24/07/10

Cambia il ddl bavaglio: una vittoria a metà per la stampa, una piena sconfitta per la rete


Era passato poco più di un mese dall'insediamento di Silvio Berlusconi e dell'intera compagine di governo a Palazzo Chigi. Poche settimane di esercizio del potere esecutivo, quando il ministro della Giustizia Angelino Alfano, su pressanti sollecitazioni da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri, presentava presso la Camera dei Deputati il disegno di legge numero 1415.

Era il 30 giugno 2008 quando il governo avviò la cruda battaglia per la riforma sostanziale del potere d'indagine dei pubblici ministeri, dell'utilizzo delle intercettazioni telefoniche e del diritto di cronaca sulle indagini giudiziarie in corso. La rapidità di presentazione del provvedimento mostrava, senza lasciare troppo spazio ai dubbi soggettivi, l'importanza e la priorità che l'intera maggioranza assegnava a questo genere di proposte.

Dell'impianto originario di quel disegno di legge che in seguito verrà meglio conosciuto come il "ddl intercettazioni" o il "ddl bavaglio" oggi non resta quasi più niente. L'amarezza ed il pesante senso di sconfitta ed impotenza registrati nei toni e nelle parole utilizzate da Silvio Berlusconi per criticare le ultime evoluzioni di una legge a lui tanto cara esprimono con chiarezza quanto poco rimanga di quel soffocante bavaglio datato giugno 2008.

L'emersione dell'ultimo ennesimo scandalo politico-giudiziario, quello della loggia P3, ha senz'altro accelerato la forza dei "riformatori" interni alla maggioranza di governo; le riforme presentate ed approvate in Commissione Giustizia dal governo, dal relatore Giulia Bongiorno e dal deputato Enrico Costa, snaturano in buona parte il provvedimento.

Pubblici ministeri e GIP responsabili della scelta delle intercettazioni rilevanti da impiegare nel processo e immediatamente pubblicabili, facilitazioni nell'impiego di microspie per le intercettazioni ambientali, abrogazione della richiesta d'autorizzazione alla Camera dei Deputati, possibilità di intercettazione di ignoti, riduzione delle pene amministrative, intercettabilità libera dei "reati spia per mafia" ed altro ancora.

Eppure, le limitazioni al diritto di informazione, a quel genere d'informazione spesso amatoriale ma non per questo meno affidabile, che non trova asilo in quegli ordini professionali tipicamente italiani, restano più salde che mai: la Commissione Giustizia della Camera ha rigettato tutti gli emendamenti abrogativi e di modifica a quella norma che impone l'obbligo di rettifica entro 48 ore per tutti i siti d'informazione.
La norma, che di fatto consegna nelle mani dei "soliti noti", uno strumento per uccidere la libera informazione in rete, una vera e propria mannaia sul web, non può essere messa in discussione: l'equiparazione legale tra blog e testate giornalistiche è uno dei punti inintaccabili di questo governo e come tale dev'essere difeso strenuamente dall'intera compagine parlamentare.

L'informazione in rete sembra intimorire più di uno stuolo di "toghe rosse" e famelici giornalisti anti-governativi; lo dimostra, ancora di più, il mantenimento di quel "comma D'Addario", la norma che impone 3 anni di carcere a chi registra segretamente conversazioni a cui si sta prendendo parte.
L'esclusione della punibilità non va ad a tutelare chi opera queste registrazioni "a scopo di giornalismo", ma solo per coloro che risultano regolarmente iscritti all'Ordine dei Giornalisti.

Un blogger che dovesse registrare in audio o in video una conversazione dai profili illeciti o dalla straordinaria importanza giornalistica avrà di fronte a se tre strade: la pubblicazione del nastro e la conseguente condanna a 3 anni di reclusione, l'attribuzione della registrazione ad un giornalista iscritto all'Ordine (che, di conseguenza, si approprierà di onori ed oneri) o la cancellazione di una prova giornalistica sensazionale.

Questa limitazione, accompagnata allo stringente obbligo di rettifica, di fatto costituisce un'arma letale contro i tanti (e crescenti) divulgatori di verità in rete. Queste norme trasformano un bavaglio soffocante in un bavaglio leggermente allentato, che lascia qualche possibilità di respiro, una striscia di stoffa colorata con toni pastello, ma che sempre bavaglio resta.

I comprensibili toni trionfalistici dei giorni addietro con cui le opposizioni e la stampa hanno salutato lo stravolgimento del disegno di legge Alfano hanno, di fatto, distolto l'attenzione sui punti ancora controversi del provvedimento ancora in esame. Il disegno di legge sulle intercettazioni rappresenta ancora un'arma utile, seppure parzialmente spuntata, per i protagonisti di atti criminosi, persegue chi dimostra con prove filmate un tentativo di reato a proprio danno e tutela l'autore del reato, proclama il "de profundis" per l'informazione libera in rete ed impedisce, alla stampa tutta, il diritto al racconto di conversazioni di interesse collettivo ma ininfluenti dal punto di vista giudiziario, come le risa divertite della cricca in occasione della morte di 308 civili in quel di L'Aquila, le "dichiarazioni d'amore" di Giampiero Fiorani rivolte ad Antonio Fazio o lo spasmodico interesse per le scalate bancarie di Piero Fassino, Massimo D'Alema e Nicola Latorre nelle telefonate spese con l'A.D. di Unipol Giovanni Consorte.

La battaglia contro il DDL Intercettazioni più che conclusa sembra essere appena cominciata. Ed una pubblica resistenza del mondo dell'informazione libera contro il ddl bavaglio ora assume importanza più che mai.

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