28/05/12

Passaparola 28/05/2012 - Il futuro delle stragi - Nicola Biondo


"Dovremmo capire il futuro di quelle stragi, se queste bombe scoppiano ancora, cosa ci hanno insegnato e cos’è la mafia adesso. Cosa Nostra non esiste più. Non esiste più quell’organizzazione criminale che abbiamo imparato a conoscere. In questi ultimi anni, a Palermo, ogni volta che provavano a mettere in piedi un’altra cupola scattavano gli arresti. Eppure la mafia non è morta. Sembra invece che si sia sciolta, mimetizzata. Ha ancora gli arsenali, la gestione di interi quartieri, di paesi, di consigli comunali, ma subisce costantemente colpi e non reagisce. I suoi soldi però, quelli che macina ogni giorno, sono stati legalizzati.
Il futuro delle stragi sono i soldi che tutti i giorni vediamo correre tra le nostre mani e intorno a noi." Nicola Biondo

Il Passaparola di Nicola Biondo, giornalista

Quelle bombe scoppiano ancora?
Buongiorno a tutti. Sono Nicola Biondo, sono un giornalista e da oltre 15 anni mi occupo di criminalità organizzata e terrorismo. Sono passati vent’anni dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Vent’anni dopo credo che l’urgenza sia capire se quelle bombe scoppiano ancora, cosa hanno prodotto, cosa ci hanno insegnato e cos’è la mafia adesso. In questi venti anni ci hanno fornito i colpevoli perfetti. Come si fa a non odiare i visi di Provenzano, di Riina, di Bagarella? Come si fa a non tirare un sospiro di sollievo a vederli dietro le sbarre e ad autoconvincersi che sono stati loro, e solo loro, a seminare morte e terrore. Come se questi signori fossero stati soltanto dei tumori in un corpo sano, come dei malvagi alieni scesi sulla terra, mostri inumani e geneticamente diversi da noi. Perfetti capri espiatori per farci vivere meglio, anestetizzati. Mettere in piazza quelle facce ed accollare a loro, e solo a loro, la violenza è servito. E’ servito a schermare una verità di fondo: evitare di farci vedere quanto incapaci e criminali sono state le nostre classi dirigenti. Quelle classi dirigenti che hanno permesso, che hanno consentito di far diventare un Riina qualunque uno di cui avere paura, più di un ministro, più di un presidente, più dell’essenza stessa del potere. E’ stato un gioco diabolico di ombre, un delitto perfetto che vede condannato solo il killer e non il mandante.
Vent’anni dopo credo che l’urgenza sia un’altra. Dovremmo capire il futuro di quelle stragi, se queste bombe scoppiano ancora, cosa ci hanno insegnato e cos’è la mafia adesso. Cosa Nostra non esiste più. Non esiste più quell’organizzazione criminale che abbiamo imparato a conoscere. In questi ultimi anni, a Palermo, ogni volta che provavano a mettere in piedi un’altra cupola scattavano gli arresti. Eppure la mafia non è morta. Sembra invece che si sia sciolta, mimetizzata. Ha ancora gli arsenali, la gestione di interi quartieri, di paesi, di consigli comunali, ma subisce costantemente colpi e non reagisce. I suoi soldi però, quelli che macina ogni giorno, sono stati legalizzati.
Il futuro delle stragi sono i soldi che tutti i giorni vediamo correre tra le nostre mani e intorno a noi. L’Istat ci dice che il tasso di corruzione in Italia nella pubblica amministrazione e nella politica è di gran lunga maggiore rispetto all’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. Questo è un bene per i boss perché i loro interlocutori nelle istituzioni non vedono l’ora di vendersi. In passato per accaparrarsi un appalto si poteva anche usare la minaccia, oggi non è più necessario. Il mafioso vecchio stile non si presenta più con la pistola in un comune, in un ufficio tecnico, davanti ad un’azienda. Lui ha le sue aziende e ci sono i figli o i soliti prestanome a mandarle avanti. A loro volta, intorno a loro c’è una folla di professionisti: avvocati, notai, direttori di banca, commercialisti, consulenti per i fondi comunitari. Molte di queste rendite e di questi percorsi di successo potrebbero essere colpiti, ma è mai possibile? E che cosa accadrebbe? Se sommiamo il fatturato delle mafie a quello della corruzione ne viene fuori una somma impressionante, quasi impossibile anche solo da scrivere. Ci hanno provato alla Guardia di finanza ed il report che ne è venuto fuori è disarmante.
Il report finale della Guardia di finanza sostiene che se queste cifre venissero intaccate anche solo per un 10% l’Italia cadrebbe in un gigantesco baratro finanziario non più gestibile. Crollerebbero i consumi, ci sarebbe una gigantesca fuga di capitali, le banche non potrebbero garantire liquidità. Fate questa prova: immaginiamo che d’incanto Cosa nostra smetta di gestire il suo welfare legale ed illegale ed i suoi traffici. Quante banche, quante aziende, quanti studi professionali, intere filiere produttive crollerebbero, da un giorno a un altro. Lo Stato italiano saprebbe garantire e saprebbe riempire questo vuoto? Saprebbe dare immediate risposte ad un’economia che da sessant’anni si fonda su questa valanga di soldi? Cosa nostra ha una visione molto democratica dell’economia: se sei bravo noi ti aiutiamo. Il successo per chi si rivolge alla mafia è a portata di mano.

Non ci sono misteri in questo Paese, solo segreti.
Vi sembra che lo Stato italiano le banche, le amministrazioni locali promuovano la libera imprenditoria, premino le idee, sostengano i migliori? La differenza è che si può non aderire alla mafia, ma non si può non aderire alle regole dello Stato.Oggi Cosa nostra è in crisi di leadership, di vocazioni, di obbiettivi, eppure la sua storia non sembra finita perché i suoi metodi hanno fatto breccia, perché sono diventati cultura egemone.
Oggi i pool antimafia non esistono più e non c’è quindi più bisogno di scioglierli come è avvenuto per il pool antimafia di Falcone e Borsellino. Mentre si versano lacrime di coccodrillo per i due giudici uccisi vent’anni fa, pochi sanno che la Procura di Palermo si svuota perché secondo una norma voluta dal Csm un pm non può più occuparsi dopo nove anni di mafia nello stesso tribunale. Con questo principio Falcone e Borsellino dopo aver istruito il maxiprocesso non avrebbero più potuto continuare a fare il loro lavoro a Palermo.
Alla Procura di Palermo ci sono magistrati valorosi che hanno condotto inchieste delicatissime che sono arrivate a sentenza, o altre le cui indagini continuano. Bene, questi magistrati per questa norma voluta dal Csm ormai non si occupano più di mafia ma di piccoli reati comuni. Sei diventato bravo nel tuo lavoro? Adesso te ne vai. Ecco il messaggio. Ecco il futuro delle stragi costruito silenziosamente. La memoria storica della lotta antimafia si vuole che venga azzerata. Basterebbe poco per evitare di ripetere ancora una volta questo futuro. Basterebbe che questa norma, oscena, venisse abrogata.
Proviamo a guardare avanti. La mafia corleonese morirà in carcere e fisiologicamente verranno meno tutti quei politici, uomini delle istituzioni, amministratori, che le sono stati accanto. Testimoni, entrambi, di qualcosa che c’è stato e che non ci sarà più nelle stesse forme. Essere attenti a quello che succederà da qui a pochi mesi, da qui alle elezioni politiche, ci potrebbe aiutare ad evitare che si ripeta l’inferno. Proviamo a fare i nomi: ci sono politici e amministratori locali (condannati per corruzione, sotto inchiesta per mafia, pizzicati a frequentare mafiosi), che potrebbero essere ricandidati. Facciamoli questi nomi. Sono i nomi, ad esempio, del consigliere regionale lombardo Ponzoni, definito da un’inchiesta “capitale sociale della ‘ndrangheta”; quello dell’ex vice-presidente della regione Sicilia Bartolo Pellegrino, pizzicato ad incontrare mafiosi, condannato e poi prescritto per tangenti; è il nome del senatore Antonio D’Alì, oggi sotto processo per mafia a Palermo; è il nome di un altro senatore, questa volta del Pd, Mirello Crisafulli, che si incontrava con un importante capo-mafia di Enna (incontri che sono stati videoregistrati dalla Polizia e che sono pubblici, si possono vedere); il nome del parlamentare Gaetano Porcino dell’Idv, pizzicato a chiedere voti a uomini della ‘ndrangheta in Piemonte; e poi c’è il nome ad esempio di Cosentino, che conosciamo tutti. Sono questi i politici, e ce ne sono molti, molti altri nelle mille inchieste che raccontano il cuore nero di questo Paese, che potrebbero essere ancora una volta ricandidati.
Ancora una volta, vent’anni dopo: è questo il futuro che vogliamo ripetere? Non ci sono misteri in questo Paese, solo segreti, e se non ci fosse stata la stessa classe dirigente per cinquant’anni molti di questi segreti sarebbero stati già svelati.
Non ci salverà la bellezza delle parole ma la precisione delle nostre azioni. La fondazione Paolo Borsellino pochi giorni fa ha provato a far vivere le idee del giudice e ha proposto di cambiare la legge che punisce i contatti tra un politico ed un mafioso. Oggi, perché quel reato si compia, bisognerebbe dimostrare che in cambio dei voti il politico ha versato al mafioso una somma di denaro. Questa però è una cosa che non esiste, questa legge è perfettamente inutile. La fondazione invece propone che vi sia un qualsiasi vantaggio perché si possa parlare di un accordo tra il politico ed il mafioso. Questo vantaggio potrebbe estrinsecarsi con l’assunzione di alcuni personaggi segnalati dal boss o attraverso delle proposte di legge, o il finanziamento di alcune aziende. La proposta della Fondazione Borsellino è stata inviata attraverso un migliaio di mail ai membri del governo e ai parlamentari. Questo è il modo non soltanto di far vivere l’intelligenza di Paolo Borsellino ma anche di evitare che ancora una volta lo Stato da un lato dica di voler combattere la mafia e dall’altro non faccia nulla per dare gli strumenti perché questo avvenga. Vorrei ricordare che cosa diceva Paolo Borsellino: lo Stato e la mafia vivono sullo stesso territorio, o si accordano o si fanno la guerra.

Il diritto alla felicità
Il pool antimafia di Falcone e Borsellino è stato messo sotto processo e poi sciolto dal Csm. Il metodo non è cambiato. Oggi i magistrati di Caltanissetta hanno provato a processare il potere e in cambio hanno avuto l’avvio di una pratica disciplinare. Oggi sono sotto inchiesta per aver dimostrato che ci fu una trattativa tra Stato e mafia e che qualcuno, molti, continuano a tacerla.
“Non ci faremo intimidire” ha detto il Presidente della Repubblica, “Così come non ci siamo fatti intimidire nel ’92”. Questo non è proprio vero. Nel 1993 centinaia di mafiosi uscirono dal 41bis, ma quella non fu l’unica trattativa. Proviamo a ricordarne un’altra che si svolse nel 1994 e che Luciano Violante ha raccontato solo nel 2003. Una trattativa che vedeva un accordo preso fuori le aule del Parlamento, secondo cui nessuno avrebbe mai sollevato la questione del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Sarà lo stesso anche oggi? Non ci salverà la bellezza delle parole ma la precisione delle azioni, perché in caso contrario, alla fine, il futuro delle stragi sarà l’identico, uguale passato che abbiamo già vissuto, come dei non-morti.
Chiediamoci se queste inchieste chiuse, o quelle che si stanno per chiudere, raccontano davvero solo ed esclusivamente della mafia, o se invece raccontano anche qualcos’altro. Se raccontano anche il futuro di questo Paese, quello che possiamo scegliere. C’è un punto fermo e cioè che lo Stato si è dimostrato sleale nei confronti dei propri cittadini. Come se avesse azionato un tritacarne in cui sono finiti uomini, donne, i nostri sogni, il nostro passato ed il nostro futuro insieme. E mi chiedo quale governo sarà capace di sfidare uno Stato sleale. C’è un articolo della Costituzione americana che afferma “il diritto alla felicità” e dice che è giusto ribellarsi contro quei governi che non garantiscono le libertà fondamentali dei cittadini. In questo momento c’è un costante richiamo al termine “legalità”, che poi racconta di un conflitto decennale (e proprio per questo scandaloso) che oppone da una parte i cittadini e dall’altra le mafie. Questa ossessione per il termine “legalità” però ci fa dimenticare che la mafia è stata da tempo legalizzata, che i suoi soldi fanno parte di questo sistema e dimentichiamo anche una cosa molto importante, e cioè che spesso, troppo spesso, il termine legalità in questo Paese non ha fatto rima né con dignità né con verità. Questo punto di non-ritorno è stato già abbondantemente superato. Ed è stato superato perché ci sono leggi che ripugnano, perché ci sono leggi che sono impossibili da onorare e rispettare. Forse dovremmo inventare davvero un altro vocabolario. Quando la mafia chiede lo stesso tasso d’interesse che chiede una banca o addirittura le agenzie delle entrate. il termine “legalità” si svuota, diventa qualcosa di impalpabile. Se lo Stato permette che intere generazioni non avranno una pensione, la legalità non esiste, immaginatevi la ricerca della felicità. Alla fine, quello che dimostrano queste inchieste, è che è ignobile che lo Stato si comporti come una mafia qualsiasi.
Questo Paese porta con sé un bagaglio eccezionale di conoscenze. Conoscenze anche devastanti. Sono stati colpiti alcuni dei nostri migliori uomini e siamo costretti, tutti i giorni, a fare i conti con il cuore nero di questo Stato. Ma abbiamo l’obbligo di essere felici e lo possiamo mettere in pratica tutti i giorni, provando a vivere con migliore dignità, rifiutando le scorciatoie per il successo che un sistema, assolutamente malato, costantemente ci propina. Proviamo a rifiutare compromessi e favori, perché la mafia, e il potere brutale che da sempre la ha usata, vince in quel territorio in cui si è disposti a tutto pur di arrivare al successo. E’ la logica del profitto ad ogni costo. Proviamo a rifiutarla. Avremo fatto qualcosa per cui vale davvero la pena vivere e per tutto quello che ci hanno tolto. E per quello che vogliamo.Passaparola.

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