21/05/12

Passaparola 21/05/2012 - Anarchia e Potere - Ascanio Celestini


"Non dobbiamo cambiare le persone al potere e quindi azzopparne una piuttosto che impaurirne un’altra, dobbiamo invece pensare che il potere è un meccanismo che va avanti a prescindere dalle persone che ci stanno dentro e che quindi deve essere colpito in quanto potere, deve essere colpito nella sua autorità, non nei singoli individui che ne fanno parte o che qualcuno può pensare che ne facciano parte."  Ascanio Celestini

Il Passaparola di Ascanio Celestini, attore teatrale e scrittore.

Lontani da un'idea anarchica
Intanto saluto i frequentatori del blog di Beppe Grillo: mi chiamo Ascanio Celestini, faccio teatro, scrivo e mi hanno chiamato a commentare quello che è successo in questi ultimi giorni.
Dunque, come sempre succedono molte cose, molte più cose di quelle che entrano in un giornale, in un blog, in un servizio televisivo, in telegiornale o anche in un’intera giornata di letture e di ricerche in rete, sui giornali, in televisione o anche al bar.
Una cosa che mi ha colpito di questi ultimi giorni è la gambizzazione di Adinolfi, ma soprattutto la rivendicazione di questo nucleo Olga, di questo FAI. Mi ha colpito molto per tanti motivi; il primo è che è strano che questo gruppo si definisca FAI, quando il FAI che conosciamo da qualche decennio è tutt’altra cosa: la Federazione Anarchica Italiana che, l’ultima volta che è stata armata, è stata durante la seconda guerra mondiale, durante il periodo della lotta di liberazione nazionale e della lotta partigiana. Dopodiché le armi sono state posate. Questa è la prima cosa che mi colpisce, nel senso che ce ne stanno tante delle possibili denominazioni: chi mette su un gruppo musicale a 16 anni sa che corre il rischio di imbroccare un nome che è già stato scelto da qualcun altro, però non è che a 16 anni uno si chiami “I Beatles” , perché lo sa che i Beatles esistono già. Questo è il primo motivo di riflessione per me: per quale motivo bisogna entrare nelle scarpe di qualcun altro che ancora non se le è neanche levate e ci cammina ancora?
L’altra cosa è l’idea di un’anarchia armata, nel senso che l’azione anarchica, o attentato anarchico che dir si voglia, fa parte di una storia dell’altro secolo e anche di due secoli fa, in qualche maniera. C’è un comunicato della rivista anarchica di "A”, che in qualche maniera è attendibile rispetto a quali sono le posizioni degli anarchici in questo Paese rispetto all’idea che un anarchico possa oggi armarsi e sparare a qualcuno. Probabilmente era contestualizzabile a livello storico, politico e sociale l’atto, per altro solitario, di Gaetano Bresci, che per altro ci tenne a spiegare che era un atto solitario e che quindi non si prendeva la briga di rappresentare qualcun altro, mentre invece la cosa che colpisce di questi sedicenti anarchici di questa sezione Olga è che è come se fossero all’avanguardia di un popolo pronto ad armarsi, ad una possibile rivolta o rivoluzione. Questo è l’atteggiamento non dell’anarchico: questo è proprio l’atteggiamento del partito armato, del Partito Comunista armato, questo è molto più vicino al partito armato e alle BR che non a un’idea anarchica. L’anarchico non accetta deleghe. Come diceva De André: “Non dico che non debba più esserci lo Stato, ma che sia più lontano possibile dai coglioni”.

Il problema delle carceri
Ecco, l’anarchico quantomeno cerca di vivere pensandola in questa maniera: non crede nella delega né quando è lui a delegare, né quando viene delegato o addirittura si autodefinisce come delegato di un popolo o di una massa.
Tantomeno ha l’idea del giudizio sul comportamento di qualcun altro e quindi di un giudizio che diventa una sorta di Tribunale del popolo o di Tribunale di un piccolo popolo o di una parte del popolo. Questo è lontano non soltanto dall’anarchismo novecentesco, ma è lontano proprio dall’idea stessa dell’anarchia, che qualcuno si erga e diventi giudice di qualcun altro. Sempre De André, rispetto a che cosa era un giudice, in una canzone scritta a partire dall’Antologia di Spoon River ha detto qualcosa di molto semplice, ma di molto interessante rispetto a che cosa è l’idea del giudice per un anarchico. Detto questo, ovviamente quest’atto violento ha portato a una ricollocazione dell’idea della giustizia in questo Paese, che non è mai stato un Paese tenero, nel senso che siamo il peggior Paese d’Europa per quanto riguarda non soltanto il sistema carcerario, ma proprio l’ideologia della giustizia e il sistema della giustizia. Pensare che le carceri siano quel luogo infame che sono in Italia solo per un problema di amministrazione carceraria o di mancanza di fondi o di qualche legge sbagliata fatta da qualche politico poco onesto è in realtà un po’ come pensare che Auschwitz sia un incidente di percorso. Auschwitz è la conseguenza del nazismo, i manicomi erano la conseguenza della psichiatria in questo Paese, e il carcere è la conseguenza dell’ideologia della giustizia che c’è in questo Paese. Perciò voglio ricordare che ci sono 144 detenuti ogni 100 posti ed è il dato peggiore in Europa dopo quello della Serbia, che è poco al di sopra di 150 ogni cento posti, che in Germania i detenuti sono 92 ogni cento posti e anche in Germania le carceri non sono dei luoghi particolari civili e teneri, però c’è un discreto spread, no? C’è un discreto differenziale tra i 92 ogni cento posti in Germania e i 144 ogni cento posti in Italia. Il 44% dei detenuti sono immigrati, un altro 30% sono tossicodipendenti e di fatto il carcere oggi in Italia, e quindi la giustizia in Italia, utilizza il carcere come una sorta di Stato sociale: visto che non si può fare in maniera che questi cittadini diventino cittadini al 100% allora vengono retrocessi a detenuti. Il 40% dei detenuti sono immigrati perché l’80% degli immigrati regolari è stato irregolare, perciò per le leggi di questo Paese l’irregolarità per un immigrato è la regola, e conseguentemente è regolare finire in galera.
In galera molto spesso i tossicodipendenti (l’altro 30%) non hanno accesso neanche al metadone per cui molti muoiono, si suicidano anche semplicemente perché cercano di sballarsi, perché un tossicodipendente è un tossicodipendente tutti i giorni e se finisce in galera è anche peggio, perché in questi luoghi, per tenere le persone buone, c’è un gran giro di psicofarmaci e lì, come anche nei CIE, ex CPT, è una modalità sperimentata nei manicomi per cui funziona anche nelle altre istituzioni sorelle del manicomio.

L'illegalità offre servizi alla legalità
In questo Paese la legge 180 ha portato a un superamento di buona parte dei manicomi, ma ci sono ancora i manicomi criminali che chiamiamo PG, ci sono ancora un sacco di SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) che funzionano tali e quali ai manicomi,
tant’è vero che molto spesso, in maniera volgare, vengono volgarmente chiamati “repartini” proprio come se fossero piccoli manicomietti, perché è vero che uno può essere internato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) in un SPDC per non più di un paio di settimane, però molto spesso diventano un mese e molto spesso la stessa persona che ci sta due settimane a gennaio ci sta altre due settimane a marzo, un altro mese a maggio etc. Quindi di fatto diventano dei manicomi con le porte girevoli, ma non cambiano molto, perché molto spesso chi opera nei servizi territoriali, nei confronti degli individui che hanno una parte della loro identità con problemi di disagio, ha un atteggiamento sempre da manicomio, da infermiere con il camice del manicomi. In questi ultimi giorni si torna a discutere in Parlamento non proprio di una riapertura dei manicomi, ma di un tentativo di fare molti passi indietro rispetto a quella che è stata la legge 180. La metà dei detenuti è in attesa di giudizio, per cui di fatto in questo Paese un detenuto su due sconta una pena senza aver ricevuto una condanna. Tutto questo nasce, purtroppo, da una deriva che è iniziata da un po’ di anni, soprattutto da Mani Pulite, e quindi da un certo sentimento giustizialista, da una rivalsa nei confronti di un potere che poi di fatto ha pagato poco e niente, ma soprattutto non aveva e non poteva avere una via d’uscita attraverso questa fase istituzionale e giustizialista. Insomma, non si risolvono i problemi neanche della delinquenza con il carcere.
In Italia tutta la sfera dell’illegalità – non soltanto in Italia, ma in Italia in particolare – è diventata non tanto un territorio di totale illegalità, ma è un’illegalità che di fatto offre dei servizi alla legalità e questo a partire dalle droghe, dalla prostituzione, andando su su fino a entrare nella politica, nei grandi appalti etc. Perciò rispetto a questa rivendicazione di questo sedicente gruppo anarchico mi chiedo, per prima cosa, come si possa definire anarchico uno che prende la delega di un popolo o di una parte del popolo e quindi si fa partito e anche giudice per colpire qualcuno. E poi soprattutto – e questo dall’esperienza che ci viene da ormai due secoli di storia, di rivoluzioni, di insurrezioni e di rivolte – non dobbiamo cambiare le persone al potere e quindi azzopparne una piuttosto che impaurirne un’altra, dobbiamo invece pensare che il potere è un meccanismo che va avanti a prescindere dalle persone che ci stanno dentro e che quindi il potere deve essere colpito in quanto potere, deve essere colpito nella sua autorità, non tanto nei singoli individui che ne fanno o non ne fanno parte o che qualcuno può pensare che ne facciano parte.
E se è possibile passate parola!

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