30/01/12

Passaparola 30/01/2012 - Il Federalismo mafioso - Filippo Astone


Le banche non erogano più credito alle aziende nonostante abbiano ottenuto un prestito europeo di 50 miliardi di euro. Le aziende sono spesso a un bivio: chiudere o cercare soldi dagli usurai, dalla criminalità. Le mafie dispongono di un tesoretto annuo superiore ai 100 miliardi, possono soddisfare qualunque richiesta e, dopo breve tempo, impadronirsi della società. Stiamo salvando le banche e consegnando le imprese alle mafie. Il paradosso è che questo avviene mentre nel Sud molti imprenditori si rifiutano di pagare il pizzo e per questo rischiano la vita. La bancocrazia finirà vittima di sé stessa e le mafie padrone del Paese.

Il Passaparola di Filippo Astone, giornalista economico e scrittore

Cosa Nostra e la globalizzazione
Buongiorno a tutti, sono Filippo Astone, giornalista economico e autore di libri inchieste, mi occupo di imprese, di finanza e del capitalismo italiano. Il giornalismo economico italiano tende o a fare le marchette, santificandoli, o all’opposizione preconcetta:io ho sempre cercato invece di restituire la loro complessità e credo che in questa chiave di lettura rientri anche la mia ultima fatica, “ Senza Padrini: Resistere alle Mafie Fa Guadagnare”. Mi sono occupato di questo movimento di imprenditori in Sicilia che si oppone alle mafie non per ragioni etiche e di principio o per eroismo, ma perché le mafie bloccano lo sviluppo economico e sono nocive alle loro aziende. Intreccio questo racconto con il l’impatto distruttivo a livello economico che le mafie hanno in Italia: in questo periodo si parla della crisi economica e si dimentica che una delle principali cause del nostro declino e del nostro impoverimento è l’economia mafiosa. Cosa Nostra dopo le stragi è in declino e oggi la mafia più importante è la ‘ndrangheta calabrese. Dopo le stragi del ‘93 e Falcone e Borsellino c’è stata una fortissima pressione investigativa e repressiva e, allo stesso tempo, i partners internazionali nel commercio di droga hanno mollato Cosa Nostra per agganciarsi alla ‘ndrangheta. I colombiani non fanno più affari con i siciliani: li fanno con i calabresi. Quest’imprenditoria slegata dal pizzo e dalla mafia in realtà c’è sempre stata. Pochi sanno, ad esempio, che a Caltanissetta c’è un piccolo distretto dell’industria meccanica che addirittura esporta. Chi ha iniziato questa rivoluzione, che è, insieme a Ivan Lo Bello, Antonello Montante, ha un’azienda, la MSA (Mediterranean Shock Absorvers), che fa ammortizzatori speciali e per il 70% del suo fatturato esporta. Gli ammortizzatori sui treni della Freccia Rossa sono della MSA e quindi non ha bisogno dei favori della politica e del legame col territorio. Il nuovo clima creato dal declino di Cosa Nostra e le maggiori possibilità aperte dalla globalizzazione hanno favorito questo tipo di imprese, che altrimenti dovevano rimanere nascoste. A ciò si aggiungano i caratteri dei singoli, che finalmente hanno capito che si potevano ribellare: c’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che era il fatto che nella Confindustria siciliana un mafioso che oggi si trova in carcere avesse concentrato gran parte del suo potere. Quel personaggio si chiama Pietro Di Vincenzo e era il maggior costruttore siciliano, il Presidente di Confindustria di Caltanissetta e il Presidente dei costruttori siciliani. La ribellione contro la mafia nasce a Caltanissetta come ribellione contro Di Vincenzo da parte del gruppo dei giovani imprenditori, che volevano mettere un loro esponente alla guida della Confindustria locale e che venivano bloccati dalla mafia. Contemporaneamente c’era il petrolchimico di Gela, che è uno dei più grossi impianti dell’Eni, che era praticamente un grande buffet al quale si servivano le imprese mafiose: noi ce lo dimentichiamo, ma Gela era una delle zone più mafiose dell’universo. Non lo è più dopo questa ribellione, perché nel 2007 arriva alla guida del petrolchimico di Gela, che fattura qualche miliardo di Euro, un figlio di un magistrato: l’ingegner Rispoli, il quale decide di non dare più le forniture alle aziende mafiose, di imporre controlli ai fornitori e di introdurre la legalità. Nella Provincia di Caltanissetta, di cui Gela fa parte, l’Eni controlla il 40% dei voti. Viene fatto un protocollo di legalità in forza del quale le aziende fornitrici dell’Eni devono rispettare certe regole e tutti i fornitori Stiddari o di Cosa Nostra vengono fatti fuori, anche perché in quel periodo a Gela c’è un Sindaco leggendario che si chiama Rosario Crocetta, il quale si salda rispetto a questa svolta, perché non solo Di Vincenzo era un mafioso e era un costruttore, ma era anche quello che, come costruttore, controllava i dissalatori siciliani. Succedeva che Gela era senz’acqua nonostante investisse milioni di Euro nei dissalatori dati a Di Vincenzo e quindi Crocetta si oppone a Di Vincenzo partendo da questo.

Imprenditori in rete per salvarsi
Montante, Lo Bello, Venturi e Catanzaro vivono ancora tutti sottoscorta, solo che c’è stata una reazione e poi c’è stata la strategia di questi imprenditori di mettersi in rete. Libero Grassi è stato ucciso perché era isolato e quindi, colpendo lui, si poneva fine al problema:loro sono così tanti che, anche se venisse ucciso uno di loro, la rete continuerebbe. E poi comunque c’è il vantaggio della pressione repressiva, che adesso è molto forte: attualmente in Sicilia si concentrano i migliori magistrati e le migliori forze dell’ordine; oggi, quando c’è un poliziotto talentuoso, viene mandato lì. Questa da un lato è una buona notizia, dall’altro lato può essere negativa perché poi invece quelli più impreparati e più tranquilli vengono lasciati al Nord e allora, visto che le mafie stanno penetrando il Nord (per esempio la Provincia di Asti) trovano più facilmente campo libero. Al Nord si fa fatica a ammettere culturalmente la pervasività dell’economia mafiosa, tant’è che la direttiva di Confindustria Mezzogiorno, presieduta da Cristiana Coppola, che impone di espellere o sospendere i collusi con la mafia è stata recepita obbligatoriamente da tutte le Confindustrie meridionali, era facoltativa per le Confindustrie settentrionali e finora hanno aderito solo Assolombarda e Imperia. Le Confindustrie del Veneto e del Piemonte non si sognano minimamente di aderire a un provvedimento che, tutto sommato, sarebbe abbastanza semplice. Il motivo è – assolutamente culturale, c’è un rifiuto di ammettere questa realtà. Il rifiuto di ammettere realtà scomode o negative per una questione caratteriale o morale è la causa di moltissimi mali: per esempio, le imprese.. le mafie (soprattutto la ‘ndrangheta) riescono a entrare nelle imprese in difficoltà, perché se ne appropriano prestando inizialmente denaro, ma l’imprenditore che accetta questi prestiti non accetta la realtà che dovrebbe portare i libri in Tribunale e preferisce ricorrere a quest’aiuto, che tanto lo condurrà alla distruzione lo stesso. Addirittura ci sono casi drammatici di imprenditori che prima hanno fatto entrare le mafie per prestargli i soldi, pensando così di salvare la loro situazione, le mafie si sono appropriate della loro azienda, li hanno estromessi e questi sono stati trasformati in agenti mafiosi: tranquilli imprenditori del nord che ormai hanno mollato l’azienda e diventano contabili, ragionieri e uomini d’appoggio della mafia. Terminali della mafia, ecco: questa è la parola giusta. 
 
La mafia sceglie la politica locale
La crisi favorisce moltissimo la criminalità, perché già di per sé le imprese mafiose distorcono il mercato e fanno in modo che il mercato premi i peggiori, perché l’impresa mafiosa ha il vantaggio competitivo del rapporto privilegiato con la politica, del ricatto della forza fisica e del denaro facile. In un’economia in crisi il peggiore con questi vantaggi ha maggiori possibilità di emergere. Non solo, ma siccome aumenta il numero di imprese in difficoltà o con accesso al credito, le mafie offrono alle imprese la possibilità del credito facile. Le imprese apparentemente sane, ma controllate dalla mafia, hanno una disponibilità maggiore di denaro rispetto alle altre, che magari vedono le banche che gli tagliano i cordoni della borsa e possono così emergere più facilmente.
In questo momento le mafie, più che la politica nazionale dove sono presenti, perché debbono orientare le grandi scelte d’investimento e la politica giudiziaria, sono interessate al potere locale. Il business primario delle mafie vive di contiguità con la politica locale; il movimento terra, dove sono fortissime, ha molto bisogno della politica locale, le costruzioni ne hanno molto bisogno e soprattutto c’è un nuovo filone di business nel quale sono molto presenti, che è l’eolico, che vive di autorizzazioni della politica e che diventa interessantissimo Un terreno agricolo nel momento in cui viene fatto l’eolico o il fotovoltaico aumenta enormemente di valore e questo si spiega con la contiguità con la politica. Infatti il rischio è che il federalismo, tanto predicato come risolutore dei nostri mali, diventi in realtà un federalismo mafioso.
Vorrei fare i nomi di alcuni imprenditori che fanno parte di questa squadra e di questa rete che ha delle maglie così fitte che sarebbe difficile rompere, per cui oltre a Antonello Montante e Ivan Lo Bello c’è Ivo Blandin a Messina, Davide Durante a Trapani, che ha avuto il coraggio di fare 30 sospensioni nella terra dove c’è Matteo Messina Denaro, Giuseppe Albanese a Palermo, Domenico Bonaccorsi a Catania, Rosario Marù, che è il vice di Montante a Gela, Giuseppe Catanzaro, che è il Presidente di Confindustria Agrigento, testimone di giustizia in una delle inchieste giudiziarie più pericolose, contro un capomafia di Agrigento che lo minacciava. Catanzaro da imprenditore e Presidente degli industriali di Agrigento ha guidato la svolta e ha fatto 37 sospensioni e espulsioni; Pippo Callipo, quello del Tonno Callipo, commissario straordinario di Confindustria Reggio Calabria, è riuscito a fare oltre 30 sospensioni e espulsioni, Alberto Meomartini che, unica grande Confindustria del nord, ha voluto l’adesione di Assolombarda al protocollo che prevede l’espulsione dei collusi con la mafia.

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