18/02/11

Siamo ancora in tempo


Ormai è abbastanza chiaro. C’è qualcosa che non va. La qualità della vita è decisamente migliorata rispetto al passato, o almeno così si suol dire, ma c’è qualcosa che stride, che non convince un numero sempre più elevato di individui. Anche una volta raggiunti questi incredibili e mai sufficientemente elogiati livelli di “progresso” e benessere (definizione molto opinabile, perché il benessere è ormai stato soppiantato dal “tantoavere”), probabilmente si possono ottenere ulteriori e più reali miglioramenti.

Per esempio, liberarci dagli stili di vita consumistici odierni potrebbe farci vivere meglio sia per le innumerevoli tensioni e frustrazioni che si possono evitare, sia per il fatto di poter vivere in un ambiente meno oberato di rifiuti. Quando ci renderemo conto del fatto che le cose sono spesso ladre di tempo, che ciò che possiedi alla fine ti possiede (per dirla con Fight Club), ci si potrà trovare in una situazione di tranquillità e di lucidità tali da darci modo di riapprezzare la vita così com’è, senza tutti i fronzoli artificiali che ormai sostituiscono le vere bellezze e i veri piaceri. Che non sono necessariamente la borsetta firmata o gli occhiali da sole all’ultimo grido. Quelli sono giocattoli che possono ovviamente dare un certo piacere, ma che non dovrebbero, come invece succede troppo spesso oggi come oggi, sostituire cose ben più importanti, o sostituire la bellezza del mondo e della vita che non sappiamo più vedere.

Una volta fatto nostro questo concetto, ci si può automaticamente liberare dalla schiavitù del produttivismo forsennato e di una società basata sulla fretta e sulla frenesia. Lavorare meno può non solo migliorare la qualità della nostra vita, ma probabilmente anche ridurre in parte i problemi legati alla disoccupazione che assillano le nostre società composte per lo più di persone totalmente dipendenti dal mercato. E i soldi in meno che si guadagnano non sono un problema, se si sono ridotti i propri bisogni superflui. E lo sarebbero ancor meno se si riuscisse davvero ad avere il tempo e la capacità di auto-prodursi almeno una parte dei propri beni e dell’energia necessaria alle proprie abitazioni.

Tutto ciò è possibile anche dopo una presa di coscienza da parte della razza umana del fatto che non siamo superiori agli altri esseri su questo pianeta. Abbiamo indubbiamente capacità intellettive ben più sviluppate (che dovrebbero appunto dotarci di una maggiore coscienza), ma non siamo i padroni del mondo. Siamo addirittura una specie incredibilmente giovane rispetto alle altre.

È stato calcolato che se si considera l’età della Terra lungo l’arco di un anno di tempo, la nostra specie è comparsa negli ultimi quindici minuti del 31 Dicembre. Se invece si considera la storia registrata e “documentata”, questa rientrerebbe solo negli ultimi sessanta secondi! E il fatto di essere responsabili, con il nostro comportamento, con il nostro inquinamento, dell’estinzione di un numero di specie che va dalle 50 alle 55 mila ogni anno, dovrebbe fare riflettere. Nonostante i nostri incredibili risultati tecnologici, medici, farmaceutici ecc, abbiamo moltissimo da imparare dai più piccoli ed umili esseri di questo pianeta. Basti pensare alle incredibili e tuttora misconosciute proprietà terapeutiche e curative di certe specie di piante o funghi, alla resistenza di alcuni tipi di conchiglie o semplicemente a quella di una ragnatela, in proporzione cinque volte più resistente dell’acciaio. Il tutto “prodotto” sempre silenziosamente, a temperatura ambiente e senza produrre rifiuti.

Viviamo in totale disarmonia con ciò che ci circonda. Una volta resisi conto di ciò, si possono fare scelte che possono dare realmente inizio ad un cambiamento. Un cambiamento in positivo, possibilmente non solo a parole e non fatto solamente di buone intenzioni. Dire che dobbiamo salvare il Pianeta, comunque, è abbastanza ridicolo. La Terra va avanti anche senza l’essere umano, baby-specie, come ha sempre fatto prima e come farà appunto anche dopo di noi. Semmai dobbiamo salvare noi stessi, oltre ovviamente le migliaia di specie che stiamo sopprimendo quotidianamente.

Come è possibile? Visto che non dobbiamo aspettarci nulla dall’attuale sistema corporativo, guidato per sua stessa natura dal solo perseguimento di profitti sempre più cospicui ed immediati, né tanto meno dai governi, che al suddetto sistema si sono venduti (quando non ne fanno addirittura parte: si pensi al politico/imprenditore Berlusconi o ai Bush, famiglia di petrolieri), sta a noi cambiare le nostre abitudini. Gradualmente, con impegno e costanza. Il che non vuol dire fare voti di povertà o di rinuncia, né vivere di stenti, ma semplicemente cambiare alcune delle assurde abitudini che ci hanno inculcato, e soprattutto decidendo con più criterio cosa comprare o, ancor meglio, cosa non comprare.

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

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