10/06/10

Il P2P è legale tanto quanto prestarsi un libro

evoluzione

Mentre in Italia sequestriamo un articolo intero a causa di un solo commento, mentre oscuriamo ThePirateBay e condanniamo gli intermediari di rete per i contenuti che altri utenti, già pienamente perseguibili a norma di legge, caricano sui servizi di videosharing, la Spagna ci guarda dal gradino più alto dell'evoluzione in tema di diritti digitali.

Non solo dimostra di essere più garantista anche quando prova ad essere repressiva, ma emette una storica sentenza che formalizza nero su bianco quel che in fondo ogni intellettuale onesto dovrebbe essere costretto ad ammettere (Barbareschi escluso): se è lecito prestarsi un libro o un dvd, lo è altrettanto scambiarsi un link.

Fino alla fine degli anni '90 l'industria dell'intrattenimento musicale ha prosperato lucrando sull'arte, a discapito di un'enormità di talenti che venivano messi in disparte perché non rientravano nelle logiche di mercato di rampanti e spregiudicati mercenari di accordi ed armonie, oppure perché non erano "figli di". Potevano farlo perché erano proprietari della tecnologia e stabilivano legami di esclusiva con le catene di distribuzione che non lasciavano spazio a nessun altro, all'infuori del loro elitario catalogo. Direttori artistici dall'aura carismatica, semidei assisi sul monte Olimpo, oggetto di leggendari aneddoti, guardavano dall'alto al basso il giovane musicista che bussava alla loro porta, grato di avere strappato loro anche una sola misera vaga promessa, quel "le faremo sapere" che è stato l'incubo di intere generazioni. E mentre la maggior parte dei talentuosi poeti in erba facevano la fame, le lobbies creavano mostri che generavano profitti inimmaginabili, condannando la musica ad un appiattimento stilistico e di contenuti che ha progressivamente inaridito la nostra capacità di percepire le sfumature. L'importante era normalizzare a 0 decibel.

La rete ha posto fine a tutto questo, ha cambiato la distribuzione, e con la modifica di questo ecosistema di base, al quale l'industria discografica si era adattata come un organismo animale eccessivamente specializzato, i signori "le faremo sapere" si sono estinti o sono stati costretti a incrociarsi. Oggi se vuoi produrti da solo hai tutti gli strumenti per farlo. Non più costosissimi ed esclusivi studi di registrazione e neppure faraoniche regie di montaggio video. Bastano una videcamera consumer, un pc, una buona scheda audio multitraccia e un paio di microfoni. E la distribuzione te la fai da solo, su Youtube, al limite affiancato da iTunes. La musica ha smesso di essere un prodotto realizzato a 100 e rivenduto a 1 milione, ha smesso di essere tassata, taglieggiata, sfruttata, prostituita. La mafia delle grandi major si è trovata senza piu' merce da spacciare, e gli adolescenti creati in vitro dall'assuefazione mediatica hanno cominciato a scegliere, a premiare, hanno riacquistato voce in capitolo e forse un giorno riacquisteranno anche la sensibilità alle sfumature che è andata perduta, bruciata come il sapore del grano soverchiato da un'eccessiva dose di sale nell'acqua. E gli artisti sono tornati tra la gente, a fare concerti, perché è lì, nel dialogo vero, reale, ravvicinato con il pubblico che devono trovare la loro dimensione e la misura economica del loro successo.

Quando l'evoluzione rende possibili nuovi scambi intellettuali e nuovi modelli commerciali, lo fa come l'acqua che rompe le dighe: riversandosi violentemente a valle. E' il segno che è stata compressa troppo a lungo, e a nulla valgono i tentativi di opporvi resistenza, che risultano solo nel finire travolti dal destino che assolve al suo ineluttabile compiersi. Meglio invece prepararsi a gestire una profittevole risaia in quelle immense, sconfinate distese di acqua poco profonda che ricopriranno le pianure quando l'alluvione avrà compiuto il suo corso, quando la sacra linfa della vita si sarà cioè redistribuita in maniera più uniforme e, senza dubbio, più democratica.

Insomma, care lobby, non rompete i coglioni e adattatevi.

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