14/07/12

‘U drìm tìm, un anno dopo


Poco più di un annetto fa, Napoli era in piena campagna elettorale. E l’elezione di Luigi de Magistris, l’ex pubblico ministero famoso per l’inchiesta “Why not”, era ancora di là da venire. Molti, anzi, la ritenevano difficile. Pure: i tanti sostenitori dell’ex magistrato ci credevano. Tifosi sinceri, come Lucia Russo, giovane e faccia pulita, che - ai microfoni di un popolarissimo blog napoletano, “Urban blog” (link) - spiegò con foga tutta partenopea: “Abbiamo bisogno di lui, proprio di lui come persona”. E perché, di grazia? “Parlo da giovane - disse Lucia, sguardo da pasionaria - da giovane che veramente non ne può più di continuare a vivere così, dal non trovare lavoro, da questo schifo che ci blocca, che ci scoraggia soprattutto, per quanto”…. Per quanto cosa? “Per quanto uno possa avere degli incoraggiamenti personali”.

Ah, già. Incoraggiamenti personali. E chi legge, è pregato di tenere a mente queste due parole ancora per qualche secondo.

Perché poi, appunto, le cose sono andate come sono andate. Esattamente a maggio di un anno fa, proprio lui come persona, ovvero De Magistris, è stato eletto sindaco. E proprio Lucia Russo - e mica un altro, o un’altra - è finita a lavorare come “staffista” per l’assessore allo Sport del Comune di Napoli. Un bel l’incoraggiamento, tra l’altro davvero personale. Finita lì? No, perché Lucia Russo - e mica un altro o un’altra - è pure cugina proprio di Luigi De Magistris, cioè del neosindaco.

A scoprire l’ottima occasione capitata alla giovane cugina del primo cittadino è stato un giornalista napoletano, Carlo Tarallo. Tarallo ha dato la notizia - giusto qualche mese dopo le elezioni, a novembre 2011 - sul sito Dagospia (link). Ma l’ex magistrato ora sindaco non si è scomposto più di tanto. E ha dato una spiegazione “scientifica” (link): “Il Comune di Napoli presenta, tra uffici propri e società partecipate, circa 21mila dipendenti. Se la statistica è ancora considerata una scienza in questo paese, mi sembra altamente probabile che una mia cugina possa lavorare come staffista presso una struttura del Comune”. In breve: sarebbe stata solo ‘na coincidenza. Anzi: per la precisione, ‘na questione matematica. Ma non l’unica.

E infatti. Sempre come staffista e sempre al Comune di Napoli, lavora pure Claudio De Magistris. Che non è solo un quasi omonimo del primo cittadino napoletano. E’ proprio suo fratello. De Magistris Claudio, però - come ha dimostrato, carte alla mano, il Corriere del Mezzogiorno - dal Comune non riceve un euro (link). Dice: e come campa? Semplice: il De Magistris Claudio ha spiegato, in una intervista all’edizione napoletana di Repubblica (link), che lui i soldi li prende direttamente dal partito del De Magistris Luigi, ossia dall’Italia dei Valori.

E poi, sì, è vero che - come sempre Carlo Tarallo scripsit su Dagospia - al Comune di Napoli sono stati assunti pure il marito dell’assessore alla Cultura Antonella di Nocera, Stefano d’Ambrosio, che è capo staff dell’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo; e pure e per giunta Dario Montefusco, figlio di Giuliana Visciola, direttore centrale del Comune, che è staffista per l’assessorato al Patrimonio. Ma anche in questo caso l’ex pm ora sindaco ha trovato, va da sé, ottime spiegazioni (e beccatevi pure ‘sto link, se non ci credete). Ovvero? Ovvero, i due erano non solo parenti, erano anche preparatissimi, anzichenò.

Obbietterà qualcuno: ma suvvia, questi son dettagli. E sarà pure vero. Ma non sono certo particolarmente edificanti. Non per un primo cittadino che per Napoli aveva promesso un cambiamento a 360 gradi, all’insegna di etica, giustizia e trasparenza. Anzi di più: proprio lui - assieme al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia - doveva essere l’avanguardia di una vera e propria rivoluzione - ricordate? -, la rivoluzione arancione. O così, almeno, ci raccontavano, i Pisapia e i De Magistris, con l’aiuto di qualche giornale “amico”. Tipo il Fatto quotidiano. Che per mano di Marco Lillo - uno dei giornalisti di punta de il Fatto - aveva addirittura definito la giunta De Magistris un autentico “dream team” (link). Dico: un dream team, mica una roba da scapoli contro ammogliati, o - tanto per restare in tema - da squadretta di amici e parenti.

Domanda: e come è andato a finire questo dream team e la sua rivoluzione? Prima della risposta, una premessa: chi scrive qualche dubbio su ‘sto po’ po’ di cambiamento epocale lo nutriva fin dalla campagna elettorale. Ché di solito - nella vita in generale e in politica in particolare - più roboanti sono le promesse, più disastrosi sono i risultati. E magari qualche lettore attento si ricorderà che quei dubbi li avevo messo nero su bianco in un vecchio post (qui il link a “U drìm tìm/1).

Sia come sia: per dodici mesi e più, ho pazientato, raccogliendo notizie qua e là, soprattutto - come nel caso delle Lucie Russo e dei Claudio De Magistris - sulla stampa locale, visto che la rivoluzione arancione è da tempo sparita dalle prime pagine dei giornaloni. E quindi? E quindi non tutto è filato, come dire?, proprio liscio.

I rifiuti, per cominciare. Per combattere l’ultradecennale emergenza che affliggeva Napoli, De Magistris, in campagna elettorale, aveva dimostrato di avere idee chiarissime. No ad un inceneritore, che è un sistema vecchio e inquina, e poi il cittadino si ammala (Napoli, per la cronaca, non ha nessun inceneritore in funzione). E sì, invece, ad una raccolta differenziata che doveva essere più che spinta, doveva essere da record.

Il Corriere della sera (link), a giugno del 2011, riportava così la sparata shock del neosindaco

Davanti al microfono di Radio 24 annuncia che la città «arriverà al 70 per cento di raccolta differenziata entro la fine dell’ anno». E poi, forse leggendo l’ incredulità negli occhi del cronista, aggiunge: «Ce la facciamo di sicuro, non forse».

Settanta per cento. Un livello mai toccato in nessuna grande città italiana. E Napoli, proprio l’ultima della classe, doveva essere la prima a raggiungere questo traguardo, e in soli sei mesi. Pareva un sogno. Pareva una rivoluzione. Pareva impossibile. E in effetti lo è stato.

Secondo il settimanale “L’Espresso” (link), a gennaio 2012, dopo sei mesi di “dream team”, la differenziata a Napoli stava ancora a uno striminzito 21,5%. Certo un po’ meglio che sotto la precedente amministrazione guidata da Rosa Russo Iervolino (quando la differenziata stava attorno al 20%, secondo quanto ricorda il solito Carlo Tarallo, in un altro articolo pubblicato da Dagospia - link). Ma ben lontana dai livelli stratosferici promessi per evitare la costruzione dell’inceneritore.

E allora? E allora, da gennaio di quest’anno, parte della monnezza di Napoli viene caricata su navi cargo (link). Destinazione: Olanda. Per farne che? Forse per essere trattata con qualche altra tecnologia rivoluzionaria? No, no. Per essere bruciata negli inceneritori olandesi. Certo: prima o poi, Napoli raggiungerà il fatidico 70% di differenziata e troverà la via per smaltire quel che resta in loco. Ma fino ad allora - cioè fino a quando, non si sa - ci penseranno gli olandesi a bruciare il bruciabile con i loro “forni”. Che inquinano, ovvio, ma tanto là l’aria la respirano loro. ‘Na genialata, no?

E De Magistris? E De Magistris, con un comunicato ad hoc (link), ha spiegato di essere stato frainteso. Lui intendeva dire che si sarebbero raggiunti, sì, livelli record di differenziata ma solo nei quartieri dove fosse partito il cosiddetto “porta a porta” (ossia: dove fossero stati tolti i cassonetti per le strade e obbligati gli utenti a differenziare tutto in casa). Unico dettaglio: la sparata sul 70% risale, come detto, a giugno 2011. La precisazione ad agosto 2011. Per rettificare, insomma, il sindaco ha impiegato un paio di mesi. Ha fatto con calma, diciamo. E magari - magari - nel frattempo, ha pure toccato con mano la dimensione del problema.

Se per quel che riguarda la questione rifiuti, insomma, la strada da fare è ancora lunga, il primo cittadino ha comunque ottenuto risultati su altri fronti. Ha introdotto aree pedonali (sul lungomare) e zone a traffico limitato. Ha fatto partire i lavori per un maxi pista ciclabile da 20 chilometri (da Bagnoli al centro). E ha portato alcune regate di Coppa America a Napoli, che sono andate in scena ad aprile di quest’anno. Anche se - pure in quest’ultimo caso - non sono mancati guai e polemiche.

Anzi: soprattutto non sono mancati i guai. Giudiziari. La Procura di Napoli ha infatti aperto non una, ma due inchieste. Come spiega l’edizione napoletana di Repubblica (link): una riguarda la tutela dei beni ambientali; l’altra, eventuali illeciti di pubblica amministrazione.

Ma in questi primi dodici mesi, a far soffrire di più De Magistris non sono stati gli insuccessi o gli inciampi. No. La vera nota dolente, per il neosindaco, è stata proprio - mannaggia - il suo dream team. Che ha cominciato a perdere pezzi.

Pezzo numero uno. De Magistris, appena diventato sindaco, aveva nominato a capo dell’Asìa, la municipalizzata che gestisce la raccolta dei rifiuti, un tecnico, Raphael Rossi. Rossi - nel 2010, grazie ad una puntata della trasmissione Report - era diventato famoso per aver rifiutato e denunciato una mazzetta quando lavorava per l’Amiat, l’equivalente di Asìa a Torino (qui un link, per un rapido riassunto della vicenda). Fatto sta, insomma, che lui, Rossi, non solo doveva portare efficienza e trasparenza nella gestione dei rifiuti, ma era proprio il simbolo della rinascita di Asìa. Un simbolo che è sfiorito alla svelta.

Dopo soli sei mesi, a dicembre 2011, il sindaco alfiere della rivoluzione arancione ha revocato il mandato dell’”incorruttibile” Rossi (link). Perché? Nessuno dei protagonisti della vicenda - alla faccia della trasparenza -  ha mai chiarito fino in fondo come siano andate le cose. Ma Rossi (qui il link) ha fatto capire che la sua cacciata era dovuto al suo “no” a una raffica di assunzioni che secondo lui erano inutili. Spiegando:

Ho detto “No” alla richiesta, presentata da tutti i partiti del Consiglio comunale e approvata all’unanimità, di assumere, senza concorso pubblico e senza necessità specifica, 23 persone (di 53 anni in media), ex stipendiati del mai costituito “Consorzio di bacino Napoli 5”.

E su questa vicenda, Rossi è pure stato sentito dalla Procura di Napoli. Ovvero: potenzialmente altri guai in arrivo. Sempre giudiziari.

E passiamo al pezzo numero due. Proprio la procura di Napoli aveva ceduto alla giunta De Magistris uno dei suoi pubblici ministeri più famosi, Giuseppe Narducci. La nomina di Narducci ad assessore alla Legalità, per altro, era stata accompagnata da non poche polemiche (aveva indagato personaggi di spicco del centrodestra campano). Polemiche light, però, se confrontate con quelle esplose dopo le sue dimissioni.

Narducci ha lasciato il suo incarico a giugno di quest’anno (link). E ha spiegato il perché in una lunga lettera aperta, in cui sostanzialmente puntava il dito su alcune scelte, secondo lui, sbagliate (link). In primis: le assunzioni in Asìa (sì, quelle di Rossi). E poi: gli accordi tra il Comune di Napoli e Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, a lungo nel mirino della Procura partenopea, e condannato per corruzione.

Scrive Narducci in questa sua lettera aperta:
Queste dinamiche, a mio parere, più di altre, sembrano collocarsi su una linea di assoluta continuità con vecchie logiche del passato, logiche che ritenevo, nella nuova situazione, non potessero più riproporsi.
Vecchie logiche del passato. Alla faccia della rivoluzione, arancione o meno. Ma le cose stanno davvero così? Non secondo il sindaco De Magistris, che sempre con una lettera aperta (link) ha risposto a muso duro a Narducci, dicendogli, in sostanza, che in un anno non aveva combinato nulla sul fronte legalità e che la giunta sarebbe andato serenamente avanti senza di lui. Punti di vista, evidentemente, inconciliabili.

In ogni modo: questi fatti - gli scazzi tra i “rivoluzionari”, le assunzioni sospette, e le inchieste aperte dalla magistratura - non solo suonano poco edificanti. E’ che non si possono nemmeno ridurre a dettagli.

E infatti, pure “il Fatto quotidiano”, quello del “dream team”, ha dovuto prenderne atto, non senza delusione. “Insomma - ha scritto Vincenzo Iurillo, corrispondente da Napoli per “Il Fatto” all’indomani della revoca dell’incarico a Raphael Rossi (link)- la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris, arranca di fronte alla fatica di amministrare e passaggi non chiariti”.

Già, e qui sta il punto: la fatica di amministrare. Ché amministrare perfino un condominio non è impresa facile. Cosa contro cui l’ex pm ora sindaco si sta scontrando. E cui sta pagando dazio.

Ma non era prevedibile? Non era ovvio che De Magistris, l’uomo che prometteva miracoli come la differenziata al 70%, e la sua squadra dei sogni non avrebbero compiuto miracoli o realizzato sogni? Certo che sì. Per la semplice ragione che i miracoli e i sogni nulla hanno a che fare con la realtà. Ma si è voluto credere che l’impossibile fosse possibile. Ci ha voluto credere la redazione de Il Fatto - ma anche quella di altri giornali a sinistra, se è per questo - che ha fatto da sponda a l’ex pm di Why not e per dare l’ennesima picconata al centrodestra berlusconiano e per alimentare quei sogni di una società diversa e perfetta che tanto piacciono ai suoi lettori. E ci hanno voluto credere - soprattutto - gli elettori napoletani.

Del resto la formula - quella dell’uomo dei miracoli - nel Belpaese non solo è assai collaudata. E’ l’unica che davvero funziona, elezione dopo elezione. Ne sa qualcosa il creatore del “nuovo miracolo italiano”,  quel Berlusconi Silvio che - dal milione di posti di lavoro al ponte sullo stretto di Messina, passando per l’abolizione dell’Ici (ora reintrodotta, giocoforza, come Imu) - ci ha costruito un’intera carriera politica. Carriera politica che - alla tenera età di 76 anni e nonostante una infinita serie di governi inconcludenti alle spalle - ancora continua. Tanto che, proprio in questi giorni, il Cavaliere ha annunciato che si ricandiderà ancora come presidente del consiglio. Motivo: i sondaggi commissionati da Berlusconi dicono che c’è ancora bisogno della faccia di Berlusconi per conquistare lettori ed elettori. E, vero o falso che sia, verrebbe da crederci.

Perché - ricordiamocelo bene - il problema alla fine non sono i nostri politici. Siamo noi elettori. Che ancora preferiamo credere alle favole dell’incantantatore di turno e a chi, come certi giornali, certi libri dei sogni, li propala. E non se ne vede la fine.

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