19/07/10

Il ricordo di Paolo Borsellino per un paese senza memoria


C'è uno strano alone che circonda il ricordo della morte di un uomo di giustizia quale era Paolo Borsellino. E' una fitta nebbiolina fatta di recriminazioni, di accuse, di protagonismi, di biechi lavaggi di coscienze, di stucchevoli conteggi numerici sulle presenze, di passerelle forzate e di passerelle mancate, una fuliggine in grado di occultare il vero lascito di un magistrato intento a compiere il proprio dovere, consapevole dei rischi e delle trappole che avrebbero potuto strappargli prematuramente la vita, un diversivo che distoglie anche gli sguardi più attenti dal vero punto di interesse: le "ragioni", le responsabilità e i colpevoli della morte di un cittadino che, al di là della propria fine violenta e drammatica, non è possibile definire in altro modo se non "eroe civile d'Italia".

Sono passati 18 anni dal 19 luglio 1992, un brevissimo istante di tempo se paragonato alla storia della mafia in Italia, un'eternità se si considera quante siano ancora le verità da scoprire affinché si possa tornare a pronunciare, senza vergogna o spudoratezza, la parola "giustizia".
18 anni di menzogne, di colpevoli in libertà, di assassini senza macchie e di leve del potere imbrattate con il sangue di mani abituate ai polimeri dei grilletti, al tritolo degli esplosivi, alla filigrana delle banconote.

18 anni di "segreti di stato" che si confondono e coincidono con i "segreti dell'anti-stato".
L'agenda rossa di Paolo Borsellino non esiste oggi come allora, di agenti dei servizi segreti con la "faccia da mostro" rimane solo il soprannome, le responsabilità dello Stato nella guerra dichiarata contro sé stesso restano sepolte sotto una coltre nera ancora da spazzare.

Come ogni anno, del ricordo della morte di un magistrato eccellente, alla fine dei conti, non resta altro che il consueto battibecco sui successi e i flop delle manifestazioni, le polemiche sulle partecipazioni istituzionali e le dichiarazioni di rito delle massime autorità politiche: l'impegno dello Stato, la lotta alla mafia che non si arresta, i presunti successi del governo, gli impegni per il futuro e le tante altre fiabe da raccontare ad un popolo ancora troppo bambino per distinguere tra realtà e fantasia.

Il 20 luglio del 1993, appena un anno ed un giorno dopo la scomparsa di Paolo Borsellino, sorgono i primi malumori per i crolli di partecipazione alla commemorazione del magistrato ucciso; "Palermo non si muove" titolava Repubblica sin da allora.
L'anno successivo Agnese Borsellino diserta la commemorazione ufficiale decisa dalla Provincia di Palermo, nel 2001 il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano polemizza con l'omelia di padre Giuseppe Bucaro presso la basilica di San Francesco D'Assisi, 12 mesi più tardi Rita Borsellino avverte una scarsa partecipazione ed il governatore siciliano Salvatore Cuffaro (condannato in appello per favoreggiamento e sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa) si lancia in un'apologia dell'eroismo di Paolo Borsellino, della necessità di una lotta quotidiana alla mafia e dell'impegno fondamentale delle istituzioni dalle colonne di Repubblica, nel 2005 le celebrazioni in Via D'Amelio riscontrano la separazione e le tensioni tra la famiglia Borsellino e le autorità politiche locali e nazionali, il 2006 è l'anno dei battibecchi tra il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il pm palermitano Antonio Ingroia.
Nel 2007 Salvatore Borsellino, di fronte alle poche centinaia di partecipanti alla commemorazione in Via D'Amelio accusa: "Paolo è stato dimenticato dalla gente comune. Il movimento di opinione che si era formato dopo le stragi è andato via via scemando". Oggi, di fronte agli stessi numeri, proclama il successo dell'evento, mentre i disertori di ieri e di oggi si sono già apprestati a mostrarne (non troppo velatamente) il presunto flop.

Il ricordo di Paolo Borsellino sembra ridursi a questo, ad un immarcescibile teatrino della polemica da rinnovare anno dopo anno. Un teatrino utile e funzionale, in grado, con le proprie battute altisonanti, di distogliere l'attenzione su come la pratica di delegittimazione dei magistrati scomodi di un tempo per mezzo di fantomatiche etichettature politiche ("Falcone comunista", "Falcone socialista martelliano", "Borsellino missino") sia tornata ad essere impiegata con maggior vigore oggi, su come l'utilizzo dei collaboratori di giustizia (il vero asso nella manica del pool antimafia nella lotta a Cosa Nostra) sia divenuto con il tempo una "odiosa abitudine" piuttosto che una "misura necessaria", su come leggi improponibili a quel tempo come la limitazione al potere d'indagine dei magistrati oggi venga annunciata da molti come una "straordinaria rivoluzione".

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