20/10/09

Quello "strano" papello


Il papello in versione integrale.

"Intuii che nel giro di pochi mesi Falcone sarebbe stato distrutto, e ciò che più mi addolorava è il fatto che sarebbe morto professionalmente senza che nessuno se ne accorgesse. Per aver denunciato queste verità (i tentativi di Stato e magistrati di far fallire il pool antimafia nel 1988, ndr) rischiai conseguenze professionali gravissime ma quel che è peggio intuii che l'iniziativa nei miei confronti aveva come obiettivo l'eliminazione di Giovanni Falcone. Allora mi dissi: se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere. Il pool antimafia deve morire davanti a tutti".
Paolo Borsellino, 26 giugno 1992. Meno di un mese prima della sua morte.
La consegna del "papello", il manoscritto delle richieste della mafia allo Stato in cambio della cessazione delle stragi, dalle mani di Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo autore del celebre "Sacco", in quelle dei giudici di Palermo è stata la conclusione di un'intera fase di riapertura delle indagini sugli "omicidi eccellenti" del 1992 cominciata nel mese di luglio.

E' la notizia che tra smentite, conferme, perplessità ed obiezioni possiede il gravoso ed enorme potenziale di riscrivere da capo la storia dei rapporti tra mafia e Stato negli ultimi 25 anni.
La storia chiara, certa, quella immodificabile, serve come punto di partenza per comprendere il senso e l'importanza di un foglio A4 scritto a mano e con un italiano incerto.

Il 30 gennaio 1992 è la data in cui avviene la prima vera dichiarazione di guerra. E' lo stato a farla, autore il pool antimafia, nelle figure emergenti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, attraverso la condanna definitiva in Cassazione dei membri di Cosa Nostra nel celebre maxi-processo.

Due mesi più tardi, il 13 marzo, la prima risposta a questo gigantesco attacco al potere mafioso, l'apertura della stagione delle stragi: viene assassinato Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia e sindaco ed europarlamentare in odore di mafia. Per gli inquirenti, ma non solo, l'omicidio è da interpretare come una sentenza di "condanna a morte per tradimento". La pena prevista per gli amici di un tempo che poi voltano le spalle.

Ancora due mesi più tardi, il 23 maggio 1992, l'atto che sconvolgerà i cuori e le coscienze italiane: un tratto dell'A29, tra Carini e Capaci, viene completamente sventrato dall'innesco dell'esplosivo contenuto in un tubo di drenaggio al di sotto della strada. Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e 3 agenti della scorta perdono la vita.

Ancora due mesi più tardi, il 19 luglio, veniva ucciso l'altro illustre giudice dell'antimafia, il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. Nelle menti di tutti la sensazione è la stessa: la mafia sta vincendo la guerra.

E' tra questi due omicidi che bisogna collocare l'inizio della trattativa tra Stato e Antistato siciliano, una trattativa da sempre rinnegata dall'intero mondo politico, rilanciata per la prima volta dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca nel 1998.
Nel 2001 il pentito Brusca dichiarava: "Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato".

Una trattativa priva di indizi probatori, almeno fino al 14 ottobre scorso, giorno in cui la Procura di Palermo e la stampa italiana hanno potuto osservare per la prima volta il celebre "papello".
Una trattativa confermata persino dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, indicati dai pentiti e da Ciancimino Jr. come anello di collegamento tra il mondo mafioso (Salvatore Riina prima e Bernardo Provenzano poi) e quello politico (Vito Ciancimino), seppure in una versione che parla di "finta trattativa" immediatamente arenatasi e generata allo scopo di catturare i latitanti di Cosa Nostra.

Una versione che va a scontrarsi con quella di Massimo Ciancimino, che parla di trattativa effettiva, di incontri ripetuti e di coperture politiche dall'alto (a partire dall'ex ministro dell'interno Nicola Mancino).
Vito Ciancimino non avrebbe mai trattato con due ufficiali dell'Arma senza conoscere le sfere politiche che i due in quel momento rappresentavano. Ce lo dicono il figlio Massimo ed il buon senso.

Nicola Mancino, ministro dell'interno dal 1992, per molto tempo ha negato di aver mai incontrato Borsellino, un incontro datato 1° luglio nell'agenda dell'ex magistrato. Il mancato incontro è confermato dal pentito Gaspare Mutolo, che riporta quanto dettogli quel giorno dallo stesso Borsellino: il giudice incontrò non il ministro, ma il capo della polizia Parisi ed il capo del SISDE Contrada (poi condannato per associazione mafiosa). Tornò visibilmente turbato e preoccupato.
Mancino oggi, dopo 17 anni, ammette l'ipotesi di un incontro sfuggevole in qualche frangente, ma senza scambio di parole.
La mutazione della sua versione riguarda anche la trattativa tra Stato e Mafia, passata da un "nessuna trattativa" dei primi anni ad un "rifiuto della trattativa" in questi ultimi mesi.

Claudio Martelli, ministro della Giustizia in quel periodo, afferma oggi, dopo 17 anni dal periodo delle stragi, che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa tra Stato e Mafia, citando la collaboratrice di Falcone agli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia Liliana Ferraro che ha confermato l'intera versione.
Con 17 anni e numerose indagini di ritardo.

Luciano Violante, Presidente della Commissione Antimafia dopo le morti di Falcone e Borsellino, per anni ha negato di essere a conoscenza di una qualsiasi trattativa con la Mafia. Oggi, dopo la consegna dei documenti da parte di Ciancimino, ricorda ben 3 incontri con il colonnello Mori e le sue richieste di incontro con Vito Ciancimino, tutte rifiutate dall'allora membro del PDS.

Questi ultimi due protagonisti sono gli stessi che hanno sollevato profondi dubbi sulla veridicità del "papello". Una sola la motivazione principale, rilanciata in tutti gli organi di stampa: la richiesta dell'abolizione della legge sul 41-bis (il carcere duro) per reati di mafia presente nel papello va a scontrarsi con il fatto che questa legge venne approvata definitivamente solo dopo la morte di Borsellino.
Un aspetto che annullerebbe, quindi, la ricostruzione di Massimo Ciancimino, che data il papello tra le morti dei due giudici, o che annullerebbe il papello stesso. E con esso la veridicità della trattativa.

Una dichiarazione, questa del duo Martelli-Violante, che ha dell'inquietante, soprattutto se fatta da due politici esperti e navigati. Al punto 2 del papello infatti la scritta autografa mostra la dicitura "Annullamento decreto legge 41 bis".
Non vi è scritto "Legge 41 bis" (cioè quello che avrebbe avuto senso scrivere dopo la sua approvazione alle camere il 7 agosto), ma "Decreto Legge 41 bis", indicando quindi che tale papello sia stato scritto proprio nel periodo che intercorre tra l'8 giugno (giorno dell'approvazione in Consiglio dei Ministri) e 7 agosto (giorno dell'approvazione alle camere) e avvalorando ancora di più la versione di Ciancimino e la datazione della trattativa prima dell'omicidio Borsellino.

Perché allora queste dichiarazioni di Martelli e Violante tese a screditare il nuovo documento? Semplice ignoranza dei tempi e della procedura con cui si approvano le leggi?
Perché Martelli ricorda dopo 17 anni che Borsellino era a conoscenza della trattativa?
Perché Mancino dopo 17 anni ammette la possibilità di un incontro sfuggevole con il giudice ucciso e parla di "rifiuto della trattativa"?
Perché Violante sente il bisogno solo 17 anni dopo i due omicidi di riferire dei tentativi di incontro operati da Ciancimino e Mori? Perché non ha sentito il bisogno di riferire tutto questo alle autorità giudiziarie a suo tempo?
Perché proprio adesso il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso conferma l'esistenza di una trattativa con parole che tendono quasi ad una giustificazione della strategia adottata?

In questo continuo altalenante cambio di ricostruzioni e versioni dei fatti, finisce per apparire molto più credibile il figlio di un massimo esponente di Cosa Nostra, condannato per giunta a 5 anni e 4 mesi per riciclaggio, anziché persone di indubbia moralità come il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, l'ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e Presidente della Camera Luciano Violante, l'ex Ministro degli Interni e Presidente del Senato Nicola Mancino, l'ex Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli.

Collaboratori di giustizia e pentiti di mafia si dimostrano più utili ed affidabili delle autorità preposte alla lotta contro Cosa Nostra. C'è da chiedersi davvero quale sia lo Stato e quale l'Antistato. E, ancora di più, quale sia il confine tra i due.

PS: Segnalo il post-appello di oggi su L'Aquila del blog Miss Kappa.

Fonte articolo

Stop al consumo di territorio
La Casta dei giornali
Firma la petizione per dire NO al NUCLEARE.

Share/Save/Bookmark

1 commento:

  1. Riguardo questo ormai noto "papello", ho trovato un articolo
    http://www.loccidentale.it/articolo/senza+il+%22papello%22+di+ciancimino+parlasse+del+%2794+biondi+e+maroni+sarebbero+in+manette.0080130
    che fa della "fantapolitica" o meglio della "fantastoria" e ipotizza quale sarebbero state le reazioni dei media e della gente, se questo "accordo" tra mafia e stato avesse avuto logo durante il governo Berlusconi...

    RispondiElimina