollato di grandi quantità di scarti non compostabili. A differenza di quanto succede in Lombardia, dove il largo impiego di sistemi di RD più idonei e intelligenti ha ridotto la percentuale di scarti indesiderati nella RD dell’organico praticamente a zero. Zero scarti, su base regionale, sottolineo.
Inoltre, a causa delle note vicende, l’impianto San Casciano è così lontano dallo stato dell’arte che non riesce a decomporre correttamente neanche i sacchetti in plastica biodegradabile. E’ chiaro che un materiale così non è vendibile: io stesso non userei nel mio mini-orticello biologico un compost del genere. Ma ciò dipende dagli errori di gestione in fase di raccolta e trattamento, non da una scarsa ricettività del “mercato” rispetto al compost da RSU.

2. Il Piano Rifiuti

Non viene recepita l’innovazione.
E’ incomprensibile come la validità del piano rifiuti della Provincia di Firenze venga tuttora sostenuta, ostinatamente e in maniera completamente acritica. Essendo uno dei più esperti pianificatori italiani, quando ho letto il piano rifiuti dell’ATO 6 non ho potuto fare a meno di rilevare una lunga serie di errori, che vanno dal metodo di analisi merceologiche, alle impostazioni strategiche, alla bacinizzazione, alle soluzioni impiantistiche, alle previsioni di costo.
Inoltre, i costi generali del sistema di gestione delineato dal piano porterebbero almeno al raddoppio della tariffa per i cittadini. Nella mia carriera non ho mai visto un piano con tanti errori tutti insieme. Per dare un’idea, ne ho riassunto l’elenco completo in una relazione, che ho scritto per “dovere civico” e regalato agli amministratori locali chiantigiani: si tratta di un documento di 23 pagine!
In sé stessa, la presenza di errori non sarebbe un problema: per loro natura i piani sono soggetti a revisioni periodiche, al fine di recepire i mutamenti di scenario tecnico, legislativo, ecc. Negli ultimi anni si sono ad esempio verificati alcuni importanti cambiamenti:
- L’abolizione dei contributi CIP6 all’incenerimento
-L’introduzione di un obiettivo minimo di legge del 65% per la RD
-Le nuove norme che limitano al massimo l’assimilazione agli urbani dei rifiuti speciali
-La diffusione in Italia dei sistemi di tariffazione puntuale (in cui chi più produce rifiuti, più paga)
-Il successo, in termini di risparmio economico e di risorse, registrato dalle esperienze di gestione dei rifiuti nel Nord Italia, ormai un modello per tutto il mondo

L’errata impostazione strategica.
Ma colpisce il fatto che, sebbene gli elementi elencati abbiano modificato profondamente il quadro delle condizioni al contorno, siano stati praticamente ignorati nelle ultime revisioni di piano, che hanno mantenuto inalterata un’impostazione strategica risalente ai primi anni ‘90, ormai superata sul piano strategico ed operativo.
Ad esempio, non viene applicato in maniera sistematica quello che nelle esperienze modello del Nord Italia è uno dei più forti fattori di riduzione di costo: la RD “spinta” dei rifiuti organici. E’ infatti dimostrato dall’esperienza quotidiana in Lombardia e Veneto che quando la RD dei rifiuti organici riesce a intercettarne l’80-90% del totale, ciò consente di ottimizzare l’intero sistema di raccolta, riducendo dei costi complessivi. Ad esempio, quando si riesce a separare dal resto dei rifiuti una simile quota di rifiuti organici, il residuo indifferenziato risulta molto meno putrescibile e quindi si può ridurre la frequenza di prelievo dei rifiuti indifferenziati, anche a una sola volta la settimana. Un altro fattore di riduzione dei costi è il fatto che per la RD dei rifiuti organici vengono impiegati mezzi meno costosi, più piccoli e non compattanti (il peso specifico dell’organico è infatti quasi pari a 1).
Inoltre, il piano prevede di mantenere l’attuale sistema di raccolta, basato sull’impiego di cassonetti stradali, in cui vengono conferiti assieme, in forma anonima, rifiuti sia di origine domestica che non domestica. In questo modo, si perde l’occasione di operare una forte riduzione dei costi e si fanno mancare reali incentivi a una concreta riduzione dei rifiuti.
Una delle conseguenze della vasta diffusione dei cassonetti e della vasta adozione di una politica di massima assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani è il fatto che nella piana fiorentina la produzione procapite di rifiuti superiore del 50% rispetto alla media nazionale (736 kg/anno invece di 500). In Provincia di Treviso, invece questo valore scende a 368 kg/anno. Significa forse che i fiorentini hanno lo spreco nel loro DNA? Ovviamente no, dato che le province di Firenze e Treviso sono per molti aspetti molto simili. Un valore procapite così alto non va considerato come un dato di fatto “normale” ed inevitabile, ma è semplicemente un indice di cattiva gestione dei rifiuti.
Una delle ragioni di questa grande differenza di valori procapite è il fatto che nella Marca Trevigiana rifiuti domestici e non domestici hanno due circuiti di raccolta separati. Nella mia esperienza di pianificatore ho più volte verificato che i rifiuti assimilabili agli urbani (RSA) costituiscono il 40-60% dei rifiuti totali e sono per loro natura più facilmente ed economicamente recuperabili di quelli prodotti dalle famiglie. Uno dei fattori di successo della gestione dei rifiuti nei comuni trevigiani è quindi l’offerta di un servizio di smaltimento per il commercio, le industrie e gli artigiani a costi competitivi e con meccanismi che incentivino il conferimento differenziato: ad es. minori costi al kg per lo smaltimento dei materiali riciclabili.
Un’altra condizione indispensabile è l’abolizione dei cassonetti. In buona parte del nord Italia i rifiuti non possono essere più conferiti in forma liberamente ed anonima in contenitori stradali, ma solo nei bidoni personalizzati, affidati ad ogni famiglia o unità produttiva, le quali pagano la tariffa proporzionalmente alla propria reale produzione di rifiuti.
Il motivo per cui a Treviso per ogni abitante si produce la metà dei rifiuti rispetto a Firenze e dintorni appare quindi chiaro: nel nord Italia esiste un reale e concreto incentivo a ridurre i propri rifiuti, valido per commercio, aziende e cittadini. In Provincia di Firenze, invece, la riduzione rifiuti è affidata solo ad accordi di programma, a “tavoli” con associazioni di categoria, insomma solo a documenti con cui sono state siglate le varie intese per la riduzione dei rifiuti, tutte accomunate dall’inefficacia e da un cospicuo numero di dati messi a casaccio. Infatti, ancora non ho trovato da nessuna parte una dimostrazione numerica di come queste intese si traducano negli obiettivi di riduzione previsti dal piano provinciale (pari comunque a pochi punti percentuali).
Inoltre, vedendo l’abissale differenza dei dati tra l’area fiorentina e il nord Italia, invito a non dimenticare che produrre metà dei rifiuti significa anche sostenere la metà dei costi per lo smaltimento…
La bacinizzazione sbagliata.
Un’altro grave errore del piano di Firenze è la bacinizzazione del territorio. Inizialmente, lo stesso piano indica, correttamente, il sistema territoriale “Chianti e Val di Pesa”, composto dai cinque comuni chiantigiani. Ma nel resto del documento l’esistenza di questo bacino viene poi dimenticata e ci si riferisce invece solo al cosiddetto “Bacino Fiesole e Chianti”: cioè l’attuale bacino di gestione Safi, tutt’altro che ottimale, in quanto accorpa al Chianti anche comuni dell’area fiorentina, incluso un comune a nord della città come Fiesole. Nell’ottica di un pianificatore, si tratta di un bacino semplicemente assurdo. Ma in questo modo, si fa risultare un bacino molto più grande di quanto sia in realtà e che, come vedremo dopo, ha un deficit di smaltimento di sole 2mila t/anno: un’inezia rispetto alle 900mila t prodotte annualmente nell’area dell’ATO Centro.

Simone Larini
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