18/10/10

Avanzi, c’è posto


Una decina di giorni fa, guardavo in tivù Debora Serracchiani, la gggiovane speranza del fu Piccì, poi Pds, quindi Ds, ora Piddì (e domani, chissà).

Stava spaparanzata su una delle poltroncine di Ballarò; la faccia che ricordava una Rosy Bindi d’antan; le parole, purtroppo, anche. Debora spiegava - con serietà, sdegno e aria vagamente da funerale (tutto molto bindiano, appunto) - che l’Italia, ahinoi, era l’unico Paese europeo che stava tagliando i fondi per università e ricerca. Lamentava che così non si investiva sul futuro e si lasciavano scappare i cervelli più brillanti. Sottintendeva che l’Italia era sempre più terzomondo (o Africa, o Sudamerica, o sostituire con stereotipo geografico a piacere) e sempre meno Europa.

Roba preoccupante, insomma.

E dovrebbe preoccupare - soprattutto - il fatto che Debora Serracchiani sia parlamentare europea. E l’Europa, quindi, dovrebbe conoscerla bene.

Già, perché il suo pianto greco mi è tornato alla mente giusto questa settimana sfogliando “The Guardian” (che per chi non lo sapesse è un giornale inglese). Notizia del giorno in Gran Bretagna, infatti, è che il governo - ora guidato dal conservatore James Cameron - ha intenzione di mettere le mani alle forbici. Obiettivo? Sì, avete indovinato. Un po’ tutto, ma l’università in particolare.

Per sommi capi. Nel Belpaese, secondo i calcoli del Piddì, le università quest’anno avranno a disposizione un miliardo di euro in meno. Secondo i numeri a disposizione del “The Guardian” (ma pure di “The Independent” o del “Telegraph”), la Gran Bretagna, invece, dovrebbe sforbiciare qualcosa come 4,2 miliardi di sterline (pari all’incirca a 4,8 miliardi di euro). Quattro volte tanto.

Ma c’è di più. In base ai conti fatti dai giornalisti del “Telegraph”, quei quattro miliardi e mezzo di sterline costituiscono ben - ben - il 57% dei fondi che il governo inglese versa ogni anno nelle casse delle università. Il taglio sarebbe strutturale (vale a dire: se passa questa riforma del finanziamento, le cose - d’ora innanzi - staranno sempre così). Molti corsi dovrebbero, quindi, probabilmente chiudere i battenti. E la Gran Bretagna compirebbe un enorme passo verso la fine dell’università pubblica. Per compensare il mancato introito dallo Stato, infatti, le università dovrebbero rifarsi sugli studenti. Che potrebbero, stando a una proposta di cui si sta discutendo in Parlamento, pagare tasse tra le 6.000 e le 10.000 sterline. Chiaramente, all’anno.

Inutile dire che rappresentanti e sindacati degli studenti inglesi non hanno apprezzato questa ipotesi di svolta e hanno sollevato il dubbio, invero più che legittimo, che molti poverazzi ad andare all’università non ci penseranno proprio. Ed inutile dire che questa riforma epocale non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Non per la Gran Bretagna. E nemmeno per l’Europa.

Per dire. L’Irlanda aveva cominciato a tagliare tutto il tagliabile (ricerca compresa) già un anno fa. Altre cure da cavallo si stanno abbattendo da mesi sui conti pubblici di Grecia, Spagna e Portogallo (che sempre questa settimana ha presentato un piano di tagli draconiano). E l’elenco dei Paesi e delle sforbiciate ai costi di istruzione e ricerca potrebbe continuare. Ma tornando alla Gran Bretagna, beh, il tema dei tagli aveva tenuto banco per l’intera campagna elettorale che ha portato James Cameron, lo scorso maggio, sullo scranno di primo ministro.

Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Eccetto per l’onorevole Serracchiani. Che non sa o che finge di non sapere. Come in tanti a sinistra che in questi giorni stanno blaterando sull’argomento, sostanzialmente limitandosi a sparare a zero sul loro bersaglio preferito: il solito principe-del-male Berlusconi.

Peccato che all’origine del problema non ci sia, in questo caso, la cattiva volontà del governo di turno. E’ la crisi economica. Quella crisi economica che ha trasferito una montagna di debito privato - di banche, persone e aziende - sui bilanci degli Stati; Stati che ora si ritrovano tutti insieme e assai poco appassionatamente in brache di tela. Quella crisi economica che è l’evento del decennio e che però - in Italia e non si sa come mai - non si è mai trasferita nel dibattito politico (concentrato da ormai due anni su case e escort; trans e marrazzi; processi infiniti e altri che verranno). Quella crisi economica che non ha mai avuto molto successo neppure sulle pagine dei giornali (salvo in qualche soporifero editoriale o in qualche grigio articolo nelle pagine dell’economia).

Tutto questo per dire che tutta ’sta questione dei tagli all’università sarebbe - per carità - pure seria. Ma che continua a non essere discussa in modo serio. Per esempio. Invece che continuare a levare alti lai in lode dell’Europa, non varrebbe forse la la pena chiedersi come e perchè il progetto Europa 2020 - diventare, grazie alla ricerca, l’economia più dinamica del mondo - sia finito a ramengo? Invece di pompare storie strappalacrime di ricercatori delusi perché-a-loro-la-cattedra-spetta-di-diritto, magari non si potrebbe - perché no? - pure parlare di quello orrendo mercimonio che è oggi il meccanismo delle carriere dei professori universitari? E comunque, invece che cucinare la solita zuppa con contorno polemiche, non converrebbe seriamente chiedersi come il nostro ex Belpaese possa fare, in futuro, di più con meno? Perché questa è la sfida che aspetta noi e pure gli altri Paesi del Vecchio Continente. E da questa sfida - realisticamente - non si scappa.

Questo, in fin dei conti, è e rimane il nodo: non si risolve un problema, se prima non si individua il problema. Ma qui, dei problemi - cioè della realtà - sembra non voler parlare nessuno.

Per i berluscones, ça va sans dire, tutto va bene, madama la marchesa. Mentre gli antiberluscones continuano ad ammanire lettori ed elettori con la solita storiella cara al fu Piccì: l’Italia sta messa peggio pure della Tanzania, per colpa, ovvio della destra corrotta. Allora, ai tempi dei Togliatti, il paradiso era l’Urss (aperta parentesi: e si è pure visto come è andata a finire: chiusa parentesi). Ora si chiama Europa o Stati Uniti. Ma storiella era, e storiella è rimasta.

Insomma, il solito ping-pong. E non se ne vede la fine. Perché - appunto - anche i gggiovani assomigliano ai vecchi. E continuano ad invornire gli italiani con le stesse storielle di sempre. Come la Serracchiani. Che più che il nuovo che avanza, sembra un avanzo di magazzino. Magazzino - quello del Piddì, fu Ds, fu Pds, fu Piccì - che purtroppo pare assai capiente.

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