21/11/11

Passaparola 21/11/2011 - Il senso della vita - Moni Ovadia


Sono Moni Ovadia, questa è la mia prima volta sul glorioso blog di Beppe Grillo. Vi confesserò sono onorato ed emozionato di esserci, tutti noi italiani abbiamo un debito inestinguibile nei confronti di ciò che Beppe Grillo e i suoi collaboratori hanno fatto per tutti noi. Questo a prescindere dall’essere omologati a un’idea e a una cosa, ma quello che ha fatto il MoVimento di Beppe Grillo e lui personalmente è un servizio straordinario a questo Paese, perché ha avuto la forza, il coraggio e la perseveranza di denunciare e di smascherare vergogne senza nome, senza di lui, senza il MoVimento che si è costruito intorno alla sua figura, ma che poi ha una sua dignità e autonomia noi molte cose non avremmo potuto saperle e non avremmo potuto avere quel cuneo che questo MoVimento rappresenta per non permettere e anche per impedire ai politici di sedersi sui loro vizi.

Dentro un’asfittica gabbia economicista
Nel grande frastuono e nel chiacchiericcio mediatico, nella pletora di discorsi che si fanno con la scusa dell’emergenza, credo che l’emergenza sia già una forma di costruzione del potere per giustificare cose altrimenti ingiustificabili, ma se c’è l’emergenza,
allora dobbiamo giustificare, allora si continua a parlare di questa emergenza, si dicono cifre, dati, il lavoro, la disoccupazione e si è smesso tendenzialmente, ammesso che lo si sia mai fatto, di parlare delle questioni di fondo, delle questioni che attengono all’essere umano, nessuno si fa più le domande sulle questioni di senso, credo che una delle grandi devastazioni fatta alla nostra società, è la distruzione del senso, noi siamo affidati a una deriva di significati che non hanno più un orizzonte ampio, tutto è asfittico, tutto fluisce e credo che questa sia invece la grande questione, cos’è vivere una vita? Che significato ha l’esistenza di un essere umano, di una società di esseri umani su questa terra? Perché siamo qui? Come possiamo starci?
Siamo stati confinati progressivamente dentro un’asfittica gabbia economicista, ciò che conta sono solo i numeri dell’economia, la prima notizia che ci viene data è come si comportano i mercati, come reagiscono i mercati, noi teoricamente viviamo i sistemi democratici in cui andiamo a fare un rito sempre più vuoto di senso, che è quello dell’elezione, credendo di mandare a governarci delle persone sulla base di un programma. Il programma non si sa quasi mai, sappiamo delle chiacchiere televisive, non del programma. In realtà i cittadini elettori non hanno in gran parte la formazione culturale, gli strumenti critici per leggere un programma e per sapere costruire una differenza tra programma e propaganda, noi ascoltiamo propaganda elettorale, non programmi elettorali. Andiamo a fare questo rito svuotato dell’elezione, per poi scoprire che il nostro destino non sarà deciso veramente in fondo da quelli che abbiamo mandato lì o solo in parte, ma che esiste un coagulo di forze economiche chiamati “mercati” che decidono del destino economico di un paese e quindi del suo destino tout court, visto che oggi tutto è economia, ma noi non eleggiamo i mercati, noi li subiamo. Allora già questo ci dimostra che noi non siamo una reale democrazia, ma una democrazia molto formale e sostanzialmente fittizia, in particolare in Italia. L’Italia del berlusconismo è stata la cloaca dei sistemi pseudodemocratici d’Europa, il punto dello scarico, il pozzo nero della sua forma ridicola e nefasta, ma è un problema generale.
Adesso il berlusconismo sembra essere al suo crepuscolo, non lo sappiamo ancora perché ha catalizzato antichi vizi dell’italica gente e dell’italica politica, Il berlusconismo è il sintomo, la malattia è un’altra, è un coagulo di malattie che forma una patologia, conformismo, servilismo, opportunismo, “tengo famiglia”, che hanno portato l’Italia nel fascismo e 40 anni dopo hanno portato il berlusconismo. Allora è lì che bisogna andare a vedere. Ma per vedere le malattie profonde di un corpo sociale, bisogna porre la questione del senso, cosa significa un corpo politico? Ho scoperto, che uno dei padri della patria, Giuseppe Mazzini, del quale non avevo grande considerazione, trovavo indecoroso che un leader politico risorgimentale di quella che doveva essere una rivoluzione, nazionale, scrivesse come suo libro programmatico invece che dei diritti, dei doveri. Parlava di doveri a un popolo di contadini, braccianti, stremati da poteri brutali, arbitrari, aristocratici, oppressivi di cui erano sudditi.

La centralità dell’essere umano
Per questo non ho mai approfondito la figura di Mazzini, scopro casualmente, perché nessuno me l’ha insegnato a scuola, che Mazzini dice delle cose sconvolgenti sull’idea di patria e di nazione. Mazzini dice che una patria e una nazione non sono i confini,
ma è un tessuto sociale in cui, in cui non ci sono privilegi, in cui gli uomini sono uguali di fronte alla legge, dunque è patria un luogo dove c’è la dignità del lavoro, dove a ogni essere umano è data possibilità con le sue capacità d’opera di costruirsi una vita uguale a quella degli altri per dignità e per diritto. Questo è un senso, altrimenti cos’è un paese? Per esempio cos’è per Silvio Berlusconi un paese come l’Italia? La sua cultura?No. Cos’è in fondo l’Italia di Berlusconi? Una serie di aziende che dovrebbero essere libere di fare i cazzi propri, anche di malversare, di evadere la legge e di evadere le tasse! Perché un’Italia così ha potuto passare presso i cittadini? Perché l’idea di appartenere a un paese, a un tessuto sociale, quel senso che è stato costruito nella nostra Costituzione repubblicana è andato totalmente perduto in una parte molto consistente dei cittadini italiani, così malconci dal punto di vista dello status di cittadinanza che ti garantisce dignità sociale e politica, che non conoscono neanche l’Art. 1 della Costituzione: “Il fondamento, l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, perché solo se c’è lavoro e se c’è dignità sul lavoro, noi possiamo parlare di democrazia, senso, ma questo è stato completamente distrutto a favore della flessibilità, dei Co. Co. Co., dell’interinale, dell’innalzamento dell’età pensionabile e degli affari di lor signori.
Dunque l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, senso, ma l’articolo non finisce qui, dice: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, quanti in Italia sanno che sovrano non è il popolo, ma è la Costituzione, proprio per evitare le derive populiste che rischierebbero di riportare dittature. Silvio Berlusconi e i suoi cortigiani e sgherri non hanno fatto altro che ripetutamente parlare di sovranità popolare, senza sapere quello che dicevano, oppure sapendolo, ma i cittadini che li votavano ci hanno creduto, perché? Perché non sanno qual è il senso profondo su cui la nostra democrazia è stata fondata.
La nostra democrazia fa riferimento a un senso ancora più lontano che viene addirittura dall’origine dei monoteismi, quando l’idolatria del potere è sconfitta da una narrazione. Gli esseri umani sono tutti uguali perché hanno un solo padre e una sola madre. Visto che Dio è padre e madre, è un’intuizione poderosa, è un lungo cammino di senso, che demolisce il non senso del potere, il significato del potere che è oppressione, è arbitrio sugli uomini e lo sostituisce con la centralità dell’uomo e della vita, della dignità, della sacralità, della santità, dell’uguaglianza e dell’autonomia di ogni essere umano rispetto al potere.
Ma questo senso è qualcosa sul quale noi non discutiamo, se non in Festival sulla spiritualità, o i Festival sulla letteratura, ma non ne sentiamo discutere nella nostra televisione. Questo senso, quando sentiamo parlare di lavoro, ci dovrebbe portare a parlare del lavoratore, dell’essere umano che è il lavoratore, noi sentiamo parlare di troppo carico pensionistico, cassa integrazione, naturalmente Art. 18 sì, Art. 18 no, ma gli uomini? Non parliamo dell’uomo, cos’è la vita? Il lavoro non dovrebbe essere il tempo – spazio in cui un essere umano costruisce un progetto di sé, per sé, per la sua famiglia, per la società, non è più questo, parliamo di numeri, non parliamo di uomini. Ci siamo occupati dei tiramenti priapici di un omino piccolo, piccolo per 17 anni, ma non ci occupiamo dell’umanità di questo nostro paese e della nostra Europa. La vita degli esseri umani non ci interessa? La vita del pianeta non ci interessa? Diventiamo sovversivi se chiediamo che al primo posto venga messa la centralità dell’essere umano, della vita sul pianeta, del mondo animale, del mondo vegetale, del nostro habitat, della costruzione di futuro. Non siamo più neanche in grado di piantare alberi per il futuro, i nostri contadini piantavano alberi di cui non avrebbero visto i frutti né loro, né i loro figli, ma i loro nipoti. Noi non siamo più in grado di fare questo, perché? Perché abbiamo alterato il senso stesso della vita.

La mancanza di cultura
Steve Jobs che era un uomo davvero di profondità di visione, al di là del giudizio che se ne possa dare, dice che la morte fa parte della vita, perché costruisce. La morte è l’evento che costruisce il nuovo spazio alla vita e il fatto che la vita evolva per avere un suo ciclo e senso.
Per cui se questo accade, se c’è il senso della vita, i giovani trovano spazio, ma quando dei vecchi indegni si tirano come dei palloni e cercano di avere, o perlomeno dichiarano, perché poi “de facto” non ce l’hanno, un’attività sessuale da diciottenne, è chiaro che è una catastrofe per l’alleanza intergenerazionale che dovrebbe essere un passaggio di testimone, una collaborazione in cui ciascuno svolge il suo ruolo, non si tratta qui di dire “Largo ai giovani”. Si tratta di ripristinare l’alleanza tra generazioni perché è questa che costruisce il senso, è questa che dà senso alla vita.
Noi siamo arrivati a una situazione in cui è stato completamento cortocircuitato il senso dell’esistenza e perché avvengano i fenomeni sociali politici e economici virtuosi, si restituisca la parola al senso e che si dibatta di senso e dell’orizzonte di senso che vogliamo darci, perché altrimenti ricadremo negli stessi vizi. Il problema non è il berlusconismo, Berlusconi è un uomo di 75 anni, potrà forse viverne 85/90, se ne va prima o poi, il problema è perché Berlusconi ha potuto fare quello che ha fatto e i politici che verranno sono il problema, faranno subito la legge sul conflitto di interessi? Faranno una nuova legge sull’informazione? Metteranno la questione culturale nei primi posti dell’agenda politica? Perché le vere questioni sono culturali, non politiche, il berlusconismo è stato prima di tutto una questione culturale. Berlusconi ha imposto la sua sottocultura televisiva, la cultura di tette e culi e di tutta questa roba, poi vincere le elezioni è stato schioccare le dita! E non c’era nessuna preparazione a contrastare questa cultura da parte dell’opposizione, perché la questione culturale non è nell’agenda. La questione culturale è la madre di tutte le questioni, perché c’è un problema di cultura politica, di cultura economica, non solo la cultura tout court.
Dico sempre: togliamo all’Italia Dante. il melodramma, le sue bellezze monumentali, il Rinascimento etc.. Togliamo tutto il cinema, Fellini, vendiamolo ai giapponesi non è più nostro, che cos’è l’Italia? Con tutto il rispetto per l’impresa? Cos’è il tondino metallico di Brescia? È questo che fa l’Italia? Siamo arrivati al punto che un Ministro della Repubblica si è permesso di dire che Dante non si mette nei panini e questo non ha provocato scandalo. Se in Francia un Ministro della Repubblica avesse detto Rassin o Proust non si mette nei panini, non mostrava più la faccia fuori casa.
Allora è questione di senso e questione culturale che ci permette di attivare nei nostri cittadini gli strumenti critici che poi permettono di scegliere, perché è evidente che c’è un vastissimo strato della nostra popolazione che non ha strumenti critici per valutare la realtà e che vota sulla base del sorriso del candidato, o balle spaziali che racconta perché dispone di televisioni. Io dico sempre scherzando, ovviamente è una battuta, che se avessi avuto i mezzi di Berlusconi sarei riuscito nel giro di due o tre anni a far sventolare la bandiera rossa sul Vaticano con il consenso del Papa, naturalmente è un iperbole e una battuta. Ma perché si è lasciato tutto questo? Perché mancavano nella classe politica gli strumenti culturali e gli strumenti critici per capire quale era la questione delle questioni e ancora oggi si parla di fiera del berlusconismo ma non si parla, come si dovrebbe parlare di legge sul conflitto di interessi, ma non basta, anche di una legge sull’informazione che impedisca a un solo uomo di avere tanto potere mediatico. Perché? Perché ancora ci si affida all’improvvisazione, all’emergenza, non si ha quell’orizzonte di senso che ti permette di riflettere sulle leggi che devi varare per costruire un orizzonte di dignità e di rispetto dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Grazie per l’ospitalità e spero che non sia l’ultima volta.

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