24/09/11

Macché crescita, le grandi opere gonfiano solo il debito

Un’incidenza determinante sull’aumento dei debiti pubblici hanno avuto i costi delle cosiddette grandi opere, deliberate con sempre maggiore frequenza dalle amministrazioni statali centrali e periferiche non per rispondere a reali necessità, ma con la motivazione esplicita di rilanciare l’economia e creare occupazione. Le grandi opere modificano in modo irreversibile superfici di territorio sempre più vaste, ricoprendole di spesse incrostazioni di materiali inorganici. Possono essere realizzate soltanto da grandi aziende e suggellano la loro alleanza strategica col potere politico che le delibera. Un’alleanza che accomuna tutte le varianti della destra e della sinistra e ha attenuato, fino a renderle irrilevanti, le differenze culturali e di prospettiva politica che le hanno divise nell’ottocento e nel novecento.

Su questa alleanza si fonda la corruttela diventata consustanziale alla gestione del denaro pubblico. Una sorta di ossessione maniacale infarcisce di progetti faraonici, cervellotici e inutili i programmi elettorali di tutti i partiti a ogni livello istituzionale. Il denominatore che li accomuna è la grandezza. Più sono grandi, più investimenti richiedono, maggiore è il contributo che si ritiene possano dare alla crescita economica, più alte sono le cifre che possono transitare illegalmente tra i vincitori degli appalti e i committenti. Le occasioni più utilizzate per predisporne scorpacciate pantagrueliche sono i lavori preparatori di eventi che a scadenze sempre più ravvicinate attirano flussi di persone provenienti da ogni parte del mondo: olimpiadi estive e invernali, campionati di calcio, di nuoto, di tennis, esposizioni universali, centenari, giubilei, conferenze internazionali.

Le grandi opere che si realizzano in queste occasioni hanno costi altissimi, vengono usate per poche settimane per poi rimanere abbandonate al degrado e all’incuria, non ripagano nemmeno in minima parte le loro spese, riempiono le amministrazioni pubbliche di debiti per più generazioni, le obbligano a contrarre altri debiti per pagare gli interessi sui debiti contratti, le costringono a fare cassa cedendo la gestione dei servizi pubblici ad aziende multinazionali. Il debito pubblico della Grecia, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria obbligando l’Unione Europea ad acquistarne grandi quantità per bloccare il contagio che si stava estendendo all’Italia e alla Francia, ha cominciato a impennarsi in conseguenza delle spese effettuate per le Olimpiadi di Atene del 2004. Se Torino è la città più indebitata d’Italia, lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006.

Molte grandi opere non ripagano i loro costi perché sono sovradimensionate rispetto alla funzione che dovrebbero svolgere. È successo col tunnel sotto la Manica, già fallito due volte. È successo con l’aereo supersonico Concorde che collegava Parigi e New York. È successo con molti edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, che nessuna società è disponibile a gestire e sono rimasti inutilizzati, per cui si stanno rapidamente degradando anche se i loro costi di gestione non smettono di incidere sui bilanci pubblici. Sta succedendo con la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. Dell’inutilità di molte grandi opere sono ben consapevoli i loro stessi promotori politici, che tuttavia rivendicano impunemente come un merito il fatto di averle deliberate con la motivazione che la loro costruzione consente di rilanciare la crescita economica, di creare occupazione, di far lavorare aziende che altrimenti entrerebbero in crisi e di portare benefici economici e occupazionali a cascata nei territori in cui vengono realizzate.

Il sindaco che ha amministrato la città di Torino negli anni a cavallo delle Olimpiadi invernali del 2006 acquisendo sulle opere inutili una certa esperienza, in relazione alla linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione ha dichiarato in un’intervista: «Mi prenderanno per un fissato, ma continuo a ritenere che l’alta velocità è un progetto per la crescita del Paese. Si deve fare non per la razionalizzazione dei trasporti, ma perché è in sé una riforma». E tornando sull’argomento qualche anno dopo, ha ribadito, a contrario, lo stesso concetto, affermando che la realizzazione dell’alta velocità costituisce «una sfida fra chi pensa che possa esistere un percorso di crescita sostenibile in Paesi di antica industrializzazione come l’Italia, e chi ritiene che l’unica strada sia, nei fatti, la decrescita ovvero la gestione del declino. Ed è dunque più che mai, anche simbolicamente ormai, un tema che decide a sinistra ma anche a destra, su qualità e credibilità di un programma di governo».

Se si pensa che l’identificazione della decrescita col declino sia un’evidenza che non ha bisogno di essere dimostrata, la credibilità delle forze politiche di destra e di sinistra si misura sulla loro capacità di evitare questa prospettiva costruendo un percorso di crescita sostenibile, un concetto che molti con solide argomentazioni considerano un ossimoro, mediante un programma di governo incentrato sulla realizzazione di grandi opere a prescindere dalla loro utilità. Questo obbiettivo è così strategico da giustificare il ricorso a un debito pubblico di cui già non si è in grado di pagare le rate se non facendo altri debiti. Una sintesi più efficace delle cause che stanno aggravando di pari passo la crisi economica e la crisi ambientale non poteva essere fatta.

Chi, se non gli appartenenti alla casta dei politici di professione, può pensare che la costruzione delle grandi opere non faccia aumentare i consumi di energia, i consumi di risorse, le emissioni di gas climalteranti? Si può pensare di realizzare una crescita sostenibile scavando una galleria di 53 chilometri tra rocce amiantifere; ricoprendo di sostanze inorganiche superfici sempre più ampie di territorio verde in cui l’anidride carbonica viene assorbita dalla fotosintesi clorofilliana; prosciugando le falde acquifere, aumentando gli edifici da riscaldare, rinfrescare, illuminare, alimentare elettricamente; costruendo i bunker delle centrali nucleari, i trinceroni di cemento armato lunghi centinaia di chilometri in grado di sopportare le vibrazioni di convogli ferroviari che viaggiano a 200 chilometri l’ora, una base militare a valenza continentale, un ponte lungo 4 chilometri?

Contrariamente a quanto asserisce chi ritiene che le grandi opere pubbliche abbiano una valenza positiva a prescindere dalla loro utilità perché contribuiscono a far crescere l’economia, per di più in modo sostenibile, l’unico criterio per valutare la sostenibilità di un’opera è la sua utilità: un’opera è sostenibile se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse e di energia, in modo da recuperare dapprima quante ne richiede la sua costruzione e successivamente di ridurre l’impronta ecologica. Ma se a parità di servizi diminuisce il consumo di risorse e di energia, ne deriva una decrescita che si ottiene mediante un aumento dell’efficienza e una riduzione degli sprechi, ovvero una riduzione selettiva di consumi inutili, o almeno evitabili.

La costruzione di una linea ferroviaria è sostenibile se ammortizza le spese d’investimento con i ricavi di gestione in tempi economicamente accettati dagli investitori, e questo può succedere solo se la sua utilità è tale da indurre un numero sufficiente di automobilisti a scegliere di viaggiare in treno: se cioè i suoi ricavi derivano dai risparmi conseguenti alla riduzione dei consumi energetici che consente di ottenere. Un’opera pubblica è sostenibile ecologicamente solo se non fa crescere il debito pubblico e contribuisce a far diminuire il consumo di risorse, in primo luogo energetiche, accrescendo l’efficienza con cui si usano e offrendo al contempo un servizio di qualità migliore. Tutte le spese per grandi opere che incrementano il debito pubblico non sono sostenibili ecologicamente. Se si persegue la crescita e si pensa di favorirla accrescendo la domanda attraverso la spesa pubblica in deficit, si aggrava sia la crisi economica, sia la crisi ambientale. Entrambe le crisi possono essere affrontate con possibilità di successo solo se si persegue una decrescita selettiva del prodotto interno lordo.

I tradizionali strumenti di politica economica, basati su criteri quantitativi di valutazione della produzione, non funzionano più. Lo dimostrano i fatti. Destra e sinistra perseguono due modi parzialmente diversi di utilizzare quegli strumenti per favorire la crescita mediante un aumento della domanda, che la destra ritiene si possa ottenere riducendo le tasse, mentre la sinistra ritiene si possa più efficacemente ottenere aumentando la spesa pubblica e i redditi delle famiglie meno abbienti. Di fronte al fallimento delle politiche finalizzate a rilanciare la crescita mediante il sostegno alla domanda, la crisi in corso può essere affrontata con possibilità di successo solo se si utilizzano strumenti di politica economica basati su criteri di valutazione qualitativi, incentivando gli investimenti nei settori produttivi che aumentano l’efficienza con cui si usano le risorse, in modo da ridurre i costi e l’impatto ambientale, mantenere un benessere effettivo e senza sprechi al 25% dell’umanità che ne usufruisce, creare le possibilità di estenderlo gradatamente al 75% che ne è privo o carente.

Le grandi opere sono fattori di crescita insostenibile perché accrescono i debiti pubblici e il consumo delle risorse, in particolare quelle energetiche, per cui la loro realizzazione presuppone la crescita delle spese militari necessarie a tenere sotto controllo i governi dei Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili. D’altro canto la crescita delle spese militari e le guerre per sostituire con governi fantoccio i gruppi di potere non allineati che governano i Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili, offrono alle grandi imprese multinazionali del settore dell’edilizia l’opportunità di realizzare grandi affari con la ricostruzione. Basta pensare alla bagarre che si sta scatenando tra i governi e le imprese dei Paesi che hanno aggredito militarmente la Libia spodestando il dittatore che la governava da quarant’anni.

(Maurizio Pallante, estratto da “Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice”, disponibile in versione integrale sul blog di Mdf, il Movimento per la Decrescita Felice).

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