09/04/11

Telelavoro, siamo ultimi con il Portogallo

Percentuale telelavoro


Che militiamo in serie B, agonizzando insieme a chi lotta per la retrocessione, ormai non stupisce più nessuno. Forse si potrebbe avere un sussulto di dignità, un rigurgito di amor proprio e come per magia tornare a crederci, ma finché i tassi di penetrazioni della rete internet in Italia rimangono al 53% della classifica mondiale, abbiamo poche speranze di contare qualcosa nel frastuono mediatico delle Rita Dalla Chiesa con i loro finti terremotati, dei reality show con i loro finti innamorati, dei TG nazionali con i loro finti inviati, dei San Remo con i loro finti premiati. E' tutto finto. E così sembra paradossale dirlo, ma in un mondo che ha scelto di vivere nella più grande rappresentazione letteraria di tutti i tempi, per una ironica legge del contrappasso la vita vera si può ritrovare solo nel mondo virtuale della rete, dove i cittadini comunicano fra di loro e lentamente iniziano a spegnere il grande megafono. L'epopea dell'inganno globale, l'epico viaggio nel delirio onirico di una società che vive di allucinazioni è iniziato accendendo una televisione e può finire accendendo (e poi spegnendo) un computer, transitando per la contaminazione intermedia dei contenuti televisivi ad opera dei nuovi internet-tv. A condizione che, nel frattempo, la rete resti libera.


Nel frattempo, mentre i pochi che se la possono giocare ad alto livello hanno sempre meno problemi, come Luca Barbareschi che, dopo il suo rientro da FLI, ha subtio chiuso un contratto in RAI con la sua casa di produzione per un grande show dal titolo "La vita è una cosa meravigliosa" (ettecredo!), gli italiani stanno sempre peggio. Il tasso di occupazione (quello che rileva ai fini della comprensione del problema) a febbraio 2011 è del 56,7%, mentre il tasso di disoccupazione sale all'8,4% (la Germania invece scende al 6,3%) [Dati Eurostat].

E il telelavoro? E' quasi retorico chiederselo in un paese dove non esiste un'agenda digitale e lo sport nazionale sembra essere quello di sottrarre risorse all'innovazione e alla banda larga. Questo è del resto quello che Berlusconi sa della rete:

Una ricerca commissionata da Manageritalia sul tasso di penetrazione del telelavoro nei paesi europei, come al solito, ci vede penultimi, poco prima del Portogallo. Di questi tempi, un compagno di classifica un po' imbarazzante.
Eppure il telelavoro avrebbe tanti vantaggi. Quei pochi che lo utilizzano dicono che fa risparmiare sugli spostamenti (54,9%), permette di organizzarsi autonomamente l'orario di lavoro (41,9%), riduce lo stress (34,8%), aumenta il tempo per la famiglia (34,8%), fa risparmiare denaro (32,8%), aumenta il tempo libero (23,9%), aumenta la produttività lavorativa (19%), permette di concentrarsi maggiormente sul lavoro (10,5%) e valorizza le proprie capacità professionali (9,9%). Di contro, fa sentire un po' isolati dai colleghi (74,5%), rende più difficoltoso il confronto (61,3%), non agevola l'aggiornamento sulle routine aziendali (43,9%), determina scarsa visibilità e dunque genera timore per la propria carriera (40,3%) e, udite udite, genera un assorbimento eccessivo da parte della famiglia (42,1%), che fa da contraltare a quel 34% di padri e madri meno assenti. I difetti tuttavia sono destinati a diminuire la loro incidenza a mano a mano che aumenta la diffusione della pratica.

Se però spostiamo la nostra attenzione dai vantaggi individuali a quelli collettivi, il telelavoro potrebbe dare un contributo enorme alla battaglia contro gli sprechi energetici e alla riduzione dell'inquinamento. Pensate a quanti milioni di scatolette con le ruote in meno potrebbero circolare tutti i giorni sulle strade dove accompagnamo i nostri figli a scuola o intorno ai parchi dove li portiamo a giocare. Pensate a quanto petrolio si potrebbe risparmiare e al miglioramento conseguente della qualità dell'aria, con significativa riduzione dello stress e con il recupero delle nostre città a una maggiore vivibilità.

L'esigenza di controllare i dipendenti? Solo un manager arretrato e un'azienda ferma ai modelli di gestione del personale di cento anni fa potrebbe preoccuparsene. Basta lavorare per obiettivi. Chi li raggiunge, conserva il suo posto di lavoro e viene gratificato. Chi li buca, senza una ragionevole motivazione, va a casa (anzi, ci resta, ma si dedica a qualcos'altro).

Eppure, ancora una volta, tutto questo non si può fare senza investimenti seri per recuperare il gap sulle infrastrutture di connettività e sulla qualità della banda larga. Solo negli ultimi 15 anni, la produttività in Europa è aumentata del 50% grazie alle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni. In Italia invece siamo al 48° posto della networked economy, l'economia di internet, che da noi produce solo l'1,6% del Pil contro il 3,7% della Francia e il 7,2% del Regno Unito.

E c'è ancora chi pensa che internet serva solo a chattare su Facebook.

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