22/08/10

Quando per Bossi Silvio era il “camorrista mafioso di Arcore”.

Strano il rapporto tra Umberto Bossi e la lotta alla mafia: oggi si fa con Berlusconi e Dell’Utri, ieri si faceva contro di loro. Oggi si votano senza defezioni (e senza fiatare) scudi giudiziari e leggi ad personam; si tace quando un assassino come Vittorio Mangano viene definito un eroe; si minimizzano le condanne per concorso esterno in associazione mafiosa; si sminuisce la riapertura delle inchieste sul periodo stragista. Ieri, tutto al contrario, si parlava una lingua che oggi definiremmo “giustizialista”, “forcaiola” e che tanto ricorda – ma in una versione ben più colorita – quella degli odiati Di Pietro e Travaglio.

Si prendano ad esempio le vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto il Premier. Oggi Bossi e i suoi si comportano da alleati fedeli, e tacciono o acconsentono. Ma non è sempre stato così. Anzi. Scorriamo l’archivio dell’Ansa: “Chi vota per Berlusconi e Fini deve sapere che vota per la mafia” (6 marzo 1996). “Non c’è il minimo dubbio: la Fininvest è controllata dalla mafia, Berlusconi è nel giro della mafia e le televisioni non sono sue, lui è il fiduciario” (4 dicembre 1996). Berlusconi è il “camorrista mafioso di Arcore” e “la Fininvest ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi” (25 ottobre 1998). Il Cavaliere “non merita risposte dignitose”, tuona Bossi in un comizio a Udine, e rincara: “io non parlo dei mafiosi, di chi ha fatto i soldi con la mafia”. E ancora: “ricordo che molti ragazzi del Nord sono sotto terra, morti di droga. Morti cioè con i soldi che poi sono arrivati a lui per le sue televisioni” (13 novembre 1998). Insomma, “fino a quando non s’è fatta chiarezza su che cosa è Forza Italia e su che cosa è la Fininvest, sulle finanziarie e su come pigliavano i quattrini, non ci potrà essere alcun dialogo con il Polo” (5 ottobre 1998). Berlusconi da par suo aveva già fatto sapere che non si sarebbe mai più seduto allo stesso tavolo con Bossi. Bugia.

Sono gli anni in cui il quotidiano La Padania pubblica una serie di domande precise circa l’origine dei capitali del Cavaliere e i suoi presunti rapporti con la mafia. Calderoli, diverso tempo prima di stendere e definire l’attuale legge elettorale una “porcata” “fatta volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti col popolo che vota” (15 marzo 2006) – alla faccia della “sovranità popolare” -, si chiede se fare causa a Mediaset e se, nell’evenienza, “ricoprire i muri della Lombardia” con la prima pagina dove ci si interrogava “se Berlusconi è un mafioso o no” con il ricavato (28 agosto 1998). Per Bossi, in ogni caso, quelle domande non sono abbastanza: l’allora direttore Marchi avrebbe dovuto andare più a fondo “con quelle carogne legate a Bettino Craxi” (19 agosto 1998).

Non mancano i “dubbi” su “un personaggio come Dell’Utri, inquisito per mafia” (1 ottobre 1999). La condanna in secondo grado deve averglieli sciolti, dato che il senatùr ha dichiarato in proposito: “Un conto è provare che uno è mafioso; l’appoggio esterno non dimostra niente, non dimostra che uno è mafioso” (29 giugno 2010). Insomma, Dell’Utri è innocente, e quelle di Spatuzza “sono balle, sono storie” (5 dicembre 2009). Anche la prescrizione a Mills deve essere sembrata sufficiente a Bossi quanto ai dubbi sulle “holding” occulte del gruppo Fininvest, dato che è da un pezzo che non ne parla. Si vede che è troppo impegnato a pensare ai fucili che il popolo padano è pronto, un giorno sì e l’altro anche, a imbracciare contro le stanze del potere di “Roma ladrona” – dove peraltro lui stesso lavora. Oppure è solamente la concezione leghista della coerenza: si giura sulla Costituzione e allo stesso tempo si dichiara l’indipendenza della Padania, come da Statuto e come proclamato a Venezia: “affermiamo il nostro diritto e la nostra volontà di assumere i pieni poteri di uno Stato”, “la Padania è una Repubblica indipendente e sovrana” (15 settembre 1996). Tutto, pur di realizzare un federalismo promesso ormai da vent’anni. Del resto quando ci fossero domande di cui si ignora la risposta – ad esempio: è ancora vero che “governare vicino al partito del mafioso è pesante” (17 giugno 1998)? – basta alzare il dito medio.

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