20/07/11

Il vilipendio è indagare una vignetta.

Non mi piace che una Procura apra un’indagine sul direttore di un giornale, Maurizio Belpietro, per il solo aver pubblicato una vignetta sul Capo dello Stato. In un Paese libero, il diritto di satira si dovrebbe applicare anche a lui. Soprattutto quando si tollera un ministro della Repubblica che, satira o non satira, alza il dito medio e vomita insulti ogni volta senta parlare di Italia e Tricolore o parta l’inno nazionale.

Certo, nel caso Napolitano-Belpietro il punto è capire se si tratti di satira o vilipendio. Ma davvero ha senso, o è anche solo desiderabile, che a decidere della differenza sia un giudice? Io, almeno per casi come questo, preferisco rimanere nel dubbio che trovarmi a non poter ridere di qualcosa, o anche deriderlo, perché lo stabilisce una sentenza. Anzi, preferirei proprio abolire la differenza. E far sparire il vilipendio. Tanto non serve per trarre le proprie conclusioni, per esempio, sul ministro in questione.

Non mi piace poi nemmeno che questo discorso sulla libertà di satira finisca in qualche modo subordinato al fatto che Belpietro faccia cattivo giornalismo. Cosa di cui tra l’altro molto spesso sono convinto, ma non nel caso in esame, dato che il pezzo che giustifica la presenza di Napolitano nella vignetta, di Franco Bechis, è assolutamente dignitoso e – tra l’altro – non oggetto delle attenzioni della Procura. In ogni caso in un Paese libero, diffamazione esclusa, anche il cattivo giornalismo dovrebbe avere – come fortunatamente ha - pieno diritto di cittadinanza.

Siano insomma i lettori a decidere se ridere o meno, e se abbeverarsi a quella fonte di informazione o meno.

L’alternativa è uno Stato di gran lunga peggiore di quello in cui può capitare tra le mani un giornale con una vignetta che non fa ridere e dimentica, tra i «papponi» della Casta, il presidente del Consiglio e i suoi famelici sgherri. E in cui lo ‘smemorato’ può perfino vestire i panni della vittima.

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